Lavoro

Popolazione attiva: Italia maglia nera in Europa

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Lavorare meno, lavorare tutti era lo slogan amato negli anni settanta. In un certo senso, abbiamo messo in pratica quella massima ma ci ritroviamo con un risultato contrario al previsto: calano le ore lavorate e siamo fanalino di coda come popolazione attiva in Europa.

La statistica impietosa della popolazione attiva

L’inchiesta di Angelo Allegri, pubblicata nell’inserto settimanale “Controcorrente” del Giornale mostra risultati impietosi. Nuove tecnologie più diffuse e produttività superiore alla nostra, non impediscono a Germania, Scandinavia e Svizzera di avere oltre il settanta per cento di lavoratori attivi contro il nostro 57,1%.

Persino la Grecia, pur devastata da crisi e cure da cavallo imposte dall’Europa, ci supera ed è poco al di sotto del sessanta per cento di occupati.

La scarsa popolazione attiva non incrementa a sufficienza la ricchezza nazionale

Il Foglio ha criticato la strategia economica del governo definendola precapitalistica: “Si pensa che il mercato del lavoro sia come un autobus dell’Atac: scalcagnato e talmente pieno che per fare salire qualcuno, bisogna che qualcun altro scenda“.

Secondo Alessandro Rosina, docente di demografia e statistica sociale alla Cattolica di Milano, è necessario modernizzare il sistema e aumentare i lavoratori continuativi, che formano la vera popolazione attiva, per incrementare la ricchezza prodotta o il futuro sarà sempre più scadente.

Popolazione attiva ridotta all’osso e il Sud batte il record negativo

Angelo Allegri cita il rapporto “Mercato del lavoro 2018” che raccoglie i dati a livello occupazionale e i risultati si commentano da soli: disoccupazione al 10,7%, dodici punti percentuali in meno di occupati, rispetto al Nord Europa, inchiodano la popolazione attiva italiana al 57,1% ma al Sud si scende al 48,1.

Posti di lavoro mancanti, ore lavorative sparite e calo drastico della popolazione attiva dal 2008

Il rapporto sul mercato del lavoro evidenzia che se l’Italia fosse allineata ai Paesi europei più virtuosi la popolazione attiva crescerebbe di 3,8 milioni di persone. Al contrario la ricchezza prodotta è scesa del 3,8% tra 2008 e 2018, l’occupazione dello 0,5 e abbiamo perso 1,8 miliardi di ore lavorate, perché gli addetti sono calati di 900.000 unità in dieci anni.

Le attività professionali sono spesso discontinue e i precari che lavorano a tempo parziale sono un milione e mezzo in più rispetto al 2008.

Il calo drastico della popolazione attiva nel settore autonomo

Negli ultimi dieci anni, i piccoli imprenditori, artigiani, commercianti e titolari di partita Iva, sono diminuiti di 600.000 addetti e l’Italia si sta omologando al resto d’Europa. In precedenza, gli autonomi erano il doppio rispetto a molti Paesi dell’Unione e costituivano il 25-30% della popolazione attiva.

Ostacoli burocratici, fiscali e difficoltà a conquistare nuovi sbocchi sui mercati rendono sempre più difficile fare impresa in Italia e, nonostante numerosi under 35 affrontino la sfida, molti hanno paura a mettersi in proprio.

Lo scoraggiamento esclude troppi giovani dalla popolazione attiva

Il Sole 24Ore sottolinea che la recente inchiesta Eurostat sul calo della disoccupazione in Europa non è oro colato, perché non tiene conto del numero di giovani inoccupati che rinunciano a cercare un lavoro ed escono dal mercato spinti dallo scoraggiamento.

La disoccupazione giovanile a livello europeo si attesta in media sul 15,2% ed è oltre il doppio dei senza lavoro in età più adulta. Inoltre, non c’è regione italiana che riesca a ridurre il livello di giovani inattivi tra 15 e 24 anni sotto questa percentuale, tranne Bolzano con il 9,2%.

Un reportage dell’Inkiesta aveva già messo in guardia dai facili ottimismi scaturiti dall’aumento dell’occupazione registrato dall’Istat.

Si tratta infatti di incrementi periodici, spesso a favore di dipendenti meno giovani e con esperienza, riassorbiti dopo un periodo di inattività, piuttosto che un calo degli inattivi di nuova generazione.

Una lettura più attenta mostra infatti uno scenario più altalenante: nonostante il tasso di inattività su base annua nella fascia tra 15 e 64 anni sia aumentato solo dello 0,2%, la crescita degli inattivi tra 25-34 anni è balzata in avanti del 3,9%, nonostante tra il 2013 e il 2018 la disoccupazione sia scesa ufficialmente dall’11,8 al 10,7%.

Il paradosso delle statistiche sulla popolazione attiva

I dati risentono anche di medie statistiche fantasiose che considerano occupati i giovani superiori ai 15 anni se, nella settimana di riferimento, hanno svolto almeno un’ora di lavoro.

Queste attività prevedono un compenso monetario o in natura, quindi persino i tirocinanti che ricevono solo dei buoni pasto, o chi svolge un’ora di lavoro nella ditta di un familiare, esce dalla fascia dei disoccupati e rientra nella popolazione attiva, almeno fino alla prossima statistica.

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