Essere donne ai tempi dell’Isis

A guardarle, queste donne che abitano nelle aree controllate dallo Stato Islamico, lasciano mille interrogativi insoluti. Camminano sotto veli multistrato e sotto un cielo carico di terrore, avvolte in abiti larghissimi sebbene le costringano a sottostare a misure sempre più dure, sempre più restrittive.

Secondo quanto riportato dal quotidiano Guardian, le donne di Raqqa e Mosul non possono lasciare le proprie case e uscire se non in compagnia di un uomo col compito di sorvegliarle, il mahram. Le regole vengono applicate alla lettera dalla polizia religiosa, l’Hisbah.

Queste le notizie riportate a un mese dalla pubblicazione del manifesto “Donne dello Stato Islamico”, emesso direttamente dall’Isis, che chiarisce la posizione della donna all’interno di un sistema drasticamente muto e chiuso. Donne che possono essere date in mogli a nove anni, anche se idealmente potrebbero attendere i 16-17 anni. Non donne, ma bambine strappate a un’infanzia e gettate in pasto a un mondo fatto e pensato per soli uomini.

Un sistema senza voce, senza occhi che sappiano raccontare esistenze, passioni, desideri, punti di vista differenti perché ben nascosti sotto veli d’obbedienza che sono prigioni.

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