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Igiene ed economia: miscela esplosiva cinese

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L’evoluzione dell’epidemia da coronavirus ha messo in luce che igiene ed economia possono essere, in effetti, una miscela esplosiva cinese ma estendibile ad altri continenti ormai interconnessi a livello economico e finanziario.

Igiene ed economia: miscela esplosiva cinese in un mare di contraddizioni

L’aspetto dei problemi igienici lo riassume Federico Giuliani su Inside over e il problema in Cina è, a dire il vero, la divaricazione macroscopica tra le grandi areee urbane e le campagne dell’immensa area interna. La Cina, infatti, ha avuto una crescita impetuosa negli ultimi vent’anni, ma a macchia di leopardo e le nuove tecnologie si mescolano a pratiche antiche e difficili da estirpare.

Lo stile di vita delle campagne, dove vive circa il 40% della popolazione, pari quindi ad quasi 600 milioni di persone, è, a dire il vero, profondamente diversa da quella delle megalopoli e dei centri finanziari del Paese lungo le fasce costiere.

In effetti, il regime cinese vorrebbe imporre misura igieniche draconiane nei mercati ma, pur avendo già imposto molte restrizioni, non può impedire tutto pena la mancata sopravvivenza dei piccoli allevatori e rischio di rivolte. Ecco perché  igiene ed economia sono la miscela esplosiva cinese.

Igiene ed economia: miscela esplosiva cinese fra tradizioni antiche e rischi di rivolta

Il rischio di scatenare sommosse popolari tra chi si sostenta, vendendo di tutto nei mercati, è lo spauracchio del regime cinese che, di conseguenza, tollera che animali vivi convivano con quelli appena macellati, in una promiscuita di fluidi che di igienico non ha nulla.

Wuhan è una megalopoli di 11 milioni di abitanti, e come tutte le altre città cinesi, è immersa nella tecnologia. Eppure, in pieno centro, le persone acquistano animali vivi che spaziano dai serpenti, ai pipistrelli, senza dimenticare porcospini e persino koala, perché non manca l’attività di contrabbando.

L’uso di offrire il sangue da bere dal collo degli animali uccisi è ancora una pratica diffusa e i controlli sanitari sono blandi o inesistenti, mentre nelle campagne, come spiega Giuliani, non ci sono allevamenti e produzioni su larga scala.

I contadini hanno quindi piccoli appezzamenti, allevano pochi maiali o vacche  e solo con quelli riescono a sopravvivere in mancanza, a dire il vero, anche di controlli capillari a livello veterinario di tipo occidentale.

Igiene ed economia: miscela esplosiva cinese e ripercussioni sulla crescita

Le conseguenze del coronavirus sono pesantissime per la Cina che ha messo di fatto in quarantena oltre 56 milioni di persone, i contagiati sono già 7.800 e si registrano casi anche in Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Vietnam, Cambogia, Singapore, Malesia, Thailandia, Nepal, Australia, Francia, Germania, Canada e Stati Uniti.

L’epidemia partita da Wuhan ed estesa, in particolare, nella regione dell’Hubei ha coinvolto anche le altre principali città cinesi e qui cominciano anche i problemi economici.

L’are più colpita si trova infatti nel cuore della Cina ed è strategica per i collegamenti ferroviari lungo l’asse Est-Ovest e Nord -Sud, inoltre comprende il territorio attraversato dal fiume Yangtze che è il più lungo dell’Asia.

Yangtze o fiume azzurro è il più importante per le comunicazioni e lo sviluppo commerciale ed è considerato in definitiva il confine tra Cina settentrionale e quella meridionale. Le aree fertili del delta generano il 20% del Pil cinese. Il coronavirus può quindi assestare un colpo pesante in un’arteria vitale del Dragone, quindi igiene ed economia sono la miscela esplosiva cinese.

L’importanza strategica di Wuhan

Come spiega Andrea Muratore, Wuhan ha 11 milioni di abitanti ed è un terminale nevralgico proprio nei commerci con il resto dell’Eurasia. La città è un nodo strategico non solo per le comunicazioni terrestri ma anche per quelle aeree, perché vanta un aeroporto da 25 milioni di passeggeri l’anno, cinque autostrade e collegamenti ferroviari ad alta velocità con le altre metropoli cinesi.

Per questo motivo, si teme un effetto psicosi che possa colpire pesantemente il Pil cinese e internazionale, dato che i mercati finanziari non sono razionali, ma sensibili a notizie gravi come un’epidemia perché può provocare ripercussioni internazionali con conseguente perdita di fiducia da parte degli investitori.

La Cina rischia la recessione

Il mondo guarda con crescente preoccupazione l’evolversi dell’epidemia e i voli da e verso la Cina sono di fatto bloccati. Ultima in ordine di tempo è la Russia che ha chiuso, in definitiva, il confine orientale.

Pechino non è in effetti da meno con l’ordine di blocco dei trasporti pubblici in numerose città, controlli a tappeto in tutto il Paese, chiusura di musei e attrazioni turistiche, comprese la Città Proibita e alcuni tratti della Grande Muraglia.

Secondo i dati di Bloomberg, il governo cinese, ha inoltre ordinato a tutte le agenzie di viaggio di interrompere la vendita di tour interni e internazionali. Di conseguenza, il contraccolpo economico può far calare il Pil in modo significativo e fa di conseguenza temere una fase di crisi in quella che, fino a pochi anni fa, era l’economia in crescita più tumultuosa del pianeta.

La ripercussione economica internazionale

Alcune multinazionali hanno alzato bandiera bianca e Federico Giuliani cita i casi di McDonald’s, che ha chiuso i punti vendita nella zona rossa, e di Starbucks, che calerà molto presto le serrande di tutti i suoi bar. Inoltre, Ikea ha deciso la chiusura di 30 punti vendita.

E’ quindi evidente che l’asse trainante dell’economia cinese siano proprio i consumi interni che hanno retto, in definitiva, abbastanza bene anche durante la crisi dei dazi, ma ora caleranno drasticamente con rischio di recessione.

Tutto questo segna anche un contraccolpo per i marchi del lusso italiano e francese ma il problema non  riguarda solo abbigliamento e calzature griffate, perché l’Italia esporta in Cina anche molti macchinari industriali e l’epidemia può rallentare l’interscambio con conseguenze negative per il nostro settore meccanico.

Le ripercussioni in Africa del virus cinese

Dopo il primo caso di coronavirus in Costa d’Avorio, che ha colpito una studentessa di ritorno dalla Cina, l’allarme è quindi scattato anche in Sudafrica, Nigeria, Etiopia, Ghana, Kenya, Ruanda, Zambia e Uganda.

Molti Paesi africani hanno una situazione interna precaria e risorse limitate, quindi non sono molto affidabili nei controlli. Inoltre, le compagnie aeree di Algeria, Etipopia, Kenia e Sud Africa hanno scambi intensi con la Cina e viceversa.

Pechino investe miliardi di euro nelle infrastrutture africane e ne inonda i mercati con tonnellate di prodotti. Per questo motivo, la Nigeria ha allertato le autorità sanitarie, essendo il Paese più popoloso dell’Africa e secondo importatore di merci cinesi.

Il guaio è che prima del capodanno cinese, molti studenti africani sono tornati in patria e possono aver infettato altri viaggiatori prima che la notizia del coronavirus si diffondesse. Con il rischio che anche fra i migranti, desiderosi di approdare in Europa, ci siano persone contagiate e sfuggite ai blandi controlli nei Paesi di provenienza.


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