Luca Varani: il caso del giovane ucciso dopo lunghe e disumane torture

Luca Varani fu ucciso il 6 marzo 2016 in un albergo alla periferia di Roma. Un excursus sul caso e le ultime volontà di Marco Prato, suicidatosi nel 2017.

Sono passati quasi 4 anni dall’omicidio di Luca Varani, il giovane romano morto dopo lunghe e disumane torture perpetrate da Marco Prato e Manuel Foffo all’interno di un appartamento. Luca sarebbe stato ucciso per puro divertimento. FanPage, nel corso del tempo, ha intervistato diverse volte i genitori di Luca. La madre aveva ricordato una volta Luca come un ragazzo “semplicissimo“. La signora ad un tratto si era bloccata, in quanto ripensare al modo in cui venne ucciso suo figlio è una “tortura che non finisce mai“. In questo articolo faremo un excursus sul caso di Luca Varani, che scandalizzò l’Italia per la crudezza e le modalità adoperate che hanno condotto alla morte del 23enne.

Luca Varani: un omicidio a sangue freddo

Luca Varani fu ucciso il 6 marzo 2016 in un appartamento a Roma, dopo avere subito diverse ore di torture, sevizie ed umiliazioni. Il ragazzo, originario della ex Jugoslavia, era stato adottato ed era l’unico figlio di coloro che erano diventati la sua mamma e il suo papà. La madre del 23enne aveva dichiarato a FanPage: “Era un ragazzo simpaticissimo ed aveva tanta voglia di vivere. Quello che ha successo, sinceramente ci ha costernato, perché non ci aspettavamo una cosa del genere“. A processo finirono Marco Prato e Manuel Foffo, quest’ultimo chiese il rito abbreviato. Ad entrambi venne contestato il reato di omicidio volontario aggravato. Nel 2017, Marco Prato si suicidò in carcere.

- Advertisement -

Un corpo martoriato dalle ferite

Il corpo di Luca Varani venne martoriato con 107 ferite. I suoi assassini lo colpirono con continue martellate sulla testa, sul volto, per poi segare il collo con una lama e stringendolo con un laccio. Come se questo non fosse bastato, venne anche accoltellato al torace. Tutto per una pura, insana malvagità e voglia di fare del male. Venne prima stordito e reso innocuo, affinché non potesse ribellarsi. La vera tortura, durata ore, sarebbe iniziata subito dopo. Il 6 marzo 2016, un appartamento alla periferia della Capitale venne insozzato di sangue innocente. Un omicidio attuato senza un motivo reale.

Prato e Foffo

I suoi assassini, Marco Prato e Manuel Foffo misero in atto, secondo le parole dei giudici che hanno sentenziato la condanna di Foffo a 30 anni di reclusione, “un esercizio atrocemente compiaciuto e ripetuto di violenza sadica, un disegno perverso che prevedeva il raggiungimento del piacere personale attraverso l’inflizione di sofferenza a una vittima”. L’omicidio avvenne, per la precisione, in un’abitazione della periferia est di Roma, sita in via Igino Giordani a Colli Aniene. Manuel Foffo e Marco Prato, per diversi giorni, rimasero in quell’appartamento a bere alcolici e a consumare droga, senza mai uscire. Erano due uomini sulla trentina e Prato lavorava nelle vesti di pierre a Roma. Sembra conoscesse diverse personalità della tv e del cinema italiano, tra cui Christian De Sica. Il 3 marzo 2016 cercarono qualcuno a cui togliere la vita per gioco. Uscirono, per poi tornare a casa.

- Advertisement -

Il piano diabolico

Marco Prato inviò un sms a Luca Varani. Lui e Manuel Foffo lo invitarono a casa, lo drogarono, lo torturarono e lo umiliarono per un’intera notte, finché il corpo del giovane, debilitato da innumerevoli e gravi ferite, non cedette. I giudici, nelle motivazioni della sentenza, hanno spiegato: “Nelle ore immediatamente successive al delitto Foffo ha intrattenuto intimità non lontano dal cadavere, si è riposato e ha posto in essere un’attività di depistaggio, disfacendosi degli abiti e del telefono cellulare della vittima“. Sempre secondo il tribunale “Prato stava perseguendo la sua ossessione di avere rapporti sessuali con soggetti che si qualificavano come etero“. Per quanto riguarda Foffo, invece “stava vivendo in modo fortemente conflittuale la sua omosessualità“. I giudici hanno infine spiegato come l’omicidio sia stato volontario, non riconoscendo però la premeditazione a compierlo.

Il suicidio di Marco Prato

Come già anticipato, Marco Prato si suicidò in carcere, in realtà già provò a togliersi la vita in un hotel di Roma poche ore dopo l’omicidio di Luca Varani. L’uomo espresse le sue ultime volontà ai genitori in un bigliettino: “Fate festa per il mio funerale anche se vorrei una cerimonia laica, fiori, canzoni di Dalida, bei ricordi. Una festa, dovete divertirvi. Mettetemi la cravatta rossa, donate i miei organi, lasciatemi lo smalto rosso alle mani. Mi sono sempre divertito di più ad essere una donna“. Nel messaggio, Marco invita a organizzare, almeno una volta alla settimana o al mese, un pranzo od una cena a cui avrebbero dovuto presenziare tutte le persone a lui più care.

- Advertisement -

Le ultime volontà di Marco Prato erano, in quell’occasione, una lunga festa, piena di gioia e di allegria. Un contesto molto diverso dall’indole sanguinaria e violenta manifestata dall’uomo nei confronti di Luca Varani. Nel testamento, Marco invita tutti a sentirsi Dalida “ogni tanto“. Inoltre, una volta terminata la festa “Mettete “Ciao amore ciao” … E ricordate tutti assieme i miei sorrisi più belli“. Alla fine, il 30enne chiede di buttare il suo telefono e di distruggerlo assieme ai suoi due pc, nascondendo i suoi lati negativi. Si congeda dai suoi lettori, chiedendo di non indagare sui suoi “risvolti torbidi” in quanto “non sono belli”.

Marco Prato si tolse la vita infilandosi in testa un sacchetto collegato da una bomboletta di gas, quelle che vengono solitamente utilizzate per le cucine nel corso dei campeggi. Il giorno dopo il suicidio, Marco Prato avrebbe dovuto affrontare una nuova udienza, per rispondere dell’omicidio di Luca Varani. Sicuramente, il suo percorso sarebbe stato più complesso a quello di Foffo, il quale aveva chiesto il rito abbreviato. Forse, la paura e l’insicurezza per il futuro spinsero Prato a concretizzare quell’atto estremo. Come avvenuto durante il primo tentativo, anche in tale occasione Prato lasciò un biglietto di addio: “Il suicidio non è un atto di coraggio, ne’ di codardia. Il suicidio è una malattia. E questa vita mi è insopportabile. Le menzogne su di me e su quella notte mi sono insopportabili”.

Manuel Foffo condannato a 30 anni: per la famiglia di Luca sono pochi

Per Silvana e Giuseppe, i genitori di Luca Varani, 30 anni sono pochi per Manuel Foffo: “Non vedo perché il caso di Luca deve essere sottovalutato. In tanti altri processi danno l’ergastolo, anche con il rito abbreviato, tanto sappiamo tutti come vanno le cose in Italia, non si faranno mai neanche 30 anni”. Per i genitori di Luca, l’omicidio del figlio fu pianificato. Luca Varani venne torturato e, secondo la famiglia di Varani, ci furono gli elementi di crudeltà, premeditazione e sevizie da parte degli assassini. Luca fu reso inoffensivo tagliandogli la gola per non farlo urlare e rompendogli le mani.

“Ucciso dai lupi”

Lo scorso anno, il padre di Luca Varani aveva dichiarato, nel corso di un’intervista riportata da Repubblica: “E’ stata l’ultima preda dopo tanta fatica dei lupi nel cercare una vittima a caso, hanno fatto 23 telefonate pur di trovare l’agnello sacrificale del loro piacere”. Manuel Foffo e Marco Prato, quella notte, avrebbero girato per le strade di Roma al fine di trovare una vittima con cui divertirsi. Il medico legale trovò sul corpo di Luca Varani numerosi tagli definiti “di dolore”. Il giovane, entrato nell’appartamento dei suoi aguzzini fu stordito da una soluzione sciolta nella coca cola chiamata Alcover.

Leggi anche: Alfredino Rampi, il tragico caso del bambino caduto in un pozzo

Marco Della Corte
Marco Della Corte
Sono nato a Capua (Caserta) il 4 agosto 1988. Da sempre amante, della letteratura, giornalismo, mistero, musica e cultura pop (anime, manga, serie tv, cinema e videogames). Ho mosso i primi passi su testate locali come Il Giornale del Golfo e la Voce di Fondi, per poi passare a testate più mainstream come Blasting News, Kontrokultura e Scuolainforma. Regolarmente iscritto presso l'ODG Campania come pubblicista, sono laureato in Filologia classica e moderna. Attualmente insegno come docente di materie umanistiche tra liceo classico e scientifico. Ah, dimenticavo: la cronaca nera è il mio pane quotidiano!