Charlotte Delbo, una memoria, mille voci

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PROFILO E VITA DI CHARLOTTE DELBO, SCRITTRICE DEL NOVECENTO

“Non si cancella la storia, niente da fare.

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Un giorno bisognerà rispondere alle domande dei figli”.
Sono parole di chi ha vissuto di persona e quindi sa: a lei è dedicata la mostra”Charlotte Delbo, una memoria, mille voci” presso palazzo Moriggia, (Museo del Risorgimento) a Milano, che si terrà aperta fino al 26 ottobre ’14.
Ci troviamo immersi nella storia umana, nella “memoria”, che rivela il profilo e la vita di questa scrittrice del ’90o in quattro sezioni: “Una donna del XX° secolo; “Alle prese con la storia e letteratura del ‘900”; “Memoria e Vigilanza”; “L’eredità di una donna del XX°secolo”.
Di famiglia francese, ma di origine italiana, Charlotte Delbo fu una comunista partigiana. Sposò Georges Dudach, ma lui morì fucilato e lei venne deportata ad Auschwitz. Di lui resterà sempre il segno di un amore che ne coinvolse tutta la persona. Tornò dall’America Latina per entrare con lui nella Resistenza: mentre Charlotte scriveva in casa e ascoltava la radio, lui cercava di diffondere i manoscritti “Les lettres francaises” contro il nazismo.Venne arrestata in casa, si dissero“addio” all’alba del 23 maggio 1942.” Charlotte,  con la sua scrittura ritornerà senza posa, per tutta la sua vita, su questo addio.Lo scriverà e riscriverà…”Nessun altro uomo verrà più nominato da lei  nella sua memoria di scrittrice”.

IL TEATRO CON LUOIS JOUVET, LA SCRITTURA E LA MEMORIA

Fu segretaria di Louis Jouvet,che la introdusse nel mondo della scrittura teatrale: si occupò del suo teatro anche nei tristi giorni dell’occupazione tedesca di Parigi, lo seguì in Svizzera, in America Latina….Ella gli offrì quella “trasparenza di espressione” che lui riusciva a raggiungere parlando.Lungo  tutta la sua opera si coglie con una precisione “fulminea” il filo conduttore del rapporto materno, quindi con la propria madre, ma anche con le compagne di Auschwits e tutti i legami delle donne che la storia ha strappato ai loro figli. Un incontro rivoluzionario per il suo pensiero e la sua poesia avvenne poi con Henri Lefevre, di cui fu assistente dal 1960 finchè nel ’78 si allontanò per divergenze politiche.
“Un fantasma funambolo,
non sapeva che la guardavo,
danzava.
Era vestito da fantasma
e nessuno lo vedeva.”

AUSCHWITS  

20141002_104525E poi su Auschwits: “Io non avrei resistito se nessuno mi avesse vista…

Sono ritornata dai morti.” Delle 230 deportate con lei solo 57  sopravvissero…Tuttavia,essendo deportate politiche,  erano trattate con delle differenze rispetto alle ebree. Ad esempio, potevano restare insieme e non essere sparpagliate in mezzo a gente totalmente sconosciuta, che spesso non parlava nemmeno la propria lingua. Così, potendo si riconoscere, ed avendo dei punti di riferimento affettivi, aspetto tanto importante soprattutto in quelle condizioni…,riuscirono a sopportare un po’ meglio la  prigionia. Misero persino in scena “Il Malato Immaginario”di Moliére.

IL TEATRO E LA MEMORIA

Continuò a sognare un “pensiero rivoluzionario utilizzabile nel presente…”Disse dopo essere stata in Russia. “Il socialismo non è in URSS, è ancora da creare, a partire dalle nostre speranze, dai nostri bisogni…Dobbiamo però sapere cosa non deve essere.” Nelle “Voci del presente” i fatti della dittatura franchista  e di altri paesi vennero rielaborati e associati alla sua memoria di donna che  aveva lottato e sofferto per questo, perchè ” le grida di indignazione di molti uomini e donne non fossero soffocate…”così’ furono portati sulla scena teatrale “”La Sentence”,(processo contro i fautori di un complotto contro la dittatura nei paesi Baschi, “Maria Lusitania”, e” Coupe’ d’Etat”(in Marocco). Scrisse “Kalavrite des mille Antigone”(1979), al ritorno da un viaggio in Grecia, memoria del dolore di un paese di donne, uniche sopravvissute al massacro dei loro uomini, attuato da soldati tedeschi per rappresaglia, nel dicembre 1943.

LEFEVRE E LA LETTERATURA

Lefevre in particolare  la spinse ancora di più a comprendere il valore della letteratura e della cultura. La letteratura divenne  un continuo interrogarsi sul” significato dell’immaginario”, che si rivelava in lei, donna deportata e sopravvissuta, e nell’umanità….Così manifestò la necessità di narrare ciò che gli esseri umani vivono, sentono, soffrono. Narrò in “Spettri”, una riflessione “critica” sul teatro e l’immaginario.: la scrittura ci pone delle domande, interroga la coscienza,a volte può dare anche fastidio. Che cos’era dunque per lei la “memoria”?
Lo si può dedurre da un suo testo scritto: la “memoria” del pensiero per lei era”arte” , quella che ci consente di “raccontarci”.
Grazia Paganuzzi