Società e cultura

L’OMS è preoccupato dell’impatto psicologico delle chiusure scolastiche

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Durante la videoconferenza con Lucia Azzolina, l’organizzazione ha sottolineato l’importanza della didattica in presenza.

I problemi della DAD

Non è una novità che siano molte le voci che spingono per la riapertura delle scuole affinché le lezioni possano essere seguite in presenza.
Sono infatti state molte le testate giornalistiche che nelle scorse settimane hanno riportato le difficoltà di molti studenti a cui mancano i mezzi per la DAD.

La didattica a distanza necessita appunto di una rete internet abbastanza stabile e di strumenti quali computer o tablet: cose che possono sembrare scontate per alcuni, ma che per altri sono veri e propri lussi.
In tal senso il governo si era già mosso alcuni mesi fa rendendo disponibile la richiesta di 500 euro utili all’acquisto delle tecnologie minime per l’accesso alla DAD.
Come sempre però le cose semplici non sembrano essere di casa, e la richiesta del bonus deve passare per il proprio operatore prima che il Governo possa erogarlo. Insomma passi burocratici che rallentano il tutto assieme al gran numero di richieste difficile da diluire.

Ora ai problemi logistici di questa didattica da casa si aggiunge quello psicologico che non deve essere sottovalutato dai governi europei.

Le ripercussioni psicologiche

A dirlo è stato nelle scorse ore l’OMS, che, su richiesta della ministra Azzolina, ha accettato di partecipare a un meeting per confrontarsi con le politiche scolastiche degli altri Paesi.
L’organizzazione ha subito avuto parole di elogio per il Governo italiano. La lotta per il mantenimento delle scuole aperte è infatti piaciuta all’OMS, che ha sottolineato i danni che un’istruzione da casa può portare agli studenti.

Oltre a quello risaputo della dispersione scolastica, non sono infatti da sottovalutare le conseguenze che una chiusura prolungata degli Istituti può portare agli studenti.
L’organizzazione non è però la prima a parlarne.

Era infatti già stato l’ordine degli psicologi a definire insostenibili alcune nuove misure restrittive, sia per i lavoratori che per gli studenti italiani.
In particolare era stato Federico Bianchi, psicologo, a parlare del rischio di diffusione della “sindrome della capanna” tra i giovani.

La sindrome, causata direttamente dall’obbligata lontananza dai compagni di scuola, porta a difficoltà nelle relazioni sociali e al chiudersi in casa, come fosse appunto una capanna.
Inutile dire che un problema simile potrebbe avere gravi ripercussioni soprattutto tra i più giovani che dovrebbero invece aver la possibilità di sviluppare le tendenze e capacità sociali fondamentali.

Le tesi di chi vuole riaprire le scuole sono poi sostenute dal numero dei contagi, minimo se si tiene in considerazione la quantità di persone, tra studenti e personale, che fanno parte del sistema scolastico.

La scuola oltre a dover insegnare dovrebbe essere anche luogo di ritrovo e confronto, compito impossibile se la situazione rimanesse come quella odierna.

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