Uso e abuso dei social, pericoli e conseguenze

Una riflessione sul mondo dei social che riguarda tutti

Siamo costantemente connessi alla rete.

L’uso e abuso dei social nella nostra odierna società

Quando negli anni novanta guardavamo film ambientati nel futuro di certo non immaginavamo di ritrovarci costantemente con il naso sui nostri cellulari. Col tempo, abbiamo permesso alla tecnologia e ai social network di porsi al centro della nostra esistenza. Viviamo dunque in un mondo social-centrico in cui è lecito mettere in piazza ogni aspetto intimo delle nostre vite, a discapito di un’intimità familiare che stiamo perdendo.

“Preparatevi a vivere la vostra vita senza alcun rischio o pericolo. Potete vivere la vostra vita senza limitazioni, e divenire chiunque voi vogliate essere… nel comfort e nella sicurezza di casa vostra” .Tratto dal film “ il mondo dei replicanti, 2009)”. Se qualcuno di voi ha visto il film saprà che parla di un mondo distopico in cui uno scienziato, inventa degli avatar (definiti surrogati), identici agli umani.

Questi sono comandati a distanza da casa dalle persone che decidono di usarli, trasmettono tutte le percezioni dell’ambiente in cui vivono. Sicché, l’essere umano smette di uscire di casa e preoccuparsi della propria immagine o igiene personale, curando però maniacalmente il surrogato.

La realtà fisica in favore di quella virtuale

Se vogliamo conoscere i cambiamenti che una società sta attraversando dobbiamo studiarne l’arte, in tutte le forme, oggi una forma di arte è il cinema. Sono diversi i film che ci parlano dell’abbandono da parte dell’essere umano della realtà fisica in favore di quella virtuale. Qualche anno fa George Orwell, scriveva “1984”. (pubblicato nel 1949). Il racconto di una realtà in cui la vita degli abitanti è costantemente spiata da telecamere. Il potere controlla i cittadini anche nella loro vita privata, assicurandosi un controllo totale sulle loro vite.

Fa riflettere il fatto che anni fa la distopia fosse rappresentata dalla paura del controllo che strisciava anche nella vita più privata di ciascuno. Oggi non solo la distopia è diventata realtà, ma VOGLIAMO essere spiati costantemente. Ed è così che ogni esperienza, da una semplice cena romantica, ad una serata con le amiche viene VOLONTARIAMENTE messa in piazza, condivisa, per meglio dire. Evidentemente Orwell aveva sovrastimato l’essere umano che nel suo 1984 si ribellava e mal viveva il controllo costante, rimandando un’immagine di “eroe” che comunque difende la propria libertà.

Cosa è la distopia

Tutto ciò che per noi rappresenta una situazione indesiderabile, o spaventosa rientra nel termine ” distopia”. Dal punto di vista del “buon ” cittadino, distopica può essere una dittatura, cioè una realtà in forte contrasto con la propria idea di giusta etica o morale. Poiché siamo tutti diversi vi sarà facile immaginare che ognuno ha la propria idea di ciò che è distopico.

La febbre dei social ci ha resi schiavi dell’apparire

I social ci hanno reso dipendenti dalla rete, da internet, a sfavore di una reale esperienza di vita. Così, viviamo accorgendocene a malapena. Una spiegazione al fenomeno l’ha fornita Patricia Wallace (insegnante della Graduate School del Maryland Università College). Patricia si occupa di psicologia delle relazioni e dell’apprendimento e spiega:” Non possiamo dire di diventare una persona diversa online, ma proprio come ci comportiamo diversamente in spiaggia o in ufficio siamo influenzati dalle caratteristiche della rete. La maggior parte delle persone si costruisce e mantiene online una persona che è una versione in qualche modo potenziata di sé stessa, che valorizza le caratteristiche positive e smorza quelle negative, a volte creando veri e propri personaggi nuovi rispetto al reale, anche solo per provare qualcosa di diverso”. (Per approfondire https://www.illibraio.it/psicologia-internet-466767/).

Cosa spinge le persone a iscriversi e vivere costantemente nei social network?

Alcune ricerche di Samantha Bernardi e Ambrogio Pennati psicologi, hanno tentato di fornire risposte a queste domande. Recentemente hanno pubblicato sul sito web Brain Factor. I risultati di queste ricerche hanno spiegato le motivazioni che spingono così tante persone a iscriversi su Facebook o altre piattaforme. Sulla base della teoria dei bisogni di Maslow, i due psicologi hanno spiegato come i social network aiutino gli iscritti a soddisfare molti dei bisogni di cui necessitano: bisogno di sicurezza, bisogno di fare amicizia, bisogno di stima e autorealizzazione.

I social network forniscono inoltre l’illusione di non essere mai soli. Se ci si trova in casa, sul divano e ci si sente giù di morale, basta connettersi e in un attimo vediamo che ci sono molti utenti online come noi. Non siamo soli. In un attimo la realtà di casa ci sembrerà fredda e vuota, mentre Facebook, Instragram o Twitter, ci appariranno colorati, divertenti e pieni di gente.

L’uso di internet per rilassarsi, per non pensare ha sostituito tutte le attività che facevamo per staccare la spina

Non pensare si è rivelato così gratificante che facciamo in modo che succeda sempre più di frequente. Basta pensare quanto ci faccia sentire a disagio non avere la tv accesa, o la radio in casa e in macchina. Il silenzio significa stare soli con noi stessi, e spesso spaventa.

Il cambiamento è avvenuto quando un secolo fa la velocità è diventata un valore. Con l’avvento delle nuove tecnologie, l’uomo ha cominciato a doversi adattare alle velocità delle macchine e non il contrario. Essere veloci è divenuto sinonimo di essere vivi, giovani e pronti, la lentezza al contrario, essere vecchi.

Muoversi rapidamente significa vivere più intensamente. E non è mai stato vero come oggi. Tutti hanno la sensazione di non avere tempo, per cui questo tempo va massimizzato per non sprecarlo. E in questo lo sviluppo di internet si è inserito nell’esigenza di velocizzare, non perdere tempo a pensare, ricordare, a ragionare.

Ci pensa lui! Ma a che prezzo? guardare un film al cinema scorrendo il cellulare, non assaporare una cena prima di averla fotografata, assistere ad un concerto attraverso lo schermo di un cellulare, ci siamo dimenticati di vivere, di sentire, perché, in modo distopico, ad un certo punto è stato più bello FAR VEDERE che VIVERE.
“New York al Festival of Disruption, il regista David Lynch ha voluto che gli spettatori del suo incontro lasciassero fuori dalla sala i loro telefoni cellulari, convinto che la cosa migliore sia vivere il momento, senza l’assillo di riprenderlo e condividerlo, con i mezzi che oggi la tecnologia ci ha fornito.”

Le conseguenze per l’abuso dei social

Questi cambiamenti, hanno chiaramente degli effetti su di noi che siamo esseri in continuo mutamento. Intanto la dipendenza febbrile nel chiedere tutto a Google, dalle mappe, a “chi ha scoperto l’America” fino a “la data della fine della seconda guerra mondiale” potrebbe verosimilmente atrofizzare le nostre capacità di ragionamento e memoria. Avendo rinunciato al ragionamento in favore di una più rapida ricerca su internet che dà risposte immediate, fa in modo che noi diventiamo sempre più smemorati e cominciamo quindi ad essere “valorosi” a seconda del valore del nostro ultimo smartphone, perché LUI è potente, LUI fa foto bellissime, LUI è veloce e cerca risposte ad ogni esigenza.

Molto spesso la dipendenza dai social viene classificata come la malattia del millennio. In alcuni casi l’uso scorretto di internet può portare a una forma di abuso-dipendenza e in casi più casi gravi è addirittura necessario ricorrere all’aiuto di uno specialista.

Un’ulteriore conseguenza, figlia dell’abuso di queste piattaforme, è lo sviluppo della FOMO ( FEAR OF MISSING OUT). Si tratta di una forma di ansia sociale, la paura di essere esclusi e non vivere il meglio che si possa sperimentare. Si manifesta con il controllo ossessivo dei profili degli altri, per capire cosa stanno facendo e con il conseguente stato depressivo perché ci si sente esclusi. Secoli di evoluzione per arrivare a queste conseguenze, a stare male perché atrofizziamo il nostro cervello che non è più abituato a pensare e trovare strategie. Ci siamo davvero evoluti?

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