Pietro Mascagni, l’irrequieto scapigliato

Da figlio di un fornaio di Livorno agli studi di composizione a Milano, dove incontra Puccini; dalle celebrazioni come operista e compositore di regime alla fine solitaria in una camera dell'Hotel Plaza.

Il 7 dicembre del 1863, a Livorno, nasce Pietro Mascagni. Il primo vagito avviene in Piazza delle Erbe (oggi Piazza Cavallotti) e nell’appartamento sopra il forno del padre Domenico. Riescono a sopravvivere i Mascagni, perché il pane è buono e se ne vende abbastanza per campare. La madre Emilia Reboa è sempre indaffarata con cinque figli d’accudire ed esattamente 10 anni dopo, in una triste giornata d’ottobre del 1873, muore a soli 32 anni; Domenico si ritrova a dover stare dietro alla bottega e ai marmocchi.
Pietro dà una mano e pare il più desideroso d’apprendere tra i figli e così il padre decide di farlo studiare e lo iscrive al ginnasio. Ma Pietro sogna di fare il compositore e, insieme alle “Catilinarie” di Cicerone, si dedica al pianoforte. Possiede anche una discreta voce bianca e la “Schola Cantorum” della chiesa di San Benedetto lo accoglie come contralto.

L’inizio degli studi musicali

Nel 1876, considerato il talento, Domenico gli fa intraprendere studi più regolari e diviene allievo di Alfredo Soffredini: il fondatore dell’Istituto Musicale Livornese. Soffredini è descritto come un tipo curioso: parla a scatti, accompagna le frasi con ampi gesti della mano; insomma, è un soggetto che ribolle d’entusiasmo e che sa trasmetterlo agli allievi. Ogni passaggio armonico, ogni intreccio contrappuntistico diventa una scoperta eccitante. Dopo quattro anni, Pietro Mascagni si cimenta a scrivere le sue prime composizioni, che ne rivelano il carattere appassionato. Sono di genere sacro, come l’Ave Maria per soprano e pianoforte e il Pater Noster per soprano e quintetto d’archi, e di genere profano, quale l’Elegia per soprano, violino e pianoforte e la Sinfonia in fa maggiore.

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Livorno inizia ad interessarsi a quel giovane dalla chioma fluente e nel febbraio del 1881 è eseguita la sua cantata “In Finlandia” per quattro voci soliste e orchestra sinfonica. Ha successo e in luglio si dedica a comporre la cantata “Alla gioia” sul testo di Schiller e tradotto da Andrea Maffei. Il conte Florestano de Larderel è un suo estimatore e un tal giovane non può restare a Livorno: senza nulla togliere al bravissimo Soffredini, deve perfezionarsi a Milano, da Amilcare Ponchielli! E così, grazie all’aiuto del Conte, a ottobre Pietro Mascagni supera l’esame d’ammissione a Composizione. Stringe immediatamente amicizia con un altro ragazzo, toscano come lui che è partito da Lucca: si chiama Giacomo Puccini. I due hanno lo stretto necessario per pagare l’affitto e comprare da mangiare; nulla per divertirsi. Ma se alloggiano nella stessa soffitta e dividono le spese, qualcosa resterà. L’accordo è immediato e poi sarà più divertente studiare in compagnia.

Da buon toscano, Pietro Mascagni presenta un carattere focoso. Studia, sogna e lavora su molti progetti: riprende la cantata “In Finlandia” e la trasforma in un’opera in due atti per poter partecipare ad un concorso. Ma per questa sua insofferenza verso il cammino didattico stabilito, fatto di fughe e contrappunto, il suo rapporto con l’insegnante di composizione Michele Saladino si fa sempre più teso. Amilcare Ponchielli lo stima e tenta di difenderlo, ma nel 1885 Mascagni abbandona l’istituto sbattendo la porta. Il Conservatorio gli va stretto: lui sogna l’opera e incomincia ad appassionarsi alla storia del “Guglielmo Ratcliff”, tradotta da Andrea Maffei.

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L’operetta, la scuola di musica e il matrimonio

Ma i sogni non pagano l’affitto e Mascagni diventa direttore di compagnie d’operetta. Lo scrittura l’attore e capocomico Luigi Maresca con il quale, dopo una lunga tournée, arriva in Puglia, a Cerignola. Nel frattempo, si lega ad Argenide Marcellina (Lina) Carbognani, che ha conosciuto a Parma. È un bravo direttore Mascagni e nel 1887, a marzo, il Consiglio Comunale di Cerignola lo nomina “Maestro di suono e canto” per la costituenda “Filarmonica”. Tutto sembra procedere per il meglio e ad ottobre dello stesso anno Lina partorisce il suo primogenito, che purtroppo muore a soli quattro mesi.

Quel rapporto d’amore con la Carbognani diventa matrimonio e il 7 febbraio del 1888 Mascagni si sposa nella Cattedrale di Cerignola con tutto il paese presente. Nello stesso anno, dirige la sua “Messa di Gloria”, eseguita dagli allievi della scuola di musica, ma le buone notizie non sono finite: nel mese di luglio, la rivista specializzata “Teatro Illustrato” pubblica il bando di concorso indetto dall’editore Sonzogno per un opera in un atto. È la grande occasione, quella che attendeva da anni e Mascagni decide di partecipare; sceglie come testo “Cavalleria Rusticana” di Verga e l’amico livornese Giovanni Targioni-Tozzetti per librettista al quale si aggiungerà Guido Menasci.

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Nasce “Cavalleria Rusticana”

Mascagni è euforico: Cerignola l’adora, Lina partorisce un altro bimbo, Domenico soprannominato Mimì, e la partitura di “Cavalleria Rusticana” è finita! Non resta che attendere il responso della Giuria, che puntuale arriva l’anno successivo. Il Presidente di Commissione proclama le tre opere vincitrici su 73 partecipanti e “Cavalleria Rusticana” è al primo posto, precedendo “Labilia”, di Nicola Spinelli, e “Rudello” di Vincenzo Ferroni. Il sogno è diventato realtà e il 17 maggio “Cavalleria Rusticana” debutta al Teatro Costanzi di Roma. Il pubblico decreta il trionfo di quell’opera in un atto, così densa di arie appassionate, che si replica subito in altri teatri. Un nuovo astro splende nel firmamento della lirica.

Dopo il trionfo di “Cavalleria Rusticana”, per Pietro Mascagni tutto pare procedere per il meglio. Nel 1891 nasce Edoardo – il padrino è l’editore Edoardo Sonzogno – e una nuova partitura è conclusa: si tratta de “L’Amico Fritz”. L’intermezzo affascina immediatamente il pubblico e alcuni direttori lo inseriscono nei programmi di concerto sinfonici. L’anno successivo nasce Emilia e una nuova opera: “I Rantzau”. Insomma, la fortuna ha spalancato le porte del successo al figlio del fornaio livornese, che nell’ottobre del 1895 diventa direttore del Liceo Musicale “Gioacchino Rossini” di Pesaro e s’appresta a curare la rappresentazione del “Guglielmo Ratcliff” alla Scala di Milano.

Giulio Ricordi, che ha già nella scuderia l’amico Puccini, gli affida la musica di un’opera a carattere orientale, “Iris”, e gli affianca il fidato librettista Luigi Illica. L’Inno al Sole diventa immediatamente un brano sinfonico che tutti vogliono eseguire anche separatamente dal contesto lirico. È una musica grandiosa, trascinante, che non a caso il fascismo sceglie quale esempio di creatività e vigore italico.

La disputa con il Liceo “Rossini” di Pesaro

Anche l’attività direttoriale non ha soste e nel 1898, fra i mesi di marzo e aprile, Mascagni dirige importanti concerti alla Scala tra i quali, e per la prima volta in Italia, la “Patetica” di Cajkovskij. Ma la vita offre e prende: l’anno successivo muore l’amatissimo padre Domenico e il Comune di Pesaro chiede l’intervento ministeriale per verificare il servizio di Mascagni, troppo assente dal Liceo. Su invito del ministro della Pubblica Istruzione, è inviata una commissione composta da illustri personalità del mondo musicale, tra le quali Arrigo Boito e Filippo Marchetti, che compiono un’ispezione al Liceo e nella relazione dichiarano di non aver rilevato irregolarità nella direzione. Mascagni può riprendere tranquillamente la sua scalata. Infatti, nel 1901 l’opera “Le Maschere” debutta contemporaneamente in sei teatri; in aprile il Maestro è invitato a Vienna per dirigere il Requiem di Verdi, per omaggiare la recente scomparsa del “Cigno di Busseto” e Mahler gli chiede di dirigere “Cavalleria Rusticana” al Teatro Imperiale.

Ma i rapporti con Pesaro sono ormai naufragati irrimediabilmente e nell’agosto del 1902 è destituito dall’incarico di direttore. La disputa non finirà con quel licenziamento, perché Mascagni è un soggetto che non si lascia buttare via come uno straccio. Approfitta della situazione la Scuola Nazionale di Musica di Roma, che nel 1903 lo nomina direttore, e il Comune di Pesaro viene chiamato a processo. Nel 1906, la Corte d’Appello di Ancona condanna il Liceo di Pesaro a un indennizzo.

L’incontro con Anna Lolli

Dopo aver vinto la disputa giudiziaria contro il Liceo “Rossini” di Pesaro, Mascagni assume per breve tempo la direzione del “Teatro Costanzi” di Roma. Tuttavia, il fatto più rilevante di quell’anno – il 1910 – è l’incontro con Anna Lolli: una giovane e bella corista romagnola. Inizia con lei una relazione e per trentacinque anni, Mascagni ha due famiglie, ognuna delle quali sa dell’esistenza dell’altra. Il legame desta scandalo anche per un’altra ragione: tra i due ci sono venticinque anni di differenza e Anna Lolli può essere tranquillamente la figlia del Maestro. È nata nel 1888, quando Mascagni sta componendo la sua opera più fortunata – “Cavalleria Rusticana” – e la loro storia d’amore è altrettanto favorita dalla sorte. Anna Lolli è una saggia consigliera, una donna molto riservata che sa rincuorare il Maestro nei momenti di difficoltà e Mascagni esprime per lei uguale tenerezza. A Bagnara di Romagna esiste un piccolo museo dedicato al loro amore, dove sono raccolte circa cinquemila lettere che il Maestro le scrisse durante i suoi lunghi periodi di assenza.

Il primo di questi fu nel 1911, quando il 10 aprile salpa per il Sud America per una tournée che dura sette mesi. Ma prima d’imbarcarsi, dà un’anteprima dell’opera “Isabeau”, senza scene e costumi, al Teatro “Carlo Felice” di Genova, che replicherà il 2 giugno al Teatro Coliseo di Buenos Aires.

D’Annunzio e il fascismo

Insieme all’amico Puccini, Mascagni è tra i compositori di punta della nuova opera lirica italiana dopo Verdi e D’Annunzio gli invia il manoscritto di “Parisina”. Sotto falso nome, il Maestro parte per la Francia con la figlia Emy e Anna Lolli; è una sorta di vacanza, di fuga dall’Italia e a Bellevue compone la musica sul testo dannunziano.

Negli anni successivi, si dedica ad altri lavori e s’avvicina alle posizioni interventiste diffuse da Mussolini e dallo stesso D’Annunzio. Allo scoppio della guerra scrive, su invito della Cines, la colonna sonora per il film “Rapsodia Satanica”, interpretato da Lyda Borelli, e poi nel 1921 dà alle scene l’opera “Il Piccolo Marat”. Parte per una nuova tournée di sei mesi in Sud America. Siamo arrivati al 1924, due anni dopo la Marcia su Roma che vede il Maestro tra i sostenitori più convinti del nuovo corso politico intrapreso dall’Italia; mentre si trova in tournée a Vienna, apprende con immenso dolore che Puccini, il suo amico e compagno di studi a Milano, è morto. Si chiude per lui come un capitolo della vita, quello in cui sognava il successo delle sue opere future, ma cenava al ristorante “Aida” insieme all’amico Giacomo, perché il padrone spesso non si faceva pagare dai giovani studenti del Conservatorio.

Compositore di regime

Dopo la morte di Puccini, Mascagni continua nella sua ascesa. Nel 1927 è delegato dal Governo a rappresentare l’Italia in occasione delle celebrazioni organizzate a Vienna per il centenario della morte di Beethoven. Nel rapporto del 21 marzo, che invia a Mussolini, ecco cosa scrive: «In ogni conversazione e in ogni accenno all’Italia [è] dominatore un Nome che all’estero spande la rinnovata luce della Stella d’Italia, un Nome che rende rispettata e invidiata la nostra Italia: il nome universale di Benito Mussolini.»
Nel 1929 è inaugurata la Reale Accademia d’Italia e, fra le personalità insignite dell’ambito titolo, vi è Pietro Mascagni, accanto a Guglielmo Marconi, a Luigi Pirandello, a Enrico Fermi e a Gabriele D’Annunzio. A proposito di essa, l’Accademia Reale d’Italia era stata fondata quale strumento di dialogo tra il fascismo e le “intellighenzie” del Regno d’Italia. Nelle intenzioni del Duce, sul modello francese di Richelieu, l’Accademia avrebbe dovuto dimostrare “l’unità culturale di un Paese da noi riscattato alla gloria dell’effettuale unità sociale”.

A questo fine furono incentivate anche altre iniziative, come l’Enciclopedia italiana; ben presto, però, gli obiettivi di “promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservare puro il carattere nazionale secondo il genio e le tradizioni della stirpe, di favorirne l’espressione e l’influsso oltre i confini dello Stato”, avrebbero di fatto trasformato l’istituzione in un centro usato a scopi politici.

Il periodo dal 1922 al 1938 è definito “del consenso” e l’Italia si pone al centro dell’attenzione del mondo con i suoi scienziati, artisti e con le sue imprese, come la trasvolata guidata da Italo Balbo nel 1933, la vittoria ai campionati del mondo di calcio nel 1934 e nel 1938 e tanti altri ancora. Mascagni è il compositore di riferimento e con il patrocinio del Duce, il 16 gennaio del 1935 va in scena alla Scala l’ultima opera “Nerone”.

Una fine senza clamori

Ma l’idillio tra tante personalità della cultura e non solo, ne è un esempio proprio Italo Balbo, e il fascismo, s’incrina con le leggi razziali e l’alleanza con Hitler. Anche Mascagni, che nel 1938 ha 75 anni, non s’accalora più per i discorsi del Duce. L’Italia entra in guerra nel cinquantenario di “Cavalleria Rusticana” e il Maestro, nella stagione 1943-1944, chiude al Costanzi la carriera direttoriale. Il 2 agosto del 1945, nella camera del suo appartamento all’Hotel Plaza di Roma, sua residenza dal 1927, Mascagni muore. Il Presidente del Consiglio Ferruccio Parri, partigiano, gli nega i funerali di Stato, ma Radio Mosca lo celebra con un minuto di silenzio.

Massimo Carpegna

Massimo Carpegna
Massimo Carpegnahttp://www.massimocarpegna.com
Docente di Formazione Corale, Composizione Corale e di Musica e Cinema presso il Conservatorio Vecchi Tonelli di Modena e Carpi. Scrittore, collabora con numerose testate con editoriali di cultura, società e politica.