Grecia, per Varoufakis i creditori fanno terrorismo

atene-banche-chiuse-770x432Domani, domenica 5 luglio, i greci saranno chiamati a scegliere, con un referendum, se continuare ad accettare i diktat dell’Unione Europea, delle banche e dei vertici dell’austerity o rinunciarvi, compiendo un salto nel vuoto.

I sondaggi danno un testa a testa tra i due fronti, ma, ieri sera, la piazza Syntagma, dove era radunato il comitato per il “No” (OKI), pareva molto più piena di quella contrapposta, davanti allo stadio del Panathinaikos, per il “Sì” (NAI). Erano presenti i due leader dell’attuale Grecia, il premier Alexis Tsipras, della sinistra radicale di Syriza, il transfuga del Partito Comunista Greco che ha trasformato un movimento critico nei confronti dell’ortodossia del KKE in una compagine di governo, tra i sostenitori del “No”, e il suo predecessore di centrodestra Antonis Samaras, di Nuova Democrazia, l’ex ultranazionalista che voleva annettere, negli anni ’80, la Macedonia alla Grecia, poi passato alla causa europeista e del rigore firmato Merkel e Hollande, tra quelli del “Sì”. Le due folle non si sono mai incontrate e l’unico momento di tensione si è verificato quando un gruppo di anarchici con bastoni e caschi integrali ha cercato di entrare in piazza, respinto dai lacrimogeni della Polizia. Tsipras ha parlato di un popolo stanco, di rigore e di austerity, stanco di diktat e di anatemi di Bruxelles, prostrato da una trattativa estenuante e da anni di povertà: un popolo che lotta senza armi ma solo con la forza della piazza, quel popolo greco da cui è nata la democrazia e da cui scaturiscono le basi della civiltà odierna. Consapevole che, in caso di vittoria del “No”, nulla sarà più come prima, il giovane premier sempre senza cravatta ha anche avvisato i creditori che la Grecia non uscirà dall’Euro né dall’Europa, ma vorrà un’Unione diversa e meno “rigorista”. Opposto il ragionamento di Samaras, che ha accusato Tsipras di non pensare a milioni di greci e che ha ribadito la necessità di essere europei e in Europa, anche a patto di nuovi sacrifici “lacrime e sangue”.

La migliore risposta ai creditori internazionali l’ha data, però, il ministro dell’Economia Yannis Varoufakis: l’economista che, per anni, ha studiato negli Stati Uniti, in un’intervista a El Mundo, ha definito “terrorismo” la loro strategia e ha detto che costoro puntano a una vittoria del “Sì” per umiliare i greci. Queste le parole del ministro: “Quello che stanno facendo con la Grecia ha un nome: terrorismo. Perché ci hanno costretto a chiudere le banche? Per instillare la paura nella gente. E quando si diffonde il terrore, questo si chiama terrorismo. Ma confido sul fatto che la paura non vinca. Quale che sia il risultato del referendum, lunedì ci sarà un accordo, di questo sono assolutamente sicuro, perché l’Europa ha bisogno di un accordo, la Grecia ha bisogno di un accordo e raggiungeremo un accordo. Qualora dovesse vincere il `sì´, Atene avrà un accordo non solo cattivo, ma assolutamente nefasto. Nefasto perché insostenibile. Se invece dovesse vincere il `no´, il premier greco Alexis Tsipras potrà proseguire il negoziato per arrivare ad accordo migliore, ma non fraintendetemi. Se vince il `no´, non avremo un accordo fantastico per niente, ma possiamo arrivare a qualcosa che non è così cattivo come quello che ci propongono”.

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Varoufakis, in coerenza con la sua dichiarazione di dimissioni in caso di vittoria del “Sì”, ha confermato la sua intenzione dicendo di non voler essere complice di un accordo che è un male per la Grecia e per l’Europa. Secondo il ministro, in questo momento in cui i movimenti di sinistra radicale, simili a Syriza, stanno prendendo corpo in Spagna, con Podemos, l’Europa vorrebbe fare della Grecia un esempio per gli altri, come minaccia. Ai vertici, partiti come Syriza e Podemos fanno paura perché sono europeisti e democratici ma nello stesso tempo contro il sistema.

Secondo il Financial Times, i greci potrebbero perdere il 30% dei loro depositi (sui conti bancari oltre gli 8.000 euro) per salvare gli istituti di credito: per Varoufakis, tutto ciò non è altro che frutto di calunnie, come ha avuto modo di dire anche il direttore dell’Unione Bancaria Greca: le banche elleniche, infatti, sono chiuse da giorni.

Stefano Malvicini

 

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