Sono parole toccanti, che arrivano al cuore di tutti noi, quelle pronunciate dallo scrittore Roberto Saviano nel giorno successivo alla morte del più grande calciatore che la storia del calcio mondiale abbia mai potuto regalarci.
“Non pensavo fosse mortale, invece mi accorgo solo oggi che era un uomo e non il Dio nel cui culto, da ragazzino (sono del ’79, avevo 7 anni quando arrivò il primo scudetto e 10 quando arrivò il secondo) vivevo”.
Saviano ricorda il Pibe de Oro sulle pagine de La Repubblica, e ci insegna come spiegare a chi non è di Napoli cosa Diego ha significato per loro: “L’insieme di tutto il meglio e il peggio che la mia terra ha generato. È tutto in quel bambino che sta giocando nel fango e quando gli chiedono cosa vorrebbe fare, risponde: giocare un mondiale e vincerlo. Come posso spiegare che Maradona è stato il riscatto? Il riscatto, sì. Il riscatto perché una squadra del Sud non aveva mai vinto uno scudetto, una squadra del Sud non aveva mai vinto una coppa Uefa, una squadra del Sud non era mai stata al centro dell’attenzione mondiale“. Era il riscatto, Diego Maradona. Il sogno che diventa realtà. L’emblema dell’impossibile che diventa possibile.
“Diego era perfetto per Napoli, era un argentino-napoletano, sembrava costruito per far innamorare questo popolo” continua Saviano. “Correva a giocare in un campo di patate ad Acerra nell’85, in uno dei suoi continui gesti di generosità. Il padre di un ragazzino che ha bisogno di un’operazione per salvarsi la vita chiede a Maradona di poter giocare per raccogliere dei soldi ad Acerra. Ferlaino, il presidente, non acconsente alla richiesta e Maradona paga una clausola da 12 milioni di lire nell’85 e gioca in questo campo di patate, fangoso, dicendo: ‘Si fottessero i Lloyd di Londra, io gioco lo stesso’.”
Saviano non dimentica però le pagine buie della vita di Diego. Anfratti nascosti tra le sue luci: “La Camorra ne comprende le debolezze, accede, gli fornisce il veleno, la coca, escort, lo tiene sotto estorsione. Il gossip vuole qualsiasi informazione su di lui e però c’è qualcosa che lo salva sempre: la voglia di giocare a calcio, un corpo incomprensibilmente unico, che nonostante i vizi, il poco allenamento, quando entra in campo non cade mai, non si ferma“.
Saviano poi si ferma a riflettere: “Cosa è stato per me Maradona? Beh, la prima risposta è: quello che starà provando mio padre. Non l’ho neanche chiamato. Il dolore che mio padre starà provando è infinito, come se fosse morto suo padre, come se fosse morto suo figlio, come se fosse morto l’amico più vicino. Maradona l’ha fatto stare bene”.
Ieri ci ha lasciati una leggenda. Ma come tutte le leggende, una cosa gli è garantita: non l’immortalità terrena, contro la cui inesistenza si sono infrante le aspettative del nostro Roberto Saviano. Ma una promessa ben più grande: la promessa dell’immortalità storica. E quella, al Pibe de oro, non potrà mai toglierla nessuno.











