La lente
Un’altra verità per il caso Silvia Romano?

La liberazione di Silvia Romano, ha scatenato molte polemiche sui social, con qualche episodio che è ora all’analisi della magistratura inquirente per il contenuto violento e di minaccia reale espresso da alcuni. Quale ne è la causa? In sintesi, la cooperante è partita come volontaria della piccola onlus “Africa Milele” verso un Paese considerato a rischio per la presenza di gruppi armati integralisti, che si autofinanziano anche con i sequestri. Incurante dei probabili consigli a desistere – ma nulla può far cambiare opinione a chi vuole realizzare un ideale – Silvia Romano è partita per il Kenya e il 20 novembre è stata rapita da terroristi di al-Shabaab. Un episodio sicuramente drammatico per la famiglia e per tutti noi che, però, ha destato perplessità già al suo inizio. Con quale coraggio si spedisce una ragazza da sola, in quella che può essere considerata una zona di guerra? Molti accusarono la onlus di superficialità e di responsabilità nel sequestro. È un po’ come andarsela a cercare, è stato il pensiero di molti.
Dopo 18 mesi, e grazie ad una trattativa ancora poco chiara, Silvia Romano torna a casa per nulla segnata dall’esperienza di una prigionia forzata ma anzi ingrassata, con orologio di lusso al polso e abbigliata da seguace dell’Islam. Dichiara d’aver abbracciato la causa dei suoi sequestratori e anche la durata della prigionia è particolare: esattamente un anno e sei mesi. In questo periodo trascorso in un posto segreto della Somalia, l’hanno sempre trattata bene, vestita e nutrita, ha avuto modo di leggere il Corano e si è convertita, una conversione spontanea e non di convenienza per aver salva la vita, dice lei.
I dubbi sul sequestro
La sua liberazione è costata una cifra importante – probabilmente sui 4 milioni di dollari – che il gruppo terrorista spenderà per procacciarsi armi e munizioni da sparare contro gli infedeli e per la guerra santa. E qui è scattato il meccanismo di ribellione di alcuni, che in Silvia Romano non vedono assolutamente un’eroina.
I nostri eroi…
Stiamo vivendo un periodo tragico per la pandemia, che ha causato morti per il Covid-19 e, fra non molto, tanti altri “morti” economici per il lungo periodo di chiusura delle attività. L’esperienza di vita, sicuramente encomiabile ma altrettanto criticabile, di una giovane che ha voluto impegnarsi come educatrice nel villaggio Chakama, in una zona e in un Paese ad alto rischio, ha messo in pericolo la vita degli agenti della nostra intelligence e assottigliato il “portafoglio” dello Stato da denaro che poteva essere speso per chi l’ideale di servizio verso la comunità lo realizza tutti i giorni, in Italia, come i tanti che stanno ancora combattendo la pandemia.
Una conversione spontanea
L’altro tassello che ha fatto infuriare alcuni è stato quello di vedere Silvia Romano abbracciare la fede dei suoi sequestratori, di quelli che combattiamo, del nemico che ci sparerà addosso le pallottole acquistate con i nostri soldi. La minaccia e la diffamazione vanno sicuramente sanzionate anche a livello penale, ma la critica è comprensibile per una storia che non deve ripetersi.
La proposta politica
La proposta politica che è giunta da molti è quella di avere presso il nostro Ministero degli Esteri una lista continuamente aggiornata dei Paesi e delle aree ad alto rischio e che, se un cittadino decide di recarsi ugualmente in questi luoghi, deve assumersi la responsabilità di una scelta ufficialmente sconsigliata. E questa responsabilità si deve tradurre che, in caso di rapimento, non sarà messa a rischio la vita di nostri soldati o agenti e lo Stato non accetterà alcun ricatto da parte di eventuali terroristi e, di conseguenza, non pagherà un euro.
La sindrome di Stoccolma
Per questo caso di conversione e di vicinanza spirituale e forse affettiva con i sequestratori è stata tirata in ballo quella che si definisce la “Sindrome di Stoccolma”. Il termine, coniato da Conrad Hassel, agente speciale dell’FBI, nacque nel 1973, quando un gruppo di persone fu presa in ostaggio alla “Norrmalms Kreditbanken” di Stoccolma. Dopo 6 giorni di sequestro, tre donne e un uomo difesero i loro carcerieri e mostrarono un comportamento reticente prima dell’inizio del processo. Si ipotizzò addirittura che una delle donne si fosse innamorata di uno dei rapitori.
Le domande senza risposta
Può essere questo il caso di Silvia Romano? Difficile a dirlo oggi, ma anche un’altra ipotesi potrebbe essere presa in esame: e se il rapimento avesse avuto la collaborazione della stessa Silvia Romano? Con tanti milioni di dollari si possono realizzare molte cose in una landa desolata, un Paese ex colonia Britannica, sfruttato dal capitalismo occidentale che ben poco dà in cambio. Anche questo è un sogno, un ideale… Silvia Romano si è convertita all’Islam, ha abbracciato la causa rivoluzionaria dei sui rapitori: quale motivo per tenerla prigioniera? I dollari…
Massimo Carpegna








