Diritto

Hai ottenuto il Reddito di cittadinanza con una dichiarazione falsa? La Cassazione chiarisce quando si rischia il carcere

La Corte di Cassazione fa chiarezza sulle false dichiarazioni per ottenere il Reddito di cittadinanza e sui casi in cui è previsto il carcere

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Per anni si è pensato che bastasse un errore nella domanda per il Reddito di cittadinanza per finire sotto processo. Le decisioni più recenti della Corte di Cassazione raccontano però una realtà diversa. Non ogni omissione o inesattezza porta automaticamente a una condanna: tutto dipende da quanto quella dichiarazione abbia inciso sull’ottenimento del beneficio.

Il tema continua a essere attuale anche oggi. Sebbene il Reddito di cittadinanza sia stato sostituito dall’Assegno di inclusione, i procedimenti relativi alle domande presentate quando la misura era ancora in vigore sono tuttora pendenti e continuano ad arrivare fino in Cassazione.

Cosa prevede la legge

La disciplina è contenuta nell’articolo 7 del decreto-legge n. 4 del 2019, convertito nella legge n. 26/2019. La norma punisce chi presenta dichiarazioni false oppure omette informazioni necessarie per ottenere il Reddito di cittadinanza. La pena prevista è particolarmente severa: la reclusione va da due a sei anni, oltre alla revoca del beneficio e all’obbligo di restituire le somme percepite senza averne diritto.

Fin dall’introduzione della norma, però, è sorto un dubbio: qualsiasi dato non dichiarato costituisce reato oppure è necessario qualcosa di più?

Il principio fissato dalla Cassazione

Su questo punto la Corte di Cassazione ha tracciato un confine molto preciso. I giudici hanno spiegato che il reato non nasce automaticamente ogni volta che nella domanda compare un’informazione inesatta. Per arrivare a una condanna bisogna verificare se quella dichiarazione falsa, oppure quell’omissione, sia stata davvero decisiva per ottenere il Reddito di cittadinanza o per percepire un importo superiore a quello spettante.

In pratica, il giudice deve accertare che il richiedente abbia nascosto consapevolmente un elemento essenziale per superare i controlli previsti dalla legge.

Questo orientamento è stato ribadito anche dalle Sezioni Unite della Cassazione, che hanno chiarito come il reato richieda un preciso intento: ottenere un beneficio economico che, senza quella falsa dichiarazione, non sarebbe stato riconosciuto.

In altre parole, non è sufficiente un semplice errore. Può capitare che una domanda contenga un errore materiale oppure una dimenticanza che non modifica i requisiti richiesti per ricevere il sussidio. In situazioni di questo tipo non è automatico parlare di responsabilità penale.

Diverso è il caso di chi omette informazioni fondamentali, come redditi, patrimoni, attività lavorative o altri elementi che avrebbero impedito la concessione del beneficio oppure ne avrebbero ridotto l’importo.

La Consulta conferma la linea

Anche la Corte costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla disciplina del Reddito di cittadinanza.

Con la sentenza n. 35 del 2026 ha escluso che la pena prevista dall’articolo 7 sia in contrasto con la Costituzione.

Secondo la Consulta, il legislatore ha potuto prevedere una sanzione così elevata perché il Reddito di cittadinanza era finanziato con risorse pubbliche destinate alle persone in reale difficoltà economica. Chi ottiene il beneficio attraverso dichiarazioni false sottrae fondi che dovrebbero andare a chi ne ha effettivamente bisogno.

Per questo motivo la pena da due a sei anni è stata ritenuta proporzionata alla gravità della condotta.

Il reato resta anche dopo l’abolizione del Reddito di cittadinanza

L’eliminazione del Reddito di cittadinanza non ha cancellato i procedimenti già avviati. Chi avrebbe ottenuto il beneficio con dichiarazioni false quando la misura era ancora in vigore continua a essere giudicato sulla base della normativa esistente al momento dei fatti.

La Corte costituzionale ha chiarito che non si è verificata alcuna abolizione del reato: le indagini e i processi possono quindi proseguire fino alla loro conclusione.

Cosa deve provare l’accusa

Nei processi non è sufficiente dimostrare che nella domanda fosse presente un dato inesatto. L’accusa deve provare che quella dichiarazione falsa o quell’informazione omessa abbiano avuto un ruolo determinante nella concessione del Reddito di cittadinanza e che il richiedente fosse consapevole di ottenere un vantaggio economico non spettante.

Questo segna la linea di confine fra una semplice irregolarità amministrativa e una responsabilità penale.

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