La Bayer e Giuseppina Ghersi

Giornata Internazionale Contro la violenza sulle donne: due esempi da ricordare

Oggi è la giornata internazionale “Contro la violenza sulla Donna” e l’uomo ha ancora molto da imparare sul rispetto verso l’altra metà del cielo, che certo non ha goduto degli stessi privilegi e sovente si è trovata in balia degli eventi e dalla parte sbagliata in ogni caso. Nella nostra civiltà, tante cose sono cambiate, ma è bene non dimenticare mai quanto le donne abbiano subito per colpa della stoltezza maschile, di un “virilismo” malato, che sempre s’accompagna ad una volontà di sopraffazione. Non trascorre giorno senza l’annuncio di un femminicidio causato dal marito/fidanzato “padrone” che non può sopportare d’essere lasciato. “Non ti ho io e non ti avrà più nessuno!” e il pensiero che muove questi folli omicidi e già il termine “avere”, sinonimo in questo caso di “possedere” è assolutamente inaccettabile in una civiltà progredita come la nostra.

La casa farmaceutica Bayer e le donne come cavie

La donna ha sempre vissuto una condizione di sottomissione, di serva/schiava del suo signore e padrone; per alcuni, è stata una cavia sulla quale sperimentare nuovi farmaci, senza preoccuparsi molto delle conseguenze. Ecco come si comportò la casa farmaceutica tedesca Bayer, quella della diffusissima aspirina che, sotto il regime nazista, condusse i suoi esperimenti sulle donne deportate nei campi di concentramento e destinate a morire comunque perché ebree. Riporto alcuni estratti di una corrispondenza recuperata dall’Armata Rossa e che risale al periodo aprile/maggio del 1943.

Stiamo progettando di sperimentare un farmaco soporifero; sarebbe possibile metterci a disposizione alcune donne? E a quali condizioni, comprese le formalità concernenti il trasporto nel caso queste donne facciano al caso nostro?

Abbiamo ricevuto la vostra lettera. Considerando esagerato il prezzo di 200 marchi, ve ne offriamo 170 per capo. Ci servono 150 donne.

D’accordo per il prezzo convenuto. Preparateci un lotto di 150 donne sane, che noi manderemo a prelevare quanto prima.

Abbiamo a disposizione il lotto di 150 donne. La vostra richiesta economica è stata soddisfatta, nonostante i soggetti siano indeboliti e smunti. Vi terremo informati sui risultati degli esperimenti.

Non è stato possibile concludere gli esperimenti. I soggetti sono tutti morti. Vi scriveremo presto per chiedervi di preparare un altro lotto.

Le donne come cavie da laboratorio, quindi, e acquistate a lotti di 150 soggetti. Non occorre scomodare il dottor Joseph Mengele per farsi un’idea di cosa abbiano dovuto subire queste donne per i diversi preparati medici che oggi si utilizzano ma i nazisti, si sa, non erano dei santi!

La Resistenza giustificò molti orrori sulle donne

A dire il vero, non erano santi neppure alcuni che, dopo l’8 settembre, imbracciarono le armi per liberare l’Italia dalle camice brune. Era sufficiente essere giovane, di bella presenza e riconducibile in qualche modo ai fascisti, perché il marito o fidanzato aveva aderito alla Repubblica di Salò o il padre si era iscritto al partito per sopravvivere, e lo stupro, che precedeva l’uccisione delle malcapitate, era giustificato.

I documenti raccolti da Gianpaolo Pansa

Nel libro “Bella Ciao” di Gianpaolo Pansa si riporta il numero di 2.365 ragazze che hanno subito questa sorte senza avere alcuna colpa e delle quali si conosce la storia e il nome. Ma a questo numero si devono aggiungere le centinaia di donne violentate e sfuggite alla morte che, per un comprensibile senso di pudore, non hanno mai voluto rivelare e denunciare l’accaduto. Un caso emblematico è quello di Giuseppina Ghersi.

Un caso per tutte: Giuseppina Ghersi

Giuseppina Ghersi era una ragazza di 13 anni quando fu picchiata, stuprata e uccisa dai partigiani con l’accusa di essere “al servizio” del regime fascista. La colpa, quella d’aver scritto un tema a scuola che l’insegnante inviò al Duce, ottenendone i complimenti: prassi ampiamente diffusa, che non deve essere intesa quale accadimento eccezionale e motivo di particolari attenzioni. Era un modo per stimolare lo studio e l’appartenenza alla cultura fascista.

L’esposto del padre alla Procura

Giuseppina Ghersi era quindi una bambina accorta e diligente; figlia di commercianti ortofrutticoli, abitava a Savona in via Tallone, attualmente via Donizetti. Dall’esposto del padre, Giovanni Ghersi, presentato al Procuratore della Repubblica in data 29 aprile 1949, si legge che: “Il 25 aprile ‘45, alle 5 pomeridiane” i partigiani, appena entrati a Savona, chiedono ai Ghersi del “materiale di medicazione” che la famiglia non esita a “fornire volentieri”. Il giorno successivo, come di consueto, i coniugi si dirigono verso il loro banco di frutta e verdura, ma in zona San Michele, poco dopo le 6.00 del mattino, sono fermati da due partigiani armati di mitra. Sono portati al Campo di Concentramento di Legino, situato nella zona dell’odierno complesso delle Scuole Medie “Guido Bono”, dove un terzo partigiano sequestra loro le chiavi dell’appartamento e del magazzino.

Giuseppina pare salva: è da alcuni amici

Giuseppina manca all’appello, perché ospitata da alcuni amici di famiglia in Via Paolo Boselli 6/8. I Ghersi, ormai detenuti da due giorni senza alcuna accusa, chiedono spiegazioni ai partigiani. Viene loro detto che si tratta di un semplice controllo e che hanno bisogno di fare delle domande alla figlioletta. Non intravvedendo un pericolo reale, i genitori, accompagnati da uomini armati, vanno a prendere la piccola.

Il primo giorno di follia

L’intera famiglia Ghersi è dunque tradotta nuovamente al Campo di Concentramento, dove inizia il primo giorno di follia. È il pomeriggio del 27 Aprile 1945: madre e figlia sono dapprima malmenate e poi stuprate mentre il padre, bloccato da cinque uomini, è costretto ad assistere a quel macabro spettacolo. Per tutta la durata della scena, gli aguzzini chiedono al padre di rivelare dove avesse nascosto altro denaro e gli oggetti preziosi che servivano alla Resistenza. Giuseppina cade probabilmente in stato comatoso perché, come riferisce l’esposto al Procuratore, “non aveva più la forza di chiamare il suo papà”.

Uccisa e gettata su un cumulo di cadaveri

Verso sera inizia a piovere e le belve, stanche di soddisfare i propri istinti, conducono Giovanni e Laura Ghersi presso il Comando Partigiano di Via Niella. Giuseppina subisce da sola un lungo calvario di sofferenze finché, il 30 Aprile 1945, è uccisa con un colpo di pistola per poi essere gettata davanti alle mura del Cimitero di Zinola su un cumulo di cadaveri.

Gli archivi dell’URSS

Per valutare la violenza diffusa e massiccia di quegli anni di terrore, vi sono recenti studi resi possibili dalla aperture di molti archivi dell’ex URSS. Lo storico Victor Zaslavsky riporta nel suo libro “Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca” un rapporto dell’allora capo del PCI Palmiro Togliatti all’ambasciatore sovietico in Italia Mikhail Kostylev sul numero di persone che venivano uccise senza processo in quei tempi. Il 31 maggio 1945, l’ambasciatore si incontrò con il segretario del PCI e inviò a Mosca un rapporto sul colloquio. In questo incontro con l’ambasciatore sovietico, Togliatti valutò in circa 50.000 le persone uccise con esecuzione sommaria. Togliatti precisò pure che molti individui rilasciati dalle autorità americane, erano stati poi eliminati dai partigiani e tra loro le donne rappresentavano un’altissima percentuale.

Conclusioni

Fortunatamente questi scempi appartengono al passato dell’Occidente, ma è bene ricordarlo e chiedere perdono alle donne mille e ancora mille volte per ciò che ingiustamente hanno dovuto subire. L’impegno di oggi deve essere quello di scongiurare qualsiasi violenza su di loro, attraverso la diffusione capillare di una cultura del rispetto e una giustizia rapida e severa.

Massimo Carpegna

Iweblab