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La cultura nasce dalla paura

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Occorre voltarci e gettare lo sguardo lontano, laddove non osa più nessuno guardare.

La cultura, che è certamente l’essenza dell’uomo (I. Kant), nasce dalla paura più grande e insuperabile: la morte. Duemilaseicento anni fa nasceva la filosofia, ciò che caratterizza la nascita di quella esperienza di pensiero, è il tentativo più audace fatto sino ad allora di prendere posizione rispetto alla finitudine di tutto ciò che è vivo. Precedentemente furono i miti (dal greco mithos: storia, racconto), ha dare una spiegazione al dolore a alla sofferenza, certamente tanta parte ebbero nell’evocare un senso del mondo sia pure altamente dubitabile, ma ad un certo punto si rivelarono insufficienti nell’appagare la sete di conoscenza dell’uomo e nel dare risposte alla terribilità di alcuni elementi che compongono la vita. Terribile è la morte che è capace di privarci del dono della vita, di questa vita di cui facciamo parte e di cui non ci vorremmo privare. Il timore assoluto del nulla (nihil) ha generato la filosofia che è amore della sapienza, le religioni, le divinità pagane, l’immagine di un’altra vita dopo quella terrena. L’essenza del pensiero filosofico è enucleata paradossalmente da Eschilo, uno che filosofo non è mai stato, mediante la tragedia. In Agamennone afferma che la filosofia è nata per perseguire lo scopo di cacciar via con verità il dolore dalla mente, il dolore che rende folli. L’uomo non si è mai arreso di fronte all’inevitabile, di fronte a ciò che non si può eludere in alcun modo si è armato e ha dato fondo a tutte le energie, creando la meraviglia della cultura.

La cultura ci fa essere presenti nella vita e ce la fa amare, immaginate cosa sarebbe il mondo senza la Commedia di Dante, la Cappella Sistina di Michelangelo, le sinfonie di Beethoven e Mahler. Indubbiamente saremmo tutti più poveri e gli aspetti terribili dell’esistenza farebbero di noi un sol boccone.

 

Il rivoluzionario Socrate (470-469 a. C) ebbe il merito di diffondere la filosofia, sino a quel tempo imprigionata in conventicole. Gli insegnamenti pedestri erano incentrati sull’intenzione di indicare che cosa è bene e che cosa è male, il socratico “conosci te stesso” scolpito sul frontone del tempio di Delfi è l’emblema di questo grandissimo pensatore: “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli Dei. Oh uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei”.

Oracolo Delfico. Nessuno come Socrate ha inciso il tessuto vivo del pensiero occidentale, è stato davvero il primo pensatore sistematico.

La filosofia del Rinascimento vide in esso un punto di riferimento imprescindibile, Erasmo da Rotterdam era solito invocare: “Santo Socrate prega per noi”. Gli illuministi nel XVIII secolo consideravano Socrate un precursore, insomma ogni epoca ha ricostruito una propria immagine del grande filosofo, identificando l’attività speculativa con il suo volto.

Ho parlato di Socrate per sottolineare che la cultura non solo è nata dalla paura, ma si è alimentata nel corso dei secoli procedendo sul sentiero tracciato da chi era saggio perché sapeva di non sapere. Colui che possiede questa consapevolezza è aperto al nuovo, non da mai nulla per acquisito, fa dell’umiltà e della modestia il veicolo privilegiato del suo arricchimento.

Alcuni grandi saggisti hanno tracciato un itinerario attraverso la storia della cultura occidentale, fino ad identificare in sei notevoli pensatori della nostra tradizione i compagni di viaggio ideali nel percorso alquanto accidentato e travagliato della nostra esistenza. Socrate (citato poc’anzi), Epicuro, Seneca, Montaigne, Schopenhauer e Nietzsche rappresentano le figure che hanno modellato il volto del pensiero e della cultura occidentale (ovviamente non sono i soli, all’appello mancano Platone e Aristotele).

Anche la letteratura contemporanea, e qui chiamo in causa la tradizione letteraria americana, ha avuto dalla sua l’emozione primaria della paura come sorgente creativa. Basti pensare all’opera che fonda la letteratura d’oltreoceano, Moby Dick di Herman Melville. “Chiamatemi Ismaele…”. Così comincia l’avventura del capitano Achab e del Pequod, la baleniera che verrà frantumata dal capodogliobianco. Secondo Telesio, albus viene impiegato al posto di pallidus perché si diviene bianchi per la paura.

Giunto in fondo agli inferi, Dante non trova le fiamme: i traditori stanno confitti nel ghiaccio. Nel capitolo La bianchezza della balena, Melville suggerisce che “nell’idea più riposta di questo colore, si nasconde qualcosa di elusivo che produce più panico all’animo di quanto il rosso non spaventi con il sangue”.

Nelle arti figurative la morte è stata esorcizzata con le rappresentazioni di quello che sarà, di quello che avverrà dopo: Il Giudizio Universale, la Resurrezione, la liberazione dalle sofferenze terrene, le innumerevoli immagini che sono state conferite alle Sacre Scritture, contribuendo alla costruzione di un immaginario salvifico. Questo è avvenuto trasversalmente in tutte le declinazioni culturali.

Nella musica il sacro assume la forma del Requiem (Mozart, Verdi, Brahms), composizione strumentale e vocale che, per intenderci, rappresenta l’equivalente dei grandi affreschi e delle grandi opere pittoriche dei maestri del Rinascimento.

Se le arti figurative hanno conferito una forma e una immagine al sacro salvandoci dalla paura, le composizioni liturgiche (messe, offertori, mottetti ecc.) hanno dato voce a tutto ciò che per l’umanità è divino, superno, trascendente. Quella dimensione altra da cui si irradia l’eterno, quella luce inesausta dalla quale saremo abbracciati.

Per concludere vorrei focalizzare l’attenzione sulle dimensioni dello spirito, che grazie alla cultura riusciamo a misurare. Quello che è nato dalla paura ci salva. Qui, sulla terra, ci sentiamo vivere grazie alla nostra intima forza di concepire qualcosa di superiore che come una placenta ci avvolge allontanando il gelo del mondo. Allora la sofferenza, il dolore e la paura si stemperano nel tepore di quella luce.

 

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