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Stefano Cucchi e la lettera al padre: “La vita comincia ora”

Dopo tante battaglie e scontri finalmente ci siamo ritrovati, io con una nuova ed inaspettata voglia di vivere e di fare grandi cose come neppure immaginavo mesi fa, tu che, così grande (ma non di età), un costante punto di riferimento un uomo che forse non ha mai smesso di credere in me (forse l’unico)”. Recita così la lettera che Stefano Cucchi inviò al padre nell’agosto del 2006 e che oggi il padre di Stefano, morto nel 2009 a sette giorni dall’arresto, ha citato nel corso della sua testimonianza nel processo cui sono stati sottoposti otto carabinieri accusati di depistaggio. 

Capisci la vita comincia ora,” prosegue Stefano nella lettera “la nostra quella che ci stiamo costruendo insieme. Papà, io non credo che si possa vivere una seconda volta perciò godiamoci questa di vita ed affrontiamo insieme ogni traversia se ci sarà, solo così ci ritroveremo davvero”. 

La mamma di Cucchi dice: “Questa storia ci ha distrutto fisicamente ed economicamente, abbiamo passato momenti terribili“. Ricorda: “Stefano aveva dei problemi ed entrando in comunità per 4 anni, ne era uscito, lavorava col padre dalla mattina alla sera e si stava ricostruendo una vita“.

Era tornato quello che era sempre stato da piccolo, stava benissimo. Aveva una vita davanti. Da anni non soffriva di epilessia. Mangiava di tutto, era goloso, non era anoressico, sieropositivo, tutte cose inventate e inaccettabili“.

Per Giovanni Cucchi l’arresto del figlio fu “una doccia fredda“. “Porto sempre con me la lettera di Stefano per dimostrare che mio figlio teneva alla sua famiglia e noi a lui. Ilaria ha dovuto scrivere un libro per smentire che noi lo avessimo abbandonato”.

Ma Giovanni smentisce le dicerie sul conto della sua famiglia: “La sera dell’arresto nessuno gli ha rivolto brutte parole” ha raccontato il padre di Cucchi. “Certo, eravamo delusi. In tribunale l’ho visto col volto sfigurato, gonfio come una zampogna e con borse sotto gli occhi. In aula Stefano mi disse ‘papà, sono stato incastrato‘. Aveva la manette e buttandomi le braccia al collo mi disse ‘è finita’ e io ‘ti portiamo in comunità’.

Pochi giorni dopo Stefano muore: “Quando vedemmo il suo cadavere all’istituto di Medicina legale, io che lo avevo partorito per una frazione di secondo ho fatto fatica a riconoscere mio figlio” ha detto la madre. “Era dentro una teca di vetro, con una marea di poliziotti intorno, coperto solo da un lenzuolo fino al collo. Solo dopo abbiamo scoperto il resto del corpo, con le fratture dietro la schiena. Era uno scheletro con gli occhi mezzi aperti, la bocca aperta. Quello non era Stefano. C’era un poliziotto che girava intorno a quella teca scuotendo la testa come a dire ‘non è possibile’.”

Davanti a quel corpo abbiamo giurato che verità e giustizia sarebbero uscite fuori, l’avremmo fatto per lui.” 

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