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“C’era una volta il Giappone” al Museo Poldi Pezzoli

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Una selezione di netsuke e okimono del Museo Poldi Pezzoli, della collezione Giacinto Uboldo Lanfranchi(1889-1971) e delle foto fatte in Giappone nella seconda metà ‘800, una promozione delle importanti collezioni del Museo della Cultura di Lugano: è questo il contenuto della mostra “C’era una volta il Giappone-Fotografie e netsuke del XIX°secolo” presso il Museo Poldi Pezzoli, che resterà aperta al pubblico fino al 31 luglio ’17. Le opere sono prodotto di artigiani in relazione tra loro per stile e contenuti: scene di vita quotidiana, di paesaggi di un Giappone un po’ antico e ideale che poi ha dovuto fare spazio alla corsa della modernizzazione.

Si nota subito il rapporto profondo della gente con la natura: tutto ha un significato simbolico, dai fiori alle erbe, dalle piante ai frutti e ai funghi. Allora tutti i fiori erano collegati ad un particolare periodo dell’anno: la più importante era la peonia, poi venivano il loto, il crisantemo e infine il pruno, che rappresentavano le diverse stagioni, primavera, estate, autunno e inverno.

Il kimono, l’abito tradizionale, non aveva tasche: gli oggetti venivano messi in dei contenitori appesi alla cintura, i “sagemono”, oggetti sospesi legati con una cintura,“himo”, stretto da un anello,”ojime”. Tutto questo era fermato dal “netsuke“. I primi netsuke cominciarono ad essere usati verso la fine del ‘500, oggetti semplici, presenti nella natura: una radice, un corallo,etc. Poi iniziarono ad essere lavorati prima in legno, poi con una decorazione in rilievo,”manjù“. Nel 1600 erano già molto più raffinati e fantasiosi. Vi si applicavano artisti di ogni genere: intagliatori, scultori di bambole e maschere…, che lavoravano con materiali spesso rari. Così divennero dei veri e propri oggetti d’arte, come dei piccoli gioielli.

Già a metà dell’800 però incominciavano a sparire molti abiti tradizionali per essere sostituiti da quelli occidentali. Cosi i netsuke, avendo perso la loro funzione originaria, continuarono ad essere realizzati su richiesta di collezionisti europei o americani...Nella seconda metà del XIX°secolo, inoltre fece il suo ingresso la tecnica fotografica, che si fuse con l’arte dei maestri pittori locali. Così, attraverso una nuova tecnica venivano attuate stampe fotografiche particolarmente belle e molto somiglianti al vero, tanto che era difficile distinguerne alcune dalle foto vere.

Più di un migliaio di artisti giapponesi e occidentali vi si applicarono, riproducendo così il fenomeno della “modernizzazione forzata del periodo Meiji (1868-1912)“, che pian piano trasformò la società ancora medioevale di allora in quello che divenne un moderno paese industrializzato. Così i turisti occidentali poterono tornare con le immagini indelebili del Giappone dell’epoca, che talvolta venivano raccolte in album intarsiati di materiali pregiati.

Venne dato risalto alle foto dei fiori tradizionali, gli ogawa,separando la pittura dalla fotografia, che divenne anch’essa un’arte eterna. Si trovano statuine in avorio, ceramica, legno, che raffigurano crisantemi, fiori di loto, animali come pesci, lumache, e poi arti e mestieri: il guardiano del tempio, i lucidatori di specchi, i pescatori...scene di vita quotidiana, come le donne che preparano il thè, di viaggio, per finire con la moda del fumo, rappresentata da un magnifico ritratto di donna con la pipa.

Grazia Paganuzzi

 

Grazia Paganuzzi

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