Cronaca

Stipendi del Pd pagati con i soldi delle Coop.

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E’ l’ultima, prevedibile, circostanza dell’inchiesta. E la poltrona di Renzi comincia a tremare. Dall’inizio dell’indagine su Mafia Capitale infatti, il Pd a Roma precipiterebbe del 17%, secondo recenti sondaggi. Ma la notizia, quella vera, è ben più grave. Dalle ultime rivelazioni sull’indagine emerge che gli stipendi dei dipendenti del Pd di settembre 2014 sarebbero stati pagati con i soldi di Salvatore Buzzi, circostanza emersa dagli atti dell’inchiesta dei magistrati romani affidata ai carabinieri del Ros sugli affari gestiti dal gruppo guidato dallo stesso Buzzi e da Massimo Carminati. Il versamento nelle casse Pd sarebbe di 6-7 mila euro.

Il 9 settembre scorso, Buzzi parla con i suoi collaboratori di un incontro con Lionello Cosentino, all’epoca segretario del Pd romano, e poi “fa riferimento alla richiesta di 6-7.000 euro avanzata da Cotticelli, tesoriere del Pd romano, e alla consuetudine sistematica del “primo di ogni mese”di pagare stipendi a pubblici ufficiali”. Emergono inoltre telefonate, sms, anche con il capogruppo del Pd della Regione Lazio Marco Vincenzi.

Nelle carte dell’inchiesta si legge: “Cotticelli spiegava che erano in estrema difficoltà, in quanto non erano riusciti a pagare gli stipendi di agosto e non sapevano cosa fare, quindi chiedeva a Buzzi se poteva aiutarli. Buzzi dava il suo assenso dicendo che avrebbe fatto un assegno. Poi chiedeva a Cotticelli che tipo di ricevuta gli avrebbe lasciato, al che quest’ultimo rispondeva: “Ti lascio una ricevuta come Partito democratico di Roma”. Buzzi gli spiegava che la ricevuta serviva “per metterla in contabilità”, quindi dava disposizione di elargire subito l’importo richiesto da Cotticelli. Poi disponeva la compilazione di un assegno di 7.000 euro, tratto da un conto della “29 giugno” intestato a “Pd di Roma”. Insomma, le ultime rivelazioni sull’inchiesta rischiano di travolgere tutto il partito. Salvatore Buzzi ne andava fiero. ” Abbiamo fatto bella figura con poco”. E parlando con un suo collaboratore racconta: “No, noi pensavamo che ce chiedesse un sacco di soldi…c’ha chiesto 7mila euro…non c’è sembrato vero!…Subito…7mila euro subito!…abbiamo fatto un figurone”. Buzzi era certo di poter contare sui consiglieri, anche quelli del Partito democratico. Perché, come aveva detto all’ex Nar Massimo Carminati considerato dagli investigatori a capo dell’organizzazione Mafia Capitale, “li paghiamo tutti”. Belle le parole che furono di Matteo Orfini, sullo scagliarsi contro ” chi ha sbagliato”. Ma qui ci troviamo di fronte ad una faccenda alla Mani Pulite, con vertici intrisi di corruzione fino al midollo e , quindi, non si tratta solo delle “solite”, sparute “mele marce”.

Ma Cotticelli non è solo. Dalle carte emergerebbe anche il rapporto tra Buzzi e il capogruppo del Pd in Regione Lazio, Marco Vincenzi. Vincenzi risulterebbe l’autore degli emendamenti rivolti ad aumentare di 600mila euro i finanziamenti destinati ai municipi e poi finiti in qualche modo alla coop 29 giugno. Si incontravano a Tivoli, per scambiarsi “pizzini”. E poi telefeonate, sms. Finchè, di colpo, Vincenzi si fa da parte. Le dichiarazioni, nella sua lettera di dimissioni da capogruppo: “Non ho presentato in Consiglio regionale emendamenti per finanziare il comune di Roma o i suoi municipi. Non corrispondono nel modo più assoluto a verità e sono destituite di fondamento, quindi, le affermazioni di Salvatore Buzzi su un mio presunto interessamento per far ricevere al municipio di Ostia 600mila euro o qualsiasi altra cifra. Di conseguenza, e lo sottolineo per evitare qualsiasi fraintendimento, non possono essere stati approvati in Consiglio regionale emendamenti del sottoscritto per elargire fondi. Ho visto due volte Salvatore Buzzi su sua sollecitazione – ha continuato Vincenzi – e nel corso degli incontri mi aveva chiesto di intercedere per far ottenere fondi ad Ostia. Una richiesta alla quale non ho dato alcun seguito”.

Vincenzi, poi, ha cercato di argomentare la sua tesi citando atti d’indagine. “D’altra parte, anche il Ros dei carabinieri non ha trovato alcun riscontro alle affermazioni, false, di Salvatore Buzzi come è facile evincere – è la tesi dell’ormai ex capogruppo dem alla Pisana – dalle conclusioni dell’informativa dei militari dell’Arma che hanno scritto, cito testualmente, ‘Allo stato delle attuali conoscenze investigative, e dal contesto delle telefonate/dialoghi intercettati, non si è in grado di indicare se i 600mila euro da ottenere con l’aiuto di Marco Vincenzi siano stati finanziati da parte della Regione Lazio’. I carabinieri si limitano solo ad una presunzione che, lo ripeto ancora una volta, non ha alcun riscontro nella realtà dei fatti”.

Ma non è tutto. Non parliamo solo di vertici. Il Pd viene coinvolto da Buzzi anche sulla vicenda che riguarda il Cara di Mineo, il centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Catania – il più grande d’Europa -, che ai contribuenti costa 139mila euro al giorno. E che ha coinvolto anche il sottosegretario all’Agricoltura in quota Ncd Giuseppe Castiglione, indagato dalla Procura di Catania per una presunta turbativa d’asta. “Su Mineo casca il governo – dice Buzzi parlando ai magistrati il 31 marzo 2015 – io potrei, cioè, se possiamo spegnere il registratore glielo dico, se può spegnere un secondo”, chiede Buzzi ai pm. Il pm Cascini non ci pensa nemmeno: «È vietato dalla legge. Forse lei non ci crederà ma ancora in questo Paese c’è qualcuno che segue le regole». Buzzi insiste: «Se lo può spegnere un secondo parliamo…». «No! Non si può». E la deposizione, un po’ a fatica, ricomincia. Buzzi conferma che a raccontare quello che è successo in merito agli appalti è Luca Odevaine, ex vice capo di gabinetto con Walter Veltroni sindaco.

Tutto questo, alla luce degli utlimi 6 arresti del il restauro dell’aula Giulio Cesare del Campidoglio (e non solo). Sarebbero coinvolti un alto dirigente della Sovrintendenza dei beni culturali di Roma e l’imprenditore Amore. In sostanza, le indagini avrebbero consentito di accertare che l’imprenditore arrestato fosse più che sicuro di vincere la gara tanto da stipulare contratti ed effettuare pagamenti in acconto ai subappaltatori alcuni giorni prima dell’apertura delle buste contenenti le offerte. Il patto tra gli appartenenti all’associazione, sostiene la Finanza, ha fatto sì che alla gara fossero infatti invitate esclusivamente società riconducibili allo stesso soggetto economico.

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