Processo sulla strage mafiosa del rapido 904: qualcosa non torna

La notizia è ormai sulla bocca di tutti: il processo sulla strage del rapido 904, che vede come unico imputato il Capo dei Capi, Totò Riina, potrebbe naufragare, o meglio, potrebbe iniziare nuovamente il suo iter da capo, dopo ben 33 anni. E La causa di questo disastro processuale appare completamente assurda: il giudice che ha seguito il processo a breve andrà in pensione.

Se non fosse vero ci sarebbe da ridere, invece è tutto agli atti: nella mattinata del 4 settembre scorso, il Presidente della Corte d’Appello di Firenze, Salvatore Giardina, ha annunciato il rinvio del processo contro il boss mafioso, accusato di essere il mandate, a data da destinarsi.

Il processo in questione vede come unico imputato Salvatore Riina in qualità di mandante, accusato dalla DDA di Napoli per far apparire l’attentato come un fatto politico e come risposta al maxiprocesso contro Cosa nostra. Iniziato nel novembre del 2014, vide l’assoluzione in primo grado nel 2015 contro la quale il PM ha fatto ricorso in Corte d’Appello. E qui il meccanismo burocratico-giudiziario si è rotto.

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Tutto sarebbe causato da una piccola modifica normativa la codice di procedura penale introdotta dal governo dell’allora primo ministro Matteo Renzi, ed entrata in vigore il 3 agosto scorso. La nuova legge stabilisce che qualora il pubblico ministero, assolti gli imputati in primo grado, faccia ricorso in secondo grado, il giudice deve ripetere sentire tutti i testimoni del primo grado. Peccato che il giudice della Corte d’Appello a ottobre andrà in pensione e quindi non avrà materialmente il tempo  materiale per adempiere a questo compito.

Andando ad arrampicarsi tra i vari commi dell’articolo 603 c.p.p. si capisce il perchè: “3-bis. Nel caso di appello del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale“. La norma, inizialmente pensata per scoraggiare i ricorsi quasi meccanici e immotivati dei Pubblici Ministeri contro sentenze di assoluzione, sembra quindi avere qualche difetto pratico.

Ma non c’è solo questo. Infatti, La sentenza d’appello era attesa per il 21 giugno scorso ma la Corte, forse anche per acquisire ulteriori punti di vista che potessero chiarire le accuse verso Riina, aveva ordinato di riaprire il dibattimento. Il motivo era l’acquisizione di importanti testimonianze di sei boss previste il 4 settembre per Giovanni Brusca, Francesco Paolo Anselmo e Baldassarre Di Maggio, e il seguente 5 settembre per Calogero Ganci, Giuseppe Marchese e Leonardo Messina. E il verdetto sarebbe stato previsto per il successivo 6 settembre. Insomma, tutto sarebbe potuto avvenire nei tempi se non fosse intervenuta la modifica legislativa.

Il Ministro Orlando, PD ma di corrente opposta a quella del segretario di partito Matteo Renzi, rimanda al mittente le accuse e ha chiesto un dossier dettagliato sulla vicenda:

“La necessità di rinnovare il dibattimento in caso di appello del pm contro una sentenza fondata su prove testimoniali discende da una consolidata giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ampiamente recepita dalla Corte di Cassazione già prima della modifica legislativa dello scorso luglio, che ha semplicemente adeguato la formulazione della norma. Non vi è stato perciò alcun imprevedibile rallentamento del processo a seguito dell’entrata in vigore della recente riforma”

Dal lato opposto l’Associazione Nazionale Magistrati, che denuncia i gravi danni di questo cavillo normativo, per bocca del suo presidente Eugenio Albamonte:

“Casi come quello del processo sul Rapido 904 accadono ogni giorno in vari tribunali d’Italia e in procedimenti altrettanto importanti per cittadini e servitori dello Stato. […] Nella stessa riforma si sarebbe potuta prevedere l’ipotesi di non assegnare ex novo il procedimento ad un’altra corte. Nei casi in cui il tribunale non è monocratico si può sostituire solo l’elemento della corte che va in pensione: in questo modo il processo può continuare. […] Varando la riforma il governo precedente ha avuto un atteggiamento poco ponderato. […] Se io, giudice, che ho 69 anni mi sono preso l’impegno di portare a sentenza quel determinato processo l’ho fatto perché in quel momento la legge mi permetteva di andare in pensione a 72 anni […] ma ormai ha poco senso discuterne: ulteriori proroghe avrebbero l’effetto di confondere ulteriormente la situazione. Nel frattempo chissà quanti processi dovranno ricominciare da capo perché il giudice va in pensione.”

Ma come sempre a farne le spese sono le vittime stesse, in questo caso l’associazione delle famiglie delle vittime della strage:

“Per noi è stata una doccia fredda, siamo sconcertati, stupiti e sconvolti. Non è bello sentirsi dire dopo 33 anni: avete aspettato tanto, ormai un mese più o un mese meno che vi cambia…’. Ce l’hanno detto durante l’udienza. Ricominciare da capo è veramente una cosa avvilente. Il problema è stata la nuova riforma Orlando, con il cambiamento nell’articolo 603 del codice penale. Si è creato un problema tecnico che per noi diventa una questione personale.”

Rinfreschiamoci un po la memoria. Cos’è la strage del Rapido 904, conosciuta anche come “Strage di Natale”? E’ un’attentato di chiara matrice mafiosa compiuto il 23 dicembre 1984, nel fine settimana precedente le feste natalizie, quando una bomba esplose nella nona carrozza del treno rapido 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano, quando viaggiava a velocità sostenuta all’interno della Grande galleria dell’appenino che collega Firenze a Bologna, poco dopo la stazione di Vernio. L’esplosione causò 16 vittime, la più giovane di soli 4 anni, oltre a 260 feriti.

L’iter processuale fu tortuoso tra rinvii e annullamenti, soprattutto per aver incontrato nel suo cammino il Giudice della Corte di Cassazione Corrado Carnevale, conosciuto come “giudice Ammazza Sentenze” e per essere stato accusato di associazione mafiosa. Ma alla fine vennero condannati in via definitiva nel novembre 1992 alcuni esponenti di Cosa Nostra e della Camorra in qualità di esecutori materiali della strage e i loro complici. Stando alla requisitoria dell’allora PM fiorentino Luigi Vigna, i due avrebbero compiuto la strage:

con lo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato“.

La Sentenza riconobbe la matrice terroristico-mafiosa dell’attentato. Dal processo emersero inquietanti legami tra Cosa nostra, la Camorra, i terroristi eversivi neofascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, la loggia segreta della P2 e la Banda della Magliana. Tra questi i fratelli Fioravanti, il “cecato” Massimo Carminati a capo della più nota e recente “Mafia Capitale”. Insomma, i soliti noti, ma vittime diverse.