Flussi migratori e invasioni barbariche: una lezione dall’antica Roma

Dal "Festival della Filosofia" di Modena, una "lectio magistralis" su come Roma gestì i flussi migratori. Cosa apprendere e cosa evitare

Quadro di Jean-Léon Gérôme dal titolo "Pollice verso" (1872)

Il Festival della Filosofia di Modena, evento ormai di risonanza internazionale e giunto alla XIX edizione, proporrà sabato prossimo un’interessante “lectio magistralis” del professor Ivano Dionigi dal titolo: «La lezione dell’Antica Roma sui migranti. Solo chi sa includere i barbari diventa grande». Nell’ottica d’offrire l’interpretazione comune oggi a tanti storici, si ricorda il fenomeno delle “invasioni barbariche”, che decretarono la fine dell’Impero Romano d’Occidente e che, in qualche aspetto, possono trovare parallelismi con gli accadimenti attuali.

Le diverse visioni degli storici nel tempo

Quelle che si definirono le “Invasioni barbariche” sono il classico esempio di come gli interessi degli storici cambino a seconda delle epoche, alle preoccupazioni del presente e agli orientamenti politici. Per moltissimo tempo, il termine “Invasioni barbariche” ha voluto significare come i popoli germanici avessero sommerso e distrutto il mondo romano. Per gli storici dell’800, e anche per quelli della prima metà del ‘900 specialmente se francesi o italiani, questa sembrava l’interpretazione corretta poiché, credendo loro di essere i discendenti degli antichi romani, s’identificavano con un mondo aggredito da chi non vi apparteneva, vi era estraneo. Dall’altra parte, gli storici tedeschi, che vedevano se stessi quali discendenti dei barbari, s’identificavano con i popoli migratori che cercavano un nuovo futuro e furono traditi dai romani.

Quali problemi produce l’immigrazione incontrollata?

Oggi noi mettiamo in discussione le identità etniche, quali motore principale della storia, e non diamo più molta importanza alle identità nazionali, alle razze; il nostro presente, però, ci suggerisce altri aspetti e pone il problema dell’immigrazione, della sicurezza e, non ultimo, della sopravvivenza di una civiltà che fonda le sue origini nella cristianità. È un problema non solo delle popolazioni che per guerre, carestie o semplicemente nella speranza di trovare una condizione economica migliore decidono di muoversi, ma anche di chi deve accoglierli, quali scelte deve operare affinché l’accoglienza sia efficace e l’immigrazione risulti, nel medio termine, una risorsa e non provochi, invece, un disastro.

Prima d’essere “invasioni” furono “migrazioni”

Sulla base della situazione odierna, anche lo sguardo verso le “invasioni barbariche” è cambiato. Ci siamo resi conto che, prima di diventare “invasioni”, i movimenti dei popoli germanici verso l’Impero sono stati migrazioni; ci siamo accorti che per secoli, a partire da Marco Aurelio e quindi dalla fine del II secolo fino al IV secolo, l’Impero Romano ha accolto in massa i profughi e, in alcuni momenti, è addirittura andato a prenderli per deportarli verso Roma. Questa decisione ha un unico motivo: aveva bisogno di uomini.

L’immigrazione al tempo di Roma: un successo

Fin dalla “Peste Antonina”, la grande epidemia di vaiolo che attraversò l’Impero, spopolò le campagne e svuotò le caserme, l’Impero necessitò sempre più di frequente di contadini per coltivare la terra e di soldati per rinsanguare le unità militari. L’immigrazione nell’Impero Romano è un modello di successo; per molto tempo, i romani integrano energicamente gli immigrati e sulla loro gestione e organizzazione del fenomeno avremmo molto da imparare oggi.

Nell’impero non esisteva “l’opinione pubblica”

Le analogie tra il nostro tempo e quello di Catullo, naturalmente, non sono complete: l’Impero Romano si muove in un contesto dove non esiste l’opinione pubblica, nessuno può protestare. Se Costantino decide d’importare in Italia 300 mila Sàrmati, distribuendoli tra varie regioni, non si leva una sola voce di diniego. È chiaro che, in queste condizioni, sia più facile gestire una politica sull’immigrazione, ma possiamo ugualmente fare tesoro di alcune scelte.

Lo straniero doveva desiderare la cittadinanza romana 

L’Impero Romano impone agli immigrati una totale adesione a quelli che oggi chiameremmo i “valori” della nostra democrazia, della nostra Costituzione. Lo “straniero” deve volersi integrare, perché accetta le regole di chi lo accoglie e i romani legittimano questa richiesta offrendo concrete possibilità d’integrazione e di successo. Dal tempo di Costantino in poi, l’esercito romano è composto in parte da immigrati, che salgono ai ranghi superiori del comando. Si è calcolato che, tra il IV e il V secolo, la metà dei generali romani, siano di origine barbarica, figli di immigrati.
Un impero è anche questo: la capacità di accogliere e di integrare. Se l’operazione è gestita bene, l’immigrazione non è una debolezza, ma una forza. La storia dell’Impero e dell’immigrazione che subì, tuttavia, ci ricorda anche che, ad un certo punto, Roma non seppe più gestire questo flusso migratorio, perché troppo imponente.

La battaglia di Adrianopoli

Le “invasioni barbariche” hanno una data precisa: il 378 d.C., la battaglia di Adrianopoli, quando i Goti sconfiggono e uccidono l’Imperatore d’Oriente, Valente. Ma quei Goti non sono invasori provenienti da fuori i confini: sono profughi, che due anni prima l’Impero ha accolto per mancanza di manodopera e legionari.

L’accoglienza si trasforma in business

Non rispetta gli accordi con i loro capi, sistemandoli in campi profughi senza alcuna assistenza. Lo Stato aveva stanziato dei fondi per garantire vitto e alloggio a questa popolazione, ma i generali romani intascarono i sesterzi, trasformano l’accoglienza in un business e costrinsero i Goti a pagare un tributo, per poter avere i generi di prima necessità e sopravvivere.

In questo contesto è maturata una ribellione, che poi ha dato inizio alle invasioni e al crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Anche da questo sviluppo c’è molto da imparare.

Massimo Carpegna

Potrebbero interessarti anche