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L’affaire Moro quarant’anni fa: l’ipotesi Sciascia

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L’affaire Moro. Perché il presidente della DC doveva morire. Ovvero l’ipotesi Sciascia: Moro prigioniero rimase completamente se stesso, ma si fece finta di no, perché Moro vivo e libero sarebbe stato una mina vagante.

Tra Via Fani e Via Caetani

Tra il 16 marzo e il 9 maggio di quarant’anni fa, nel 1978, si consumò a Roma una delle nostre grandi tragedie nazionali. Il 16 marzo Aldo Moro fu “prelevato” in Via Fani, a Roma, e la sua scorta massacrata. Il 9 maggio le Brigate rosse fecero trovare il cadavere del presidente della DC nel baule di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, simbolicamente a metà strada tra via delle Botteghe Oscure, la sede del PCI, e piazza del Gesù, la sede della DC.

Uno psicodramma collettivo

In mezzo, 55 giorni di psicodramma collettivo trascorsi in un’atmosfera surreale, fatta di retorica insopportabile ad uso pubblico e di gelido cinismo distillato nelle segrete stanze. Ci fu lo scontro tra chi voleva trattare (i socialisti di Craxi) e chi no (i comunisti di Berlinguer); e l’appello di Paolo VI agli “uomini delle Brigate rosse”; e ci fu il tentativo, andato a segno, di far apparire l’Aldo Moro prigioniero come non più in sé, non più il “grande statista” che era stato da uomo libero, cosicché il suo appello alla trattativa finiva per essere il cedimento di un uomo atterrito dalla prospettiva della morte.

L’affaire Moro

Questa cosa qui Leonardo Sciascia, l’autore di “Todo modo”, de “Il contesto”, de “Il giorno della civetta”, la scrisse da par suo in un libretto edito da Adelphi nel 1994, “L’affaire Moro”. La sua tesi è presto detta: che Moro morisse faceva comodo a tutti, in Italia e fuori, e perché questo accadesse lo si doveva fare apparire un uomo finito, non più all’altezza della sua precedente misura di “grande statista”.

Mai stato un “grande statista”

E proprio questo è uno dei punti di partenza della scrittura di Sciascia, come sempre densa di grandi spunti letterari e di osservazioni ironiche e acuminate: e cioè che Aldo Moro e la DC il senso dello Stato non lo avevano mai avuto e dunque neppure potevano smarrirlo per colpa delle Br.

Le lucciole e Pasolini

Una scrittura, quella di Sciascia, che muove dalle lucciole di Pier Paolo Pasolini, quelle che il grande intellettuale friulano rimpianse in un celeberrimo pezzo pubblicato sul Corriere della Sera il primo febbraio del 1975 e la cui scomparsa, a causa dell’industrializzazione del Paese, imputava agli uomini del Palazzo, quelli che dal ‘69 in poi avevano organizzato “cose orribili” in Italia, nel tentativo “di conservare comunque il potere”.
E di quel Palazzo la DC era l’architrave, il partito-Stato che aveva guidato l’Italia dal dopoguerra in avanti.

La lingua di Moro

“L’affaire Moro” è dedicato a Pasolini, quel Pasolini che di Moro tra l’altro aveva analizzato la lingua. Una lingua, dice Sciascia, che il presidente della DC, da uomo libero, aveva usato da maestro per non farsi capire. E che ora, da prigioniero, tragico contrappasso, si trovava costretto a usare per cercare di comunicare con l’esterno: “Ha dovuto tentare di dire col linguaggio del nondire”.

La lettera a Cossiga

La prima lettera che Moro scrive dalla “prigione del popolo” la indirizza a Francesco Cossiga, amico, sì, ma soprattutto ministro degli interni. Perché scrivere la prima lettera al capo “degli sbirri”?
Ma per farsi trovare, argomenta Sciascia. Il proporre la trattativa, scrive il grande siciliano, è un prendere tempo, il tempo necessario alle forze di polizia per organizzare la sua ricerca. Che poi non lo abbiano trovato, o non lo abbiano voluto trovare, è un altro discorso. Dunque, dice Sciascia, Moro puntava innanzitutto a essere liberato dalle forze dell’ordine.

La lettera a Zaccagnini

Se poi non vi fossero riusciti, il che era probabile, allora sì, si sarebbe dovuto trattare. Perché la salvezza di una vita doveva passare sopra agli “astratti principi”, come scrisse nella lettera diffusa assieme al quarto comunicato delle Br, indirizzata a Benigno Zaccagnini. E in quella lettera Moro scrisse anche che lui l’aveva sempre pensata così, anche prima di finire nella “prigione del popolo”.

Statolatria

Nota Sciascia con ironia che in un Paese, l’Italia, in cui lo Stato non ha mai goduto né di efficienza né di rispetto, in quei 55 giorni ci fu un insospettato rigurgito di amore per lo Stato. Non si doveva trattare con le Br, ne andava del prestigio, della forza, dell’autorità dello Stato.
E Moro, che in quanto democristiano sapeva bene come questo improvviso e insospettato amore per lo Stato fosse fasullo, giustamente se ne risente: “Possibile che siate tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragione di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese?” (lettera a Zaccagnini del 21 aprile 1978).

Sì, era possibile. Tragicamente possibile.

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