Cronaca
La diffusione del Covid-19 è favorita dall’inquinamento

Il sospetto che esistesse un forte legame tra l’espandersi del SARS-Cov-2 e l’inquinamento atmosferico era un’ipotesi formulata anche dai non addetti ai lavori. Perchè la pandemia si è così sviluppata nelle zone ad alta densità industriale come la Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Romagna, il Piemonte – si chiedevano in molti – mentre il meridione registra un numero di casi così inferiore?
La dichiarazione di Antonietta Gatti
Alla fine di marzo, la dottoressa Antonietta Gatti (fisica e tra i maggiori esperti a livello internazionale delle nanoparticelle) dichiarò che “In un sistema già compromesso dalle polveri ambientali, che sono responsabili di uno stato infiammatorio, un ulteriore assalto, per di più infettivo, può accelerare la morte. È stato detto che molte persone per lo più anziane (la media è 80 anni) sono morte non di coronavirus, ma con il virus. Persone già debilitate, cioè con patologie anche innescate da inquinamento ambientale, non disponevano più di un sistema immunitario efficiente. Ricordo che al momento non ci sono medici capaci di diagnosticare una patologia da polveri. In un progetto Europeo (DIPNA) di nanotossicologia, noi abbiamo già dimostrato che cellule attaccate da nanopolveri non hanno più un sistema di difesa capace di reagire. È già stato dimostrato dalla Scuola di Leuven in Belgio, che polveri nanometriche (0.1micron), se arrivano agli alveoli, passano la barriera polmonare in 60 secondi e in un’ora possono arrivare a fegato e reni e da lì raggiungere tutti i siti del corpo, nessuno escluso. Questo fatto è noto dagli scienziati, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già stimato in 7.000.000 ogni anno le morti per patologie polmonari, cardiovascolari e cerebrali dovute all’inquinamento“.
Il “Position Paper”
La relazione tra Covid-19 e inquinamento atmosferico ha quindi suscitato grande interesse nella comunità scientifica ormai da tempo; infatti, la Società italiana di medicina ambientale, l’Università Aldo Moro di Bari e l’Alma Mater di Bologna pubblicarono a marzo un “Position Paper” su questo tema. Questo il passaggio centrale del documento: “Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione, vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico. Nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico“.
La conferma del “SIMA“
Ora, la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) annuncia ufficialmente che il SARS-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (PM) e il suo presidente, il professor Alessandro Miani, dichiara: “Questa prima prova apre la possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi come indicatore per rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima dell’inizio di una nuova epidemia”. Puntualizza Leonardo Setti, coordinatore del gruppo di ricerca scientifica insieme a Gianluigi De Gennaro e a Miani: “Questa prima parte della ricerca mirava espressamente a cercare la presenza dell’RNA del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico. Le prime evidenze relative alla presenza del coronavirus sul particolato provengono da analisi eseguite su 34 campioni di PM10 in aria ambiente di siti industriali della provincia di Bergamo, raccolti con due diversi campionatori d’aria per un periodo continuativo di 3 settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo. I campioni sono stati analizzati dall’Università di Trieste in collaborazione con i laboratori dell’azienda ospedaliera Giuliano Isontina, che hanno verificato la presenza del virus in almeno 8 delle 22 giornate prese in esame. I risultati positivi sono stati confermati su 12 diversi campioni per tutti e tre i marcatori molecolari, vale a dire il gene E, il gene N ed il gene RdRP, quest’ultimo altamente specifico per la presenza dell’RNA virale SARS-CoV-2. Possiamo confermare di aver ragionevolmente dimostrato la presenza di RNA virale del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico rilevando la presenza di geni altamente specifici, utilizzati come marcatori molecolari del virus, in due analisi genetiche parallele”.
Le micro-goccioline infettate si diffondono nell’aria
La scoperta suggerisce che, in condizioni di stabilità atmosferica e alte concentrazioni di PM, le micro-goccioline infettate possano stabilizzarsi sulle particelle e aumentare la presenza del Covid-19 nell’atmosfera. In contrasto con alcune dichiarazioni anche ufficiali, le ricerche hanno ormai dimostrato che le goccioline di saliva conduttrici del Covid-19 possono raggiungere anche i 10 metri di distanza e le mascherine sono lo strumento obbligatorio per impedire questo diffondersi nell’aeree.
Fase 2: ripartire ma abbassare le emissioni
A questo proposito, si deve riconsiderare la cosiddetta Fase 2, ormai alle porte, e la sua necessità di mantenere basse le emissioni di particolato: non solo distanza sociale, ma impegno a trovare soluzioni efficaci per abbassare l’inquinamento atmosferico e non favorire la diffusione di questo virus o di altri. L’umanità è chiamata a rivedere il proprio stile di vita, se non vuole soccombere con la prossima pandemia.
Massimo Carpegna









