Voynich: decifrato il misterioso manoscritto?

Secondo un recente studio, il volume sarebbe redatto in un'antica lingua originaria dell'isola d'Ischia

Pagina del manoscritto Voynich, conservata presso il Beinecke Rare Book & Manuscript Library (Photo Credit: By Unknown - Beinecke Rare Book & Manuscript Library, Yale University ([1])., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7981656)

Il più indecifrabile dei manoscritti – il Voynich – potrebbe esser stato finalmente tradotto da un ricercatore dell’Università di Bristol. Secondo l’autore, il testo sarebbe redatto in un’antica lingua proto-romanza, in uso nel Medioevo. Tuttavia, numerosi accademici hanno espresso forti dubbi riguardo i risultati dello studio.

La storia del manoscritto

Il misterioso manoscritto deve il suo nome a un mercante polacco – tale Wilfrid Voynich – specializzato nel commercio di libri rari e antichi. Nel 1912, l’antiquario acquistò numerose opere da una biblioteca gesuita, nei pressi di Frascati. Tra queste, una in particolare attirò la sua attenzione.

Il volume conteneva circa 240 pagine, dove al testo – scritto in una lingua sconosciuta – si accompagnavano illustrazioni di piante, persone, draghi e pianeti. Mentre lo sfogliava, W. Voynich trovò una lettera conservata al suo interno. La missiva risaliva al XVII secolo ed era stata scritta da Jan Marek Marci – all’epoca rettore dell’Università di Praga. Egli, aveva inviato l’opera allo scrittore gesuita Athanasius Kircher, nella speranza di comprenderne il contenuto.

Lo stesso W. Voynich tentò di tradurre il manoscritto e, come lui, si cimentarono vari studiosi – tra cui lo stesso Alan Turing – senza successo. Il susseguirsi di fallimenti convinse alcuni ricercatori che il volume fosse intraducibile, mentre altri ne attribuirono la creazione al falsario inglese Edward Kelley.

Costui, avrebbe ingannato niente meno che Rodolfo II d’Asburgo – imperatore del Sacro Romano Impero – noto per esser un avido collezionista. Lo stesso Marci – nella lettera sopra citata – narra di come il sovrano avesse pagato ingenti somme per entrarne in possesso, convinto che fosse opera del celebre alchimista Ruggero Bacone.

Nel 1969, il volume fu donato alla Beinecke Rare Book & Manuscript Library, dove è conservato ancora oggi.

Voynich l’indecifrabile

Un’aura di mistero avvolge il manoscritto. In primo luogo, non conosciamo né il titolo né l’identità del suo autore. Sebbene l’esatto contenuto del testo sia ignoto, le raffigurazioni presenti hanno permesso ai ricercatori di identificare sei sezioni principali: astronomia, biologia, botanica, cosmologia, farmacologia e un ricettario.

In un recente studio, alcuni frammenti del volume sono stati sottoposti all’esame del 14C. Quest’ultimo, ha rivelato che il libro risale ad un periodo compreso fra il 1403 e il 1438, anche se alcuni fattori sembrano contraddire tale datazione. Ad esempio, tra le numerose illustrazioni compare quella di un girasole, una pianta sconosciuta agli europei prima del 1492.

La principale caratteristica del Voynich è l’utilizzo di un linguaggio atipico e tuttora oggetto di studi. L’interpretazione del manoscritto è ulteriormente complicata dalla mancanza di alcune parti. Inoltre, vi è la possibilità che – in seguito ad interventi di restauro – l’ordine delle pagine sia stato modificato. Infine, l’assenza di correzioni ed errori ortografici potrebbe indicare che l’opera sia stata scritta da diversi autori.

Nel 2017, due ricercatori dell’Università dell’Alberta hanno ipotizzato che sia stato impiegato un sistema di codifica basato sugli alfagrammi. Questi, sono parole ottenute riordinando alfabeticamente le lettere dei vocaboli di partenza. Gli studiosi sarebbero così riusciti a decifrare il testo, il quale risulterebbe scritto in ebraico. Sebbene abbiano ottenuto alcune parole e frasi di senso compiuto, non è stato possibile tradurre l’intero volume. Inoltre, vari autori hanno criticato i metodi impiegati, tra cui l’utilizzo di Google Translate.

Un libro per la regina

Gerard Cheshire – ricercatore presso l’Università di Bristol – ha recentemente pubblicato un articolo dove sostiene di aver scoperto l’origine del manoscritto. Esso, proverrebbe da Castello Aragonese, una fortificazione sita sull’isola d’Ischia e voluta da Alfonso V d’Aragona. Tale ipotesi è fondata sull’analisi di una mappa – rinvenuta all’interno del Voynich. Questo documento racconterebbe le gesta di Maria di Castiglia, la sovrana che guidò le operazioni di soccorso durante un’eruzione vulcanica avvenuta nel Mar Tirreno, il 4 febbraio 1444.

Secondo Cheshire, il libro fu redatto da una suora domenicana e donato alla regina d’Aragona. Gli argomenti trattati spaziano da rimedi erboristici a letture astrologiche, da informazioni sulla mente femminile alla riproduzione. Il testo non presenterebbe alcuna codifica, ma sarebbe scritto in una lingua proto-romanza – nata dalla fusione di vari idiomi, tra cui il latino volgare – piuttosto diffusa nel Medioevo ma relegata ad un uso quasi strettamente orale.

Come affermato dall’autore, i precedenti tentativi di traduzione sarebbero falliti poiché si ignoravano le regole grammaticali di tale linguaggio. Esso presenta un alfabeto simile a quello italiano, sebbene alcune lettere differiscano. Queste varianti potrebbero esser state impiegate per indicare accenti o la punteggiatura – per la quale mancano simboli appositi. Secondo Cheshire, sono state proprio le peculiari caratteristiche della lingua a causarne il definitivo abbandono.

Vari ricercatori hanno contestato i risultati dello studio, in quanto numerose anomalie dimostrerebbero che l’opera sia un falso, scritto in un linguaggio artificiale. Attorno al XVI secolo, erano diffusi sistemi che – combinando sillabe disposte in ordine casuale – permettevano di realizzare testi apparentemente indecifrabili ma, in realtà, del tutto privi di significato.

In seguito alle pesanti critiche ricevute, l’Università di Bristol ha preso le distanze dall’opera di Cheshire, in attesa che ulteriori studi possano verificarne la validità.

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