“Storia sociale del tatuaggio”, il libro di Alessandra Castellani

Storia sociale dei tatuaggi

La storia del tatuaggio e le sue implicazioni sociali nel libro di Alessandra Castellani

Secondo la Bibbia, precisamente secondo il libro della Genesi, il primo tatuato della storia è Caino: Caino è colui che è stato segnato e tutta la sua discendenza sarà maledetta.
Il tatuaggio un tempo non era ammesso, nè particolarmente diffuso perchè concepito come un segno indelebile e deturpante per il corpo.
La Religione musulmana vieta tutti i tatuaggi permanenti, come spiegato da diversi ahadith del profeta Maometto: sono consentiti solo i tatuaggi temporanei fatti per mezzo dell’henna, pigmento organico di color rosso-amaranto, ricavato dalla pianta della “Lawsonia inermis”, in arabo “Henna”.
Nella tradizione araba e anche in quella indiana sono le donne a tatuarsi con l’henna, sia le mani che i piedi; molte spose vengono completamente tatuate in occasione della loro prima notte di nozze, e la sera prima delle nozze viene chiamata “Lelet al Henna”, ovvero, la notte dell’henna.
I tatuaggi d’henna sono estremamente decorativi, quasi sempre con motivi floreali stilizzati; quelli molto elaborati sono delle vere e proprie opere d’arte che hanno la durata media di qualche settimana.
Gli uomini musulmani, specialmente i fervidi praticanti sunniti, usano l’henna per tingersi i capelli, la barba, il palmo delle mani e dei piedi; agli uomini non è consentito fare tatuaggi decorativi neanche con l’henna.
C’è da aggiungere, inoltre, che tra i contadini egiziani (usanza molto probabilmente derivante dall’Antico Egitto) ed i nomadi musulmani sia le donne che i bimbi particolarmente belli, vengono tatuati in maniera permanente con dei piccoli cerchietti oppure delle sottili linee verticali, sia sul mento che tra le due sopracciglia.
È un’usanza, questa, di tipo scaramantico, in cui il colore con cui si tatuano è l’azzurro, il colore scaramantico per eccellenza fin dal tempo dei faraoni.
Altri popoli che svilupparono propri stili e significati furono quelli legati alla sfera dell’Oceania, in cui ogni particolare zona, nonostante le similitudini, ha tratti caratteristici ben definiti. Famosi sono i tatuaggi dei Maori, quelli dei popoli del monte Hagen, giapponesi, cinesi e gli Inuit anche se praticamente ogni popolazione aveva suoi caratteristici simboli e significati.
Nella zona europea il tatuaggio venne reintrodotto successivamente alle esplorazioni oceaniche del XVIII secolo, che fecero conoscere gli usi degli abitanti dell’Oceania.
Alla fine del XIX secolo l’uso di tatuarsi si diffuse anche fra le classi aristocratiche europee, tatuati celebri furono, ad esempio, lo Zar Nicola II e Sir Winston Churchill.
Anche il criminologo Cesare Lombroso si è occupato di questo argomento definendo il tatuaggio un segno inequivocabile di personalità propensa a delinquere.
La diffusione del tatuaggio in tutti gli strati sociali e fra le persone più diverse negli ultimi trent’anni relega tali considerazioni criminologiche a una pura curiosità storica.
E in questo suo libro, Alessandra Castellani analizza proprio le singole tappe della storia dei tatuaggi, a partire dai mirabili resoconti dei viaggiatori del Settecento che si sedimenta una rappresentazione esotica di remote etnie, in cui i tatuaggi svolgono un ruolo fondamentale nel definire l’alterità di popoli sconosciuti.
Il tatuaggio raggiunge il suo acme a metà degli anni settanta, con il trionfo del punk, quando appunto comincia a essere praticato e interpretato come un gesto che vuol dire ribellione.
In un’epoca come la nostra in cui imperano una profonda crisi economica e la disoccupazione giovanile, la teatralizzazione punk della precarietà avviene anche attraverso i tatuaggi, che ci si infligge arbitrariamente, in cui si ribadisce una condizione selvaggia e marginale.
Il tatuaggio è oggi inteso come un’affermazione della propria ed irripetibile identità, un marchio inciso sulla pelle che sfida il tempo e la caducità del vivere.

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