Storia di un’infermiera nel Centro Accoglienza Richiedenti Asilo

“Giuro di mettere la mia vita al servizio della persona umana, [..] di curare tutti i malati con uguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica. [..]”

Due anni fa, mentre pronunciavo il “mio” giuramento, non avrei mai immaginato che, di lì a poco, i miei primi pazienti sarebbero state tutte persone con religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia differenti dalle mie.

Non avrei mai immaginato di trovarmi a fare un prelievo ad un bambino siriano terrorizzato; terrorizzato probabilmente non da quell’ago ma dal ricordo assordante delle esplosioni, dei corpi dilaniati, delle case distrutte, della guerra e di tutto ciò che essa comporta; terrorizzato dal ricordo del viaggio su un barcone, al freddo, con i piedi nudi in una pozza d’acqua sporca. Non avrei mai immaginato di dovermi trovare a spiegare ad un uomo iracheno come effettuare il trattamento anti-scabbia e sentirmi dire, con gli occhi lucidi, “lo so, sono un medico”.

La mia esperienza, ormai conclusasi, col C.A.R.A. (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Bari è iniziata a febbraio 2017. Ritengo che la mia, non sia stata solo un’esperienza col mondo dell’ immigrazione. È stata un’esperienza con la deplorazione della dignità umana, esperienza che mi ha lasciato inerme nello scoprire quanti mezzi  il mondo ha per spogliare un essere umano di tutto ciò che lo rende tale: dignità, amor proprio, rispetto.
Ma è stata anche un’esperienza che mi ha regalato sorrisi quotidianamente. Come fai a non sorridere quando Divine, piccola nigeriana dalle mille treccine nere come la pece, ti regala un braccialetto fatto da lei?

Divine, che ha poco più di un paio di scarpe e un sorriso che emana una luce accecante. Poi c’è Samuel, anche lui nigeriano, con l’ernia ombelicale più protrusa che abbia mai visto. Ma anche con gli occhi più belli che abbia mai visto. Samuel, 8 mesi e 10 kg d’amore. E infine Ritchie, il mio piccolo paziente preferito. Forse perché l’ho visto nascere. O forse più semplicemente perché è stato amore a prima vista. E nonostante ogni infermiere che si rispetti sappia benissimo che non esistono pazienti “preferiti”, quando si ha a che fare con i piccoli cuccioli umani tutto cambia.

Tutto, però, cambia anche quando ti ritrovi a togliere la divisa sporca del sangue di una vita che non sei riuscita a salvare. Ricordo tutto con assoluta lucidità: era una soleggiata mattina di aprile, quando si spalanca la porta dell’infermeria del C.A.R.A. e, ai piedi della porta, quattro ragazzi di colore che portavano sulle loro spalle Oliver.
Oliver: ferita da arma da taglio in zona ascellare, dispnea, ipotensione, cianosi. E, mentre tutti noi dell’ equipè sanitaria eravamo intenti a prestare i primi soccorsi, ecco una voce indistinta: “C’è un altro ragazzo accoltellato in fondo al campo”.
Senza alcuna esitazione, con un collega, un medico e uno zaino con kit di rianimazione in spalla, ci dirigiamo verso l’altro ragazzo nigeriano accoltellato.. ma dove esattamente? L’eco delle grida e, ahimè, le tracce di sangue ci indicavano la strada. Dopo secondi di corsa che sembravano un’eternità, ecco che si intravedeva un paio di scarpe ai piedi di un corpo esanime, riverso al suolo.

Ci facemmo spazio tra la calca a gomitate. Eccolo: quel corpo che pochi minuti prima aveva avuto la forza di sferrare un colpo quasi mortale, ora giaceva a terra agonizzante. Il grosso taglio sul lato sinistro del collo, quasi vicino la clavicola, non lasciava sperare nulla di buono. Ciononostante, il posizionamento da parte mia, dell’ agocannula per la somministrazione dei farmaci d’emergenza, e la rianimazione cardiopolmonare da parte del mio collega e del medico, furono repentini. Così come repentino fu il posizionamento delle piastre per la defibrillazione.
Andammo avanti finché non arrivò l’ ambulanza. Ma quel nigeriano ventiduenne, in quel campo per richiedenti asilo, non ha mai fatto ritorno. Quel ventiduenne che, il giorno prima, scherzando e quasi tentando di prendersi gioco di me, mi propose uno scambio di cellulari. Il mio samsung  di ultima generazione col suo nokia 3310. “Così quando chiamo mamma mia, posso anche vedere lei.”

Fu una giornata che comportò una profonda riflessione da parte mia, un soliloquio interminabile dal quale emerse che, sebbene i miei tre anni di tirocinio prima della laurea, siano stati tra gli anni più intensi per me, sommati, non riuscivano comunque ad equiparare l’intensità di quella giornata. E di tutta la mia esperienza lavorativa al C.A.R.A., con tutto ciò che di positivo e negativo essa comportava.
Una cosa però è certa e cioè che l’insegnamento tratto da questa esperienza è radicato in me. Ed è questo: ora, molto più che prima, guardo le persone e cerco di sentirle e non di guardarle e basta solo perché mi stanno davanti. Immagino quante volte gli si sia spezzato il cuore, quanti mari abbiano attraversato, e quanti sorrisi abbiano fatto nello scorgere un nuovo orizzonte, nuove terre.

Fonti:- www.all-all.it

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