Informatica ai tempi del razzismo: cosa cambierà

Eliminate dai linguaggi di programmazione parole politicamente scorrette

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Stiamo vivendo in un periodo storico di grave crisi etica e morale, dopo sono in aumento gli episodi di razzismo, bullismo e misoginia. Questo probabilmente, perché molti non riescono a superare determinate ideologie o pregiudizi, considerando veritieri gli stereotipi di genere e razza, e incentivando così i crimini d’odio di stampo xenofobo. Si sente dunque il bisogno di stemperare la situazione mediante censure e adeguamenti di tipo “politically correct”. Sulla scia delle numerose iniziative e proteste per il superamento dei preconcetti e la lotta al razzismo (si veda il movimento “Black Lives Matter”), anche nel campo dell’informatica stanno avvenendo diversi passi avanti. Tanto che ora, persino i linguaggi di programmazione dei computer si adeguano alla situazione.

Come cambia il linguaggio dell’informatica

Sembra che molte aziende informatiche abbiano deciso di eliminare dai codici di programmazione i riferimenti che potrebbero essere collegati al razzismo. Tra queste aziende, sono comprese anche Linux, Google e Microsoft.

Proprio il creatore di Linux, Linus Torvalds, ha stilato delle linee guida da seguire. Tra le altre, le più importanti saranno anzitutto, la sostituzione delle parole “master”, “slave”. Queste, servono ad indicare un hardware principale (letteralmente master= padrone) e uno dipendente da questo (slave=schiavo). Le due parole, riconducibili alla terminologia di stampo razzista, saranno sostituite con “primary/secondary” o “leader/follower”.

Per quanto riguarda i termini ‘”whitelist” e “blacklist”, cioè le liste di chi può (o non può) accedere a una certa risorsa, Linux suggerisce di eliminare la vecchia associazione “nero = cattivo” e “bianco = buono”. Le alternative proposte sono “denylist” e “allowlist” o ancora “blocklist” e “passlist”.

Su questo argomento, ci sono anche diverse strutture statunitensi che stanno cercando di portare avanti la linea del politicamente corretto. Ne è un esempio il MIT di Boston, che ha messo offline un enorme database usato per “addestrare” le intelligenze artificiali, dato che conteneva parole razziste e misogine.