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51 donne congolesi denunciano d'essere state violentate da operatori "umanitari" di Medici Senza Frontiere e altre organizzazioni

Lo slogan “restiamo umani”, e riferita all’immigrazione clandestina, indica due cose: attribuisce all’umanità delle virtù, quali la tolleranza, la generosità, l’aiuto, che forse rappresentano più un’aspirazione ideale che l’espressione di una realtà; e poi, nell’utilizzo del verbo “restiamo”, si suggerisce che alcuni hanno abbandonato questa via per avvicinarsi al suo opposto, alla bestialità intesa nel modo più negativo. È la solita contrapposizione che caratterizza la nostra epoca nella quale pare non ci sia spazio per posizioni centrali e pragmatiche: da un lato la luce; dall’altro le tenebre. Di qui Zingaretti e…boh?; di là Salvini e la Meloni. A sinistra i buoni; a destra i cattivi. Senza zone d’ombra.

Gli ipocriti

A dire il vero, esiste sicuramente anche una terza categoria di persone che, al suo interno, presenta varie sfumature. Sono gli ipocriti, quelli che si spacciano per tolleranti, generosi e solidali, ma in verità non lo sono affatto e la motivazione del loro agire è assolutamente diversa da quella che manifestano. Sono coloro che sfruttano la disperazione altrui per trarne guadagni impensabili e spesso illeciti, prestigio personale da spendere politicamente o, nel peggiore dei casi, trasformare il sogno di una vita migliore nell’incubo del nuovo schiavismo. Sono le mafie organizzate che dirottano questa “carne fresca” nei campi, a spezzarsi la schiena per pochi euro, oppure nelle piazze della “movida” a spacciare droga o per le strade ad offrire il proprio corpo alla lascivia dei “bianchi”. Soprassiedo sull’aspetto più crudele, quello del traffico di organi che, considerato al pericolo mortale in cui ci si espone, nessuno vuole indagare seriamente.

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Lo scandalo nella Repubblica Democratica del Congo

Se le accuse saranno confermate, a questa categoria e nella sua accezione più disprezzabile appartengono certamente alcuni operatori umanitari i quali avrebbero commesso violenze sessuali nella Repubblica Democratica del Congo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aprirà un’inchiesta e vedremo come andrà a finire, se la giustizia non guarderà in faccia nessuno o se interessi più grandi consiglieranno l’insabbiamento. Questi “operatori umanitari” erano impegnati nella lotta contro l’epidemia di ebola e pare che si siano dedicati anche ad altro, allo sfruttamento, a rapporti sessuali ottenuti con il ricatto a scapito di 51 donne. Il fatto è accaduto e si è protratto dal 2018 ad oggi a Beni, provincia fortemente colpita dall’ebola. Oltre agli operatori umanitari e sanitari dell’OMS, queste 51 eroine hanno avuto il coraggio di accusare anche le istituzioni di riferimento: l’Agenzia per le Migrazioni (OIM), le onlus “Medici senza Frontiere”, “Oxfam”, “World Vision”, “ALIMA” (Alliance for International Medical Action), che non hanno operato i dovuti controlli.

Le indagini della Fondazione Reuters

Secondo la “Fondazione Reuters”, che da più di un anno segue il caso con proprie indagini, le donne lavoravano come cuoche e addette alla pulizia. I contorni della vicenda non sono ancora chiari, ma sembra che le prestazioni sessuali erano richieste in cambio dell’assunzione e di uno stipendio che corrispondeva a circa il doppio di una paga regolare per quelle mansioni. La cifra è per noi ridicola – tra i 50 e i 100 dollari mensili – ma da quelle parti rappresenta un introito considerevole. Qualcuno obietterà, se così si sono svolti i fatti, che queste donne avevano solo da rifiutarsi. Certo, ma provate voi a immaginare da una parte l’ebola e dall’altra il presidio medico; da una parte la fame e dall’altra la possibilità di mangiare e aiutare la famiglia. Le scelte non si presentano sempre così facili; lo sono solo per quelli che stanno seduti in poltrona a giudicare gli altri.

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Una diversa soluzione

Naturalmente non si deve fare di tutte le erbe un fascio e migliaia sono i volontari che raggiungono l’Africa e altre zone del sud del mondo per dare una mano, nel nome di quella solidarietà citata al principio; resta il fatto che tutta la problematica dell’immigrazione clandestina, di un continente ricchissimo come l’Africa che non riesce a sopravvivere, si potrebbe risolvere diversamente, secondo l’indicazione di quella componente centrale e moderata che nessuno sta ad ascoltare. La soluzione si chiama cooperazione internazionale, piano Marshall per l’Africa, dirottare le centinaia di milioni investiti per gestire e accogliere questi disperati – tratti dal mare e subito abbandonati a se stessi senza un piano d’istruzione, d’occupazione e quant’altro – a creare condizioni, quelle sì più umane, nei loro villaggi con scuole, ospedali, strade, energia elettrica. Lo fanno le missioni cattoliche, senza tante difficoltà politiche, e potrebbe farlo benissimo e molto più in grande l’Europa.

Quanto costa una speranza?

Per avere un’idea di quanto costerebbe dare un’istruzione, un’assistenza sanitaria e, naturalmente, cibo ad un cittadino africano, la cifra stimata dalla Chiesa Cattolica è tra i 6 e i 9 dollari al giorno. In tanti villaggi basterebbe scavare un pozzo e regalare una pompa idroelettrica per cambiare la vita a tutti gli abitanti. Ma ad un popolo istruito, organizzato, che ha saputo prendere in mano il proprio destino e ha un futuro, non riesci più a rubare oro e diamanti, offrendo in cambio una collanina di vetri colorati o arricchendo solo il “reuccio locale”. Gli immigranti clandestini servono a far girare la nostra economia e non la loro. Questa è la verità.

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Massimo Carpegna

Massimo Carpegna
Massimo Carpegnahttp://www.massimocarpegna.com
Docente di Formazione Corale, Composizione Corale e di Musica e Cinema presso il Conservatorio Vecchi Tonelli di Modena e Carpi. Scrittore, collabora con numerose testate con editoriali di cultura, società e politica.