Protocollo Kyoto in Italia.

protocollo kyoto in italia

I tratti salienti del Protocollo Kyoto. Cos’è, obiettivi, paesi che si sono impegnati e quelli che hanno rinunciato strada facendo. Gli strumenti attuativi spiegati con facili esempi ed infine le sanzioni, vecchie e nuove.
Al termine uno sguardo sulla situazione italiana, gli obiettivi e i risultati.
Il tutto spiegato in maniera semplice e chiara, per poter entrare in un argomento tanto di difficile comprensione quanto di estrema importanza per il futuro del nostro pianeta, e quindi di tutti noi.

 

Cos’è il protocollo Kyoto?
Questo trattato internazionale nasce come primo passo verso la riduzione dei gas ad effetto serra, in particolare l’anidride carbonica, ritenuti responsabili del riscaldamento del pianeta e di tutti i danni che ne conseguono.
Contiene obiettivi vincolanti e quantificati di limitazione e riduzione delle emissioni dei gas.

Vediamo in dettaglio chi sono i destinatari e come, in concreto, sono organizzati i meccanismi di questo trattato.

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Obiettivi.PROTOCOLLO KYOTO obiettivi
Il Protocollo di Kyoto impegna i paesi elencati nell’Annesso I della Convenzione (paesi industrializzati e paesi ad economia in transizione) a ridurre le emissioni annue di gas serra del 5,2% rispetto ai valori del 1990, nel periodo 2008-2012, con riduzioni differenti per ogni singolo paese.
L’Unione Europea si è impegnata a ridurre le emissioni dell’8%.

Paesi dell’Annesso I:
Australia,
Austria,
Belgio,
Bielorussia,
Bulgaria,
Canada,
Croazia,
Danimarca,
Estonia,
Federazione Russa,
Finlandia,
Francia,
Germania,
Gran Bretagna,
Grecia,
Irlanda,
Islanda,
Italia,
Giappone,
Lettonia,
Liechtenstein,
Lituania,
Lussemburgo
Monaco,
Norvegia
Nuova Zelanda,
Olanda,
Polonia,
Portogallo,
Repubblica Ceca,
Romania,
Slovacchia,
Slovenia, Spagna,
Stati Uniti d’America,
Svezia,
Svizzera,
Turchia,
Ucraina,
Ungheria
Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Protocollo in quanto lo ritenevano dannoso per la loro economia.
La Cina e l’India hanno ratificato l’accordo ma non sono tenute ad abbassare le emissioni nel quinquiennio di pertinenza del Protocollo Kyoto.
Il Canada si è tirato fuori dall’accordo in quanto a suo parere se i paesi più inquinanti (Usa e Cina) non partecipano è impossibile ridurre le emissioni in maniera significativa.

Per alcuni Paesi dell’Annesso I non è prevista alcuna riduzione delle emissioni, ma solo una stabilizzazione; si tratta della Federazione Russa, la Nuova Zelanda e l’Ucraina.

Nessun tipo di limitazione alle emissioni di gas-serra viene previsto per i Paesi in via di sviluppo.

I Gas Serra.PROTOCOLLO KYOTO strumenti attuativi
Il protocollo di Kyoto concerne le emissioni di sei gas “ad effetto serra”:

  • biossido di carbonio (CO 2 );
  • metano (CH 4 );
  • protossido di azoto (N 2 O);
  • idrofluorocarburi (HFC);
  • perfluorocarburi (PFC);
  • esafluoro di zolfo (SF 6 ).

 

Gli Strumenti Attuativi.
Abbiamo due modalità di attuazione del Protocollo Kyoto: una riguarda le politiche interne alle nazioni stesse ed un’altra potrebbe sembrare una scappatoia per i paesi più “pigri”.

Si parte dal presupposto che la riduzione delle emissioni abbia una portata globale e che le nazioni aderenti facciano la loro parte assegnata in percentuale.

1) Il primo strumento attuativo:
le politiche e misure, ovvero tutte quelle misure di politica interna di uno stato aderente, atte a sviluppare programmi attuativi specifici all’interno del territorio nazionale (incentivi per energie alternative, sviluppo di programmi su agricoltura sostenibile, ecc…)

2) Il secondo strumento attuativo può sembrare nel complesso quasi un gioco a punti, ma la sua logica è quella accennata prima ovvero la riduzione “globale” delle emissioni, ed in quest’ottica si concede che un paese in debito della sua quota possa scambiarlo con un credito di un paese che non ha sforato la quota assegnata.

PROTOCOLLO KYOTO meccanismi flessibili

Si tratta dei Meccanismi flessibili, strumenti economici mirati a ridurre il costo complessivo
d’abbattimento dei gas serra, che permettono di ridurre le emissioni lì dove sia economicamente più conveniente pur nel rispetto degli obiettivi di tipo ambientale.

Si suddividono in:

  • International Emissions Trading (IET)

è un meccanismo che dà la possibilità ad uno Stato, ed eventualmente un’azienda, di comprare o vendere ad altri stati o aziende permessi di emissione in modo da riequilibrare le proprie emissioni con la quota assegnata. La vendita è concessa quando le proprie emissioni sono al di sotto della quota assegnata, mentre l’acquisto è concesso quando le proprie emissioni sono al di sopra della quota assegnata.
I permessi di emissione vengono chiamati Assigned Amount Units ed indicati con la sigla AAUs.

In pratica:
Lo stato X possiede una quota di emissioni pari a 10 ( i numeri usati servono solo per semplificare) e invece emette gas solo per un quantitativo pari a 5. Ha quindi un credito di emissione pari a 5.
Anche lo stato Y possiede una quota di emissioni pari a 10, ma purtroppo sfora e arriva ad emettere gas per un quantitativo di 15, cioè 5 in più. Ha dunque un debito di emissione pari a 5.
Lo stato Y può comprare il credito di emissione dello stato X e ristabilire quindi la sua quota prefissata.

  • Clean Development Mechanism (CDM)

è un meccanismo di collaborazione attraverso il quale le aziende o gli stati che realizzano progetti a tecnologia pulita nei paesi in via di sviluppo ricevono crediti di emissione pari alla riduzione
ottenuta rispetto ai livelli che si sarebbero avuti senza il progetto.
Tali crediti vengono chiamati Certified Emissions Reductions ed indicati spesso con la sigla CERs.

In pratica:
Un’azienda privata o un soggetto pubblico realizzano un impianto ad alta efficienza energetica in un Paese in via di sviluppo. Poniamo che lo stesso impianto fosse stato costruito in maniera standard, e non ad alta efficienza energetica e che quindi avrebbe inquinato per un valore di 7 (numero puramente esemplicativo).
Per contro il nostro impianto ad alta tecnologia invece inquina solo 3.
La differenza di emissione è pari dunque a 4, il tanto di emissioni che l’ente che ha investito in questa impresa può riscattare sulla sua quota nazionale di emissioni.

  • Joint Implementation(JI).

è un meccanismo di collaborazione tra paesi industrializzati e quelli ad economia in transizione, per il raggiungimento dei rispettivi obiettivi di riduzione delle emissioni (differisce dunque dal precedente meccanismo, attuabile in Paesi in via di Sviluppo).
Analogamente al CDM, permette di ottenere crediti di emissione attraverso investimenti in
tecnologie pulite in altri paesi.
Tali crediti vengono chiamati Emissions Reductions Units ed indicati con la sigla ERUs.

Lo scopo del JI è ridurre il costo d’adempimento agli obblighi presi col Protocollo Kyoto, permettendo di attenersi alla propria quota investendo dove è economicamente conveniente.

La differenza con il meccanismo CDM è che questo meccanismo coinvolge paesi che hanno rispettivamente dei limiti sulle quote di emissione, perciò i crediti generati dai progetti sono sottratti dall’ammontare della quota del paese ospite.

In pratica:
Per il paese X investire su tecnologie ad alta efficienza costa troppo, dunque decide di investire nel paese Y, dove per i più svariati motivi investire costa meno.
Lo scarto di emissione prodotto grazie alla tecnologia ad alta efficienza energetica rispetto ad un impianto standard è pari a 2. Quindi il credito guadagnato dal paese X ammonta a 2.
In questo caso il paese ospite è Y, la cui quota di emissioni ammonta a 15, nel momento in cui il paese investitore X riscatta il suo credito guadagnato grazie all’investimento ad alta efficienza tecnologica, al paese ospite Y viene sottratto, e dunque a Y rimarrà una quota di emissioni pari a 13 e non più 15.

L’Intergovernmental Panel on Climate Change.
I potenziali climalteranti dei vari gas sono stati elaborati dall‘ Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) .
l’IPCC fornisce inoltre le indicazioni su come vada effettuato l’inventario delle emissioni dovute a ciascuna attività.

Le fonti di emissione segnalate dal IPCC.
Le emissioni di gas ad effetto serra dipendono da attività come:

  • produzione energetica (es. combustione di carburanti ed emissioni fuoriuscite da combustibili)
  • processi industriali (es. chimica, minerali)
  • agricoltura (incenerimento di rifiuti agricoli, incendi controllati, fermentazione enterica, trattamento del letame, ecc)
  • gestione dei rifiuti (discariche per rifiuti solidi, incenerimento dei rifiuti, trattamento delle acque reflue)

PROTOCOLLO KYOTO IPCC

Sanzioni.
Le Sanzioni interne al Protocollo Kyoto sono purtroppo assai blande e oltrettutto saranno valide solo alla fine del quinquennio nel caso si trovi un accordo per il periodo successivo al 2012.

Le sanzioni a carico degli Stati sono di due tipologie e sono da applicarsi nel caso che uno stato non dovesse riuscire a raggiungere gli obiettivi di riduzione o limitazione prefissati:

 

  • L’ammontare percentuale in eccesso rispetto agli obiettivi fissati, maggiorato del 30%, va a cumularsi con l’ammontare percentuale di riduzione di emissioni previsto per la seconda fase di attuazione del protocollo (quella in discussione per il periodo successivo al 2012)

In pratica:
se lo stato X sfora di 20 (i numeri sono sempre da intendersi come semplici esempi senza diretta attinenza a valori reali), si somma a questo 20 il suo 30% che è pari a 6.
Nella secondo step del protocollo Kyoto (di cui per ora non vi è nulla di scritto o concordato) alla futura quota di riduzione dello stato X verrà sommato il quantitativo 26 ( l’emissione in eccesso del precedente trattato e la maggiorazione del 30%).

  • Lo Stato inadempiente puo’ inoltre essere escluso dalla partecipazione ad uno o piu’ meccanismi flessibili.                           I meccanismi che sono stati spiegati esaustivamente poco sopra.

 

Più incisiva invece la direttiva Emission Trading (ET), legata come si può intuire ai Meccanismi Flessibili previsti dal Protocollo Kyoto.
La direttiva, entrata in vigore il 25 ottobre 2003, crea un mercato delle quote a livello comunitario in base all’idea che le emissioni vengono ridotte dove è più conveniente, inoltre impone agli Stati membri l’allestimento di un piano nazionale con l’assegnazione di permessi di emissione ai singoli impianti di alcuni settori produttivi (trasformazione energetica, produzione metalli ferrosi-lavorazioni minerarie, cementifici, vetrerie , ceramica, cartiere)

Il monitoraggio e il reporting delle emissioni sono obbligatori e connessi all’autorizzazione ricevuta, così come l’obbligo di restituire annualmente un quantitativo di quote corrispondente esattamente alle emissioni di CO2 dell’impianto, calcolate per l’anno solare precedente.
Quindi, il soggetto che partecipa a questo “mercato” deve sottostare ad una serie di vincoli.

Se un operatore possiede un quantitativo di quote inferiore alle emissioni dichiarate, dovrà acquistare quote sul mercato.
Al contrario,se l’operatore possiede un quantitativo di quote superiore alle emissioni dichiarate, può vendere quote o tenerle per gli anni successivi.
Nel caso l’operatore non restituisca l’esatto ammontare di quote, andrà incontro irrevocabilmente al pagamento di specifiche sanzioni per ogni tonnellata di CO2 non coperta dalla restituzione delle quote.

Cos’è la tonnellata di CO 2 equivalente?
E’ un’unità di misura che permette di misurare insieme emissioni di gas serra diversi con differenti effetti sul clima.
Ad esempio il metano ha un potenziale climalterante 21 volte superiore rispetto alla CO2, quindi una tonnellata di metano ha un valore pari a 21 tonnellate di CO2 equivalente.

Questi sono i punti essenziali che servono per avere un’idea generale del Protocollo Kyoto.
Ora passiamo ad analizzare in breve la situazione dell’Italia.

Una piccola premessa, il protocollo di Kyoto ha come orizzonte temporale il quinquennio 2008-2012 e il raggiungimento degli obiettivi assunti (-6,5% delle emissioni rispetto al 1990) lo si deve riferire a quel periodo e non ad anni successivi al 2012.
Questo è un punto importante da tener presente per non incorrere in erronee valutazione dei dati e soprattutto per avere una certa consapevolezza utile nel leggere alcune entusiastiche recensioni dei valori.
Tutto il periodo che segue al 2012, post-Kyoto quindi, è riferibile almeno per quanto riguarda l’Unione europea, al pacchetto “Clima ed Energia”, cioè alle politiche e misure che l’Ue ha adottato fino al 2020.
A meno che, durante la Conferenza sul Clima che si dovrà tenere a Parigi nel 2015, non venga raggiunto un accordo globale sulla tematica, in questo caso il supposto e auspicabile accordo diventerebbe il proseguo naturale del Protocollo Kyoto.

Il protocollo di Kyoto è stato ratificato dall’Italia con la legge 120 del 2002, entra in vigore il 16 febbraio 2005 perché questa data segna il novantesimo giorno successivo alla data in cui almeno 55 Parti della Convenzione lo abbiano ratificato.
Tenendo conto della premessa, ci si riferirà al periodo 2008-2012.

PROTOCOLLO KYOTO IN ITALIA obiettiviObiettivi italiani.
(Mt CO2 = Milioni di tonnellate)

Le misure individuate dal Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica nel 2002 per coordinare gli interventi di riduzione delle emissioni nei diversi settori, si possono suddividere in tre macro gruppi:

  • le misure già individuate con provvedimenti, programmi e iniziative, che concorrono a definire il così detto scenario di riferimento al 2010, al quale corrisponde una riduzione pari a 51,8 Mt CO2 eq
  • le misure da attuare nel settore agricolo e forestale, con una riduzione di 10,2 Mt CO2 eq                                                             (ad esempio interventi di afforestazione e riforestazione.)
  •  le ulteriori misure di riduzione, sia a livello interno, sia mediante i meccanismi di cooperazione internazionale del Protocollo di Kyoto, necessarie per colmare il divario residuale di circa 30,8 Mt CO2 eq ( i Meccanismi Flessibili).

L’obiettivo di riduzione per l’Italia è pari al 6,5% rispetto ai livelli del 1990; pertanto, tenendo conto dei dati registrati al 1990, la quantità di emissioni assegnate all’Italia non potrà eccedere nel periodo 2008-2012 il valore di 487,1 Mt CO2 eq (valore obiettivo per l’Italia).

Lo scenario di emissione “tendenziale” di gas serra al 2010 per l’Italia prevede dei livelli di emissione pari a 579,7 Mt CO2 eq.

Questo scenario è stato calcolato tenendo conto solo della legislazione vigente, ossia delle misure politiche già avviate e decise; dunque, rispetto all’obiettivo di Kyoto, si avrebbe un divario effettivo al 2010 di circa 93 Mt CO2 eq.

È stato delineato uno scenario di emissione “di riferimento” in cui si è tenuto conto degli effetti di provvedimenti, programmi e iniziative nei diversi settori già individuati dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio; tali misure potranno consentire una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra per un valore di 51,8 Mt CO2 eq/anno nel periodo 2008-2012.
Lo scenario di riferimento porterebbe quindi a dei valori di emissione pari a 528,1 Mt CO2 eq.

Tenendo conto dello scenario di riferimento al 2010, rispetto all’obiettivo esiste ancora un divario di circa 41 Mt CO2 eq. e quindi si rende necessario individuare ulteriori politiche e misure per ridurre i livelli di emissione.

  • In sintesi:                                                                                                                                                                                                            -Scenario tendenziale: 579,7;
    -Scenario di riferimento: 528,1;
    -Obiettivo di emissione: 487,1;
    -Ulteriore riduzione necessaria per il raggiungimento dell’obiettivo: 41,0.

Nelle analisi degli anni precedenti, l’Italia viene considerato un paese sostanzialmente non in linea con il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni, principalmente a causa del fatto che non ha fornito adeguate informazioni sulle proprie intenzioni di utilizzo dei meccanismi flessibili.

L’ Ue-15 rispetterà l’obiettivo di riduzione delle emissioni dell’8% – rispetto al 1990 – nel periodo 2008-2012, la media di riduzione è stata del 12,2% e, in termini quantitativi, circa 236 MtCO2 annue.
Grazie ai Meccanismi Flessibili per nove stati della Ue-15 c’è un’ulteriore “liquidità” di 81 MtCO2 annue.
Di questi nove paesi, otto hanno presentato un piano di investimento di circa 2,3 miliardi di euro da investire nel quinquennio di riferimento nei Meccanismi Flessibili per poter rientrare nelle quote prefissate.
L’unico paese che non ha presentato alcuna documentazione in merito agli investimenti da effettuare è l’Italia. Oltrettutto l’utilizzo auspicato di suddetti meccanismi flessibili non sarebbe neppure sufficiente a restare dentro il limite di emissione prefissato.

I numeri italiani.
La media delle emissioni nazionali nei settori non-ETS del 2012 (settori molto importanti quali il residenziale, i trasporti, il terziario, l’agricoltura, i rifiuti) ha sforato il limite di circa 22,5 MtCO2/anno.
L’obiettivo non potrà essere raggiunto nè grazie ai crediti attesi dalle attività agro-forestali (dato che non hanno dato i risultati sperati, solo 16,8 MtCO2/anno), né con la quantità di permessi di emissione che il governo italiano ha previsto di contabilizzare nell’ambito dei meccanismi flessibili (2 MtCO2/anno).

In sintesi l’Italia si trova con un gap annuale di 3,7 MtCO2/anno.
Indicando l’intero periodo di riferimento del Protocollo Kyoto ammonta a 18,5 MtCO2.
Monetizzando si parla di circa 90 milioni di euro.

Attualmente non si conoscono le strategie italiane in merito a questo problema, dato che non è stata presentata nessuna mossa concreta nell’ambito dei meccanismi flessibili e dei presunti acquisti di “credito di emissione” se non nel piano delle intenzioni generali.

(dati aggiornati al gennaio 2014)

L’argomento può sembrare troppo tecnico e lontano dalla vita di tutti i giorni, quasi esclusivo per scienziati o esperti di mercati internazionali.
Nulla di più sbagliato.
Il Protocollo Kyoto, nonostante si rivolga agli stati e non direttamente ai cittadini, mira ad un obiettivo che interessa tutti noi.
Il clima, la nostra terra e le nostre stesse vite dipendono da come le Nazioni decideranno di occuparsi dell’impatto ambientale, delle fonti energetiche rinovabili, dell’agricoltura sostenibile e di tutte quelle pratiche atte ad avere il minimo impatto sull’ambiente.
Quindi anche noi possiamo e dobbiamo agire, non solo prendendoci cura dell’ambiente col quale stiamo in contatto , ma anche prediligendo politici e amministratori sensibili al problema della sostenibilità ambientale.
Chiudo questo articolo con le parole del ministro per l’Ambiente Gian Luca Galletti:

«Noi risolveremo il problema dell’ambiente quando capiremo che non è solo un problema economico, ma soprattutto etico e morale (…) Stiamo parlando della salvaguardia del pianeta e della continuazione della specie umana e se non poniamo attenzione all’ambiente, se non lo consideriamo prioritario, non ci sarà futuro per noi e per i nostri figli»

 

Fonti
http://www.minambiente.it/pagina/litalia-ed-il-protocollo-di-kyoto
http://www.ilcambiamento.it/clima/protocollodikyoto.html
http://sostenibile.blogosfere.it/post/18325/i-contenuti-del
http://www.info-ets.isprambiente.it/index.php?p=emission_trading