L’orrore della infibulazione

SpillaL’orrere della infubulazione sta nella sua pratica ma anche nelle convinzioni culturali che la sostengono.

Fibula in latino significa spilla. Una parola dal suono dolce.

È da qui che prende origine etimologica un’altra parola, il cui suono è meno dolce e più pungente: infibulazione.

Che cosa  è l’infibulazione?

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È la mutilazione dei genitali femminili.

È una pratica orrorosa.

È un reato.

È una sconvolgente realtà in alcune aree del mondo, come l’Africa sud sahariana.

In pratica, l’infibulazione consiste nel cucire la vagina all’altezza delle grandi labbra, lasciando soltanto un foro per urinare e per il ciclo mestruale.

Ne esistono diversi tipi: il clitoride può essere rimosso o meno. L’escissione è quella che prevede anche la completa rimozione del clitoride, che viene praticamente tagliato.

Le origini si fanno risalire all’Egitto, ma oggi le aeree di maggiore diffusione sono Somalia, Sudan, Mali, Uganda e Nigeria, la parte meridionale della Penisola Arabica, Indonesia e Malesia.

Cucire una donna. Privarla dei suoi genitali. Strapparle via la fonte della sua femminilità. Mutilarla. Cucirla come fosse una stoffa strappata, un errore da rimettere a posto, un buco da chiudere perché fonte di peccato e disgusto.

Questo orrore ci riguarda da vicino: moralmente, perchè è disumano e geograficamente, anche. In Italia sono presenti circa 25mila donne immigrate hanno subito l’infibulazione. Alcune arrivano già mutilate, altre vengono cucite nei loro periodi di soggiorno nei paesi di origine.

Risale 2006  il primo arresto, a Verona, di una donna nigerian, Gertrude Obaseki, colpevole di avere  mutilato la sua  bambina di soli 3 mesi. Perchè, lo abbiamo detto, l’infibulazione è un reato.

Sempre in Italia nel 2004  fece molto parlare di sè il dottor Abdulcadir Omar Hussein, ginecologo all’Ospedale Carreggi a Firenze, nato a Mogadiscio. Sensibile al tema della infibulazione, che aveva visto inflitta a sorelle e cugine, il Dottor Hussein ha deciso di proporre all’Ordine dei Medici, una alternativa che è stata definita “infibulazione dolce”: una puntura sul clitoride fatta in ospedale, quindi in un ambiente igienico e sterilizzato. Una alternativa “dolce” per evitare la mutilazione e per impedire il rischio di infezione . La proposta del dottore somalo non è stata accettata, perchè, ha poi lui stesso affermato, della sua proposta non è stato capito il punto  di partenza: capire che per queste donne essere infibulate è ovvio, normale e accettato senza alcuna presa di coscienza. La madre che porta la bambina a subire il massacro, è fiera di quello che fa. E la bambina cresce pensando che non le è stato tolto via niente. Anzi, le è stata data la possiblità di essere una donna rispettabile perchè anorgasmica.

L’orrore della infibulazione non sta solo nella sua pratica, ma nelle culture che la vedono come la cosa giusta da fare ad una donna.

Nel mondo si contano 140 milioni donne infibulate.

A Londra fece orrore il caso di un dottore musulmano che aveva infibulato una donna, subito dopo il parto. In Gran Bretagna di contano 65.000 casi.

Plan Italia ha lanciato una petizione per raccogliere firme affinchè si faccia pressione per l’abolizione di questa mostruosa mutilazione inflitta alle donne. Ma non solo, anche per aiutare con assistenza sanitaria pronta e attiva le bambine che nel nostro paese vengono infibulate.

Per fermare l’infibulazione dobbiamo innanzitutto conoscerla. Capire cosa succede fisicamente ad una donna che la subisce. La cucitura e non solo. Dobbiamo capirla e sentirci inorriditi.

In Somalia i matrimoni vengono organizzati dalla famiglia. Una volta fatto l’accordo, la madre e la sorella dello sposo controllano che la ragazza sia stata effettivamente infibulata. Per consumare le nozze, lo sposo effettua un taglio con un coltello nella vagina per poterla penetrare.

Questo taglio non è sufficientemente ampio per permettere alla donna di partorire, è necessario allargare ulteriormente la fessura. A farlo, è la donna stessa. Da sola.

Ritenzione urinaria e infezioni sono le conseguenze più comuni della infibulazione. Ma anche rottura dell’utero, che è causa di morte sia del bambino che della madre.

L’aspetto forse più agghiacciante è il realizzare che prima di tutto, per combattere questa pratica orribile, va cambiato il sistema culturale alla base di alcune popolazioni. Sistema che non permette alle donne stesse di realizzare che l’infibulazione è una atrocità. Per loro è un giorno di festa. Che è però destinato a trasformarsi in un incubo.

Hagi Ala Maga, una donna somala che vive ora in Italia, quando venne intervistata in quanto donna infibulata, disse:

Quando mia madre mi disse che ero pronta per l’infibulazione, ne fui felice. Addirittura orgogliosa. Era un momento importante per la mia femminilità. Le conseguenze le ho capite molto più tardi.

E ancora:

Mia madre lo ha fatto in buona fede. Non poteva immaginare tutte le conseguenze terribili. Mancava la cultura necessaria.

Hagi Ala Maga aveva sei anni quando è stata infibulata.

Un’altra vittima della infibulazione, Ayanna (fuggita a Glasgow per impedire che la figlioletta fosse infibulata) ha detto:

Sono felice di essere fuggita perchè così non devo più sopportare il dolore del sesso con mio marito. È un dolore più forte del parto.

Questi, invece, i ricordi di Nawal Al Saadawi, scrittrice e psichiatra egiziana:

Avevo appena cominciato a camminare per i prati per giocare con gli altri bambini, quando quella donna innominabile, Umm Mahmoud, quella daya (le donne che effettuano l’infibulazione alle bambine) venne a casa mia, mi prese e, con l’aiuto di altre quattro donne, mi immobilizzò come un pollo.

Disse:

Adesso ascoltami, Mabrouka, io ti taglierò il clitoride, così resterai pura e limpida per la notte di nozze, tuo marito non ti abbandonerà per la vergogna e tu non andrai dietro ad altri uomini.

Dopodiché, prese un rasoio e lo affilò sulla pietra, al punto che il taglio mi bruciò come se fosse fuoco.

Il fuoco della vergogna. La vergogna dell’orrore.