Gay Pride a New York per celebrare i cinquant’anni di Stonewall

Tre milioni di partecipanti al Gay Pride del 1 luglio

Il Gay Pride a New York

La cage aux Folles”, Albin e il minestrone freddo.

«Tu non mi ami più, Renato… mi guardi come un piatto di minestrone freddo!» Così Albin apostrofò il compagno di una vita nel celebre film “Il vizietto” con Ugo Tograzzi e Michel Serrault. La sceneggiatura, tratta dalla commedia “La cage aux Folles” di Jean Poiret, penetra nel mondo dei “diversi”, non soltanto per trarne motivo di divertimento – e questo è assicurato sia dalla brillantezza dei dialoghi, sia da una serie di spassose trovate – ma anche per mostrare come, al di là di certi aspetti che urtano la sensibilità dei “normali”, i “diversi” vivano umanissimi drammi e tormenti al pari di tutti e che meritano rispetto e comprensione. Questa la storia. L’italiano Renato Baldi vive da vent’anni con il francese Albin, detto Zazà, insieme al quale gestisce, a Saint Tropez, un night per travestiti: “La Cage aux Folles”. I due, che non nascondono la loro omosessualità, vivono serenamente come marito e moglie. Nel passato di Renato, però, c’è stata un’avventura eterosessuale, dalla quale è nato un figlio, Laurent. Un bel giorno, il giovane annuncia al padre e a Zazà – che in quei vent’anni gli ha fatto da madre – l’intenzione di sposare Adrienne, figlia di un noto uomo politico ed esponente di un partito conservatore e moralista. L’annuncio di Laurent, che da Adrienne è stato presentato ai suoi come figlio di un diplomatico, getta lo scompiglio in Renato e Zazà, costretti a spacciarsi per quel che non sono con le ovvie conseguenze.

I fatti di Stonewall

Il film è del 1978 ma l’argomento coppia gay/famiglia non ha ancora smesso di suscitare discussioni e scontri anche molto aspri. La manifestazione simbolica del movimento gay è senz’altro il “Gay Pride”, che il primo luglio ha festeggiato a New York i cinquant’anni dai fatti di Stonewall. Per l’occasione, the Big Apple si è colorata delle tinte dell’arcobaleno. Da Brooklyn a Lower Manhattan, da Park Avenue fino a Greenwich Village, New York è diventata il centro delle celebrazioni mondiali della comunità Lgbt con oltre tre milioni di persone che hanno sfilato nelle strade della City. Ma cosa accadde il 28 giugno del 1969? Era l’una e venti di notte, quando otto ufficiali del Primo Distretto di Polizia entrarono nel bar di “Christopher Street”. Uno solo di loro era in divisa, ma fu subito chiaro che tutti cercavano un po’ di svago nel nome della legge in quel locale frequentato da transgender e omosessuali. Senza alcuna ragione, pretesero di controllare i documenti, annunciando che, chi ne fosse stato sprovvisto, avrebbe trascorso la notte in cella. Molti riuscirono a svignarsela, soprattutto gli avventori in cerca di una notte trasgressiva, ma tutti i dipendenti del bar furono arrestati. Silvia Rivera, una transessuale, fu spinta con il manganello verso l’uscita, ma lei reagì scagliando una bottiglia contro il poliziotto che la scherniva. S’accese la mischia tra gli otto agenti e una folla sempre più numerosa, tanto che i tutori dell’ordine furono costretti a rintanarsi nel bar. Arrivarono rinforzi dal Distretto e, nel corso della notte, la polizia riuscì ad isolare un certo numero di omosessuali e travestiti, che furono malmenati senza alcun motivo. “Gay Power!” Si mise ad urlare la folla, prima di scagliarsi contro 400 poliziotti. Furono chiamati “I moti di Stonewall”, avvenuti il 28 giugno del 1969 e il loro slogan di sfida riecheggiò per le strade di New York durante la prima manifestazione: “We are everywhere!” Così nacque il “Gay Pride”, la “Fierezza Gay”, che aveva un suo senso nell’America in guerra con il Vietnam, negli anni della contestazione e di Martin Luther King. Persone isolate, schernite, oltraggiate, brutalizzate per la loro tendenza sessuale, trovavano il coraggio d’urlare al mondo che avevano la stessa sensibilità, la stessa intelligenza, la stessa cultura e onestà morale di quelli chiamati “normali”.

Il Gay Pride favorisce o danneggia il movimento?

Nel tempo, questa sfilata orgogliosa e giusta s’è trasformata in una sorta di “saturnali”, di festa carnascialesca nella quale tutto è lecito e deve essere esagerato, provocatorio, al limite di quello che un tempo si definiva “il comune senso del pudore” e forse anche oltre. È una sfida verso i “benpensanti”, ma che indubbiamente pone una domanda. In un tempo, almeno in Italia, nel quale non è neppure immaginabile che un gruppo di poliziotti, a fine giornata, vada a “divertirsi” in un locale gay a suon di manganellate, il “Gay Pride” favorisce o danneggia il movimento, con la sua immagine prepotentemente trasgressiva? Il tragitto è ancora lungo per raggiungere una parità di trattamento e considerazione, ma da decenni la società è impegnata nell’abbattere le barriere che dividono i diversi orientamenti sessuali; il “Gay Pride”, invece, sembra ancora rinchiudere in un ghetto i loro appartenenti, nel nome di una rivoluzionaria libertà sessuale fuori tempo e ridotta a evento folcloristico. Naturalmente, ognuno può pensarla come vuole, compreso che il paragone con un minestrone freddo suggerisca qualcosa di sgradevole! A questo proposito, Ugo Tognazzi, il Renato del film nonché abile chef, offriva sovente ai suoi ospiti un piatto tipico, durante il periodo estivo: il minestrone freddo alla milanese che, garantisco, non è affatto un piatto d’assimilare a qualcosa d’insipido e affatto eccitante!

Massimo Carpegna

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