Brasile: la lotta all’AIDS passa anche per CASA VHIDA

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In Brasile, uno dei Paesi in cui l’AIDS rappresenta ancora una causa di morte significativa, con ripercussioni considerevoli sull’intera nazione, esiste una particolare realtà che opera tra la gente, muovendosi nelle strade tra viados e meninos de rua, questa è Casa Vhida.

A parlarci del suo Brasile e della sua associazione, ma soprattutto della sua quotidiana lotta all’HIV, è don Alfredo Dorea, che incontriamo a Roma ad inizio agosto, in occasione del suo sessantesimo compleanno. Pieno di vita, energico e carismatico, Alfredo dice subito che, alla sua età, non ha più tempo per arrabbiarsi o per portare rancore, per mentire o per compiacere, ma ha solo tempo per vivere.

Le sue parole sono quelle di chi la vita la vede da una prospettiva ben diversa rispetto a quella da cui la osserviamo noi ogni giorno. E non credo sia l’età a donare tanta saggezza, quanto piuttosto le esperienze fatte, il quotidiano incontro con la morte, che, se da una parte rattrista, dall’altra rinforza il nostro vivere nel qui e ora sempre al massimo dell’intensità emotiva, consapevoli del fatto che ogni attimo non è mai uguale ad un altro e che chi vedi oggi, domani magari non potrai più abbracciarlo, quindi il tempo per i rinvii è abolito.

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Sono le due facce dell’AIDS: un addio quotidiano e una promessa per l’eternità. Uno strano connubio da comprendere per chi vive immerso nella società dell’opulenza e del tutto possibile, la quale spesso spinge a dimenticare che la realtà è un’altra e fa così costruire la propria storia di vita attraverso una serie di appuntamenti mancati con il proprio destino.

Casa Vhida è un’associazione che opera in Brasile, per la precisione a San Salvador de Bahia, ossia in una angolo difficile di mondo dove il tasso di analfabetismo della popolazione locale è pari al 40%, la disoccupazione è un disagio condiviso e la povertà e la delinquenza sono fenomeni sociali fin troppo noti ai più.

Qui l’IBCM (l’Istituto di Beneficenza “Conceicao Macedo“) ha messo in atto un metodo di intervento integrato alla lotta all’AIDS, per cui oltre alle cure sanitarie, gli operatori del settore, supportati dai volontari di ogni parte del mondo che arrivano qui a prestare la loro opera, prestano anche supporto psicologico ai soggetti infetti ed alle loro famiglie, così da ridurre la discriminazione e l’emarginazione sociale.

Le strutture di Alfredo, che ha scelto di avere mini centri dislocati sul territorio piuttosto che ricoveri imponenti, che non farebbero altro che aumentare l’isolamento dei suoi utenti, favorendo inoltre immediatamente l’individuazione della loro collocazione, accolgono sia bambini, affetti da HIV, sia anche minori salvati da uccisione da parte dei loro stessi familiari. A questi si aggiungono, poi, tossicodipendenti, prostitute, senza dimora e viados.

Rispetto ai ragazzi, in alcuni casi si procede a dare alloggio e accoglienza, in attesa di un possibile reinserimento in famiglia (laddove questa esiste!), in altri, invece, si sono creati degli spazi occupazionali, come le fattorie, all’interno delle quali si portano avanti attività legate all’allevamento ed all’agricoltura.

Ma non è tutto. Casa Vhida ha messo su anche un’équipe di strada, che va a fare il test dell’HIV, ricercando il virus nella saliva e non nel sangue, perché molto più veloce come metodo, direttamente ai travestiti che lavorano di notte. Mezz’ora di tempo – questa la tempistica richiesta per avere la risposta del test – in cambio di una diagnosi, che, se positiva, può segnare non la fine di una vita, ma, piuttosto, l’inizio di una terapia e, quindi, di un processo di cura e di controllo dell’infezione. Alfredo batte molto su questo punto…la diagnosi di sieropositività non deve essere l’ennesima etichettatura da affibbiare a chi emarginato già sa di esserlo, ma  piuttosto un primo passo per annullare le distanze con la terapia.

Di questa speciale équipe oltre un volontario italiano fanno parte tre travestiti. E si, ma non semplici travestiti – perché spesso poi un’identità di genere, un orientamento sessuale particolare, che esula dall’eterosessualità, cancella il resto di un’esistenza, come ricorda ancora Alfredo -, ma persone competenti del settore: una è assistente sociale, una studente di psicologia e un’altra studente di legge.

Un altro mondo proprio, così lontano dal nostro. Qui tutto sembra permesso, ma in realtà poco è tollerato. Là, invece, tutto sembra così retrò e, invece, è così avanti rispetto a noi.

Un’ultima battuta non può ovviamente non riguardare i recenti Mondiali di calcio. Che cosa hanno portato al Brasile? Sorride qui Alfredo e senza un’ombra di rabbia o di ironia, constata solo che non hanno portato nulla alla popolazione, forse ai governanti si. Anzi, racconta di come la sera passassero per le vie della città le autopompe con gli idranti per bagnare le strade e di come lui, ingenuamente, avesse pensato si trattasse di un’opera di pulizia straordinaria, mentre era solo un’espediente per non far mettere a dormire per terra i clochard locali. O di come l’amministrazione cittadina si fosse premurata di sostituire le piante solite dei parchi con altre specie vegetali, scelte appositamente perché dotate di spine e, quindi, dissuasori naturali per chi in quegli stessi parchi fino a poche notti prima aveva sempre trovato conforto.

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E della grandissima sconfitta subita con la Germania cosa dire?Parliamo della partita?” puntualizza Alfredo. Perché certo che calcisticamente c’è poco da dire, ma la Germania è stata la sola squadra a lasciare un segno importante del suo passaggio in Brasile. Infatti, ha dato una grande lezione di civiltà al resto del mondo: il governo tedesco ha costruito in Brasile un albergo per ospitare i propri giocatori in occasione dei mondiali di calcio e poi, una volta finiti questi ultimi, lo ha donato alla comunità locale, per le persone meno abbienti.

Se non altro qualcosa è rimasto, allora…dell’incontro con Alfredo e con i suoi amici volontari e sostenitori a noi rimane la voglia di rivederli presto, perché la loro testimonianza di esperienze vissute in prima persona ci aiuta a non dimenticare. A non dimenticare che il mondo non è quello delle diete e della linea, dei costumi e dei trucchi, “dei nani e delle ballerine”, ma è anche quello della solidarietà, in cui ogni essere umano può finalmente tornare ad incontrare un suo simile, riconoscerlo e ricominciare da qui a ripartire per il proprio viaggio.

Un lancio di pop corn sigla il nostro arrivederci. In Brasile, infatti – come ci spiega Alfredo – si lanciano proprio pop corn nelle occasioni speciali per festeggiare tutti insieme, perché questi regalano allegria e sono scoppiettanti, così come è scoppiettante Casa Vhida, i cui volontari e operatori domani mattina torneranno nuovamente in strada per regalare un sorriso e una nuova speranza a chi deve inventarsi quotidianamente il proprio futuro.