“Chi vive giace” di Roberto Alajmo al Teatro Brancati di Catania

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Dopo il successo della scorsa stagione, va in scena al Teatro Vitaliano Brancati di Catania, dal 14 al 24 novembre, “Chi vive giace” di Roberto Alajmo per la regia di Armando Pugliese, con David CocoRoberta CaroniaAgostino ZumboStefania Blandeburgo e Claudio Zappalà. Le scene dello spettacolo, prodotto dal Teatro Biondo di Palermo, sono di Andrea Taddei, i costumi di Dora Argento, le musiche originali di Nicola Piovani, le luci di Gaetano La Mela.

Chi vive giace è una black comedy incentrata su un fortuito incidente automobilistico, che innesca una querelle familiare tipicamente siciliana, dai toni surreali e dall’esito imprevedibile. Una giovane donna perde la vita a causa della guida distratta di un ventenne. Non è colpa di nessuno, se non del caso, ma il marito della donna non se ne fa una ragione: non sa se perdonare o se vendicare, come le tante voci del quartiere popolare in cui vive gli suggeriscono. Dall’altra parte, il padre del ragazzo non sa come comportarsi, se assolvere in pieno il giovane col pretesto della fatalità o spingerlo a porgere le proprie scuse al vedovo.

Il dramma

A questo punto, in un contesto che sin dall’inizio ha i contorni allucinati di un certo realismo metafisico tipicamente siciliano, sono i fantasmi che bisogna interrogare. Ecco allora la moglie, mischina, e la defunta madre del ragazzo che dispensano consigli, ammoniscono, ragionano e determinano le sorti di questo dramma dei vivi e dei morti, nel quale un certo humour nero ha la funzione catartica di governare l’ordine delle cose, invertendo il senso del vecchio adagio: Chi muore giace, chi vive si dà pace.

“Il fatto di cronaca originario – spiega l’autore Roberto Alajmo – è un pretesto per esplorare una lingua teatrale ispirata al siciliano, ma che dal dialetto mutua più lo scardinamento sintattico che la vulgata lessicale: i personaggi parlano una lingua che è inventata, tutt’altro che naturalistica, diversa sia da Martoglio sia da Scaldati. Ma c’è poi un’altra finalità, tutta morale, che riguarda i temi del rancore e del perdono, esplorati con un arsenale di ragionamenti che a tratti può sembrare pirandelliano.

“Alla prima lettura del testo di Alajmo – afferma il regista Armando Pugliese – ciò che mi ha maggiormente colpito e affascinato è stata la forma espressiva, il linguaggio. Nel senso più ampio del termine. Tanto che mi è parso di leggere musica. Che si manifestasse in parole e costruzioni sintattiche articolate in accordi o intervalli, ritmi o allitterazioni, tutto concorreva a dare voce a personaggi che si incontrano sulla scena in un contesto metafisico ed irreale, che si parlano come nei sogni, quando non si saprebbe dire se le parole sono dette o solo pensate, interiormente o ad alta voce. Costruire insieme agli attori questa sinfonia siciliana doveva essere molto intrigante, e così è stato”.

L’autore Roberto Alajmo

C’era nei primi anni della fotografia un’usanza macabra, legata al culto dei morti. Subito dopo il trapasso il cadavere veniva messo in posa e fotografato, spesso assieme ai suoi familiari. A vederle oggi queste immagini virate seppia risultano spiazzanti, comiche o raccapriccianti, a seconda dell’occhio di chi guarda. Spiazzante e comica (raccapricciante speriamo di no) vorrebbe essere questa black comedy in cui vivi e morti si mescolano, interagendo fra loro in una maniera che in Sicilia conosciamo bene visto che, come nella Macondo di García Márquez, i nostri antenati hanno una spiccata propensione alla persistenza.

Il fatto di cronaca originario è un pretesto per esplorare una lingua teatrale ispirata al siciliano, ma che dal dialetto mutua più lo scardinamento sintattico che la vulgata lessicale: i personaggi parlano una lingua che è inventata, tutt’altro che naturalistica, diversa sia da Martoglio sia da Scaldati.Ma c’è poi un’altra finalità, tutta morale, che riguarda i temi del rancore e del perdono, esplorati con un arsenale di ragionamenti che a tratti può sembrare pirandelliano. Anche qui c’entra molto quest’isola dove, secondo la convinzione comune, chi nasce tondo non può morire quadrato. Non è così: il destino può deragliare in qualsiasi momento, se siamo abbastanza in gamba da volerlo.

Il regista Armando Pugliese

Alla prima lettura del testo di Roberto Alajmo, ciò che mi ha maggiormente colpito e affascinato è stata la forma espressiva, il linguaggio. Nel senso più ampio del termine. Tanto che mi è parso di leggere musica. Che si manifestasse in parole e costruzioni sintattiche articolate in accordi o intervalli, ritmi o allitterazioni, tutto concorreva a dare voce a personaggi che si incontrano sulla scena in un contesto metafisico ed irreale, che si parlano come nei sogni, quando non si saprebbe dire se le parole sono dette o solo pensate, interiormente o ad alta voce.

Costruire insieme agli attori questa sinfonia siciliana doveva essere molto intrigante, e così è stato. La recitazione poteva essere declinata in molti modi, seppure dentro un procedimento formale ben preciso indicato dal testo, e le prove hanno infatti restituito strumenti suonati con maestria, fino al paradosso di una situazione surreale – nella quale i morti interagiscono, in una quotidianità iperrealistica, con i vivi – che ha generato più di uno squarcio di comicità.

I tre movimenti, che l’autore ha voluto, per il loro contenuto, definire tesi, antitesi e sintesi, ci hanno fatto pensare a una metafora che, dalla vicenda privata che qui si racconta, si estende alla sorte di questa terra siciliana. C’è o non c’è colpa? Deve o non deve continuare ad esserci vendetta per assecondare la pressione proveniente dalla tradizione? Nella speranza di un riscatto e di una rinascita, la risposta la forniscono le donne – loro che sono già morte – invitando a sciogliere i lacci del rancore e della violenza e a proseguire il cammino della vita.

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