2 giugno 1946: l’Italia diventa una Repubblica

L'ombra del broglio mai cancellata sul referendum Repubblica - Monarchia. Come si svolse la nascita della nuova Italia?

La nostra Repubblica nasce con il referendum del 2 giugno 1946 nel quale gli italiani furono chiamati a scegliere la forma con la quale volevano essere governati ed eleggere la nuova assemblea costituente. In quei mesi, l’Italia era appena uscita dalla Seconda guerra mondiale e le operazioni di voto si svolsero tra le macerie dei bombardamenti alleati e quelle delle de­molizioni dei nazisti in ritirata. Centinaia di migliaia di italiani erano anco­ra sparsi per i campi di prigionia, così come intere province erano sotto l’autorità degli Alleati.
In buona sostanza, non tutti i cittadini poterono recarsi alle urne: non votarono i militari prigionieri di guerra nei campi degli alleati e coloro che erano stati internati in Germania; non si votò nella provincia di Bolzano, che dopo la fine della guerra era stata messa sotto governo diretto degli Al­leati, e non si votò neppure a Pola, Fiume e Zara: tre città italiane prima della guerra, che sarebbero state annesse alla Jugoslavia. Infine, non si votò a Trieste, sottoposta ad amministrazione internazionale e al centro di un complicato contenzioso diplomatico, risolto soltanto nel 1954.

Un clima rovente e di contrasto

A prescindere da ciò, anche per il referendum non mancarono i dubbi, le polemiche, fino a concretizzarsi nella supposizione d’imbrogli ben organiz­zati per sconfiggere la monarchia. Un Regno d’Italia, che proseguiva anche dopo l’esperienza fascista, avrebbe sbarrato il passo alla sinistra, impeden­dogli di partecipare al governo o, forse, conquistarlo come si auspicava.
Qual’era il clima in quei mesi? Di grande incertezza e pericolo. Partito Socialista, Comunista e Repubblicano erano in modo totale a favore della Repubblica – la Democrazia Cristiana si presentava meno con un 10% a favore – ma temevano insurrezioni e rivolte al sud e che, in caso di disordi­ni, i carabinieri si sarebbero schierati per il re. Anche i partiti per la repub­blica erano divisi tra loro; in modo specifico, Democrazia Cristiana e Re­pubblicani temevano che il Partito Comunista stesse organizzando un colpo di stato o una rivolta simile a quella che negli stessi mesi era scoppiata in Grecia.

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Come si svolse lo scrutinio

Le votazioni iniziarono la mattina del 2 giugno 1946 e si protrassero sino alle 12 del 3. Secondo il conteggio, vinse la monarchia in tutte le province del centro e del sud, tranne Latina e Trapani, mentre la repubblica ottenne il risultato più ampio a Trento, dove conquistò l’85 per cento dei consensi. Per la monarchia il suo risultato migliore fu a Napoli, con il 79 per cento dei voti. Osserviamo l’iter che condusse a questi risultati, che ancora oggi destano più di un sospetto.
Gli scrutini avrebbero dovuto concludersi entro 48 ore e lo spoglio ini­ziò dalle schede del referendum, più rapido rispetto alla votazione della Co­stituente; quest’ultima vide in competizione 51 partiti dei quali 32 collegati al Collegio Unico Nazionale.

La prima analisi dei voti

Dalla prima analisi dei voti, la monarchia risultava in vantaggio e la mat­tina del 4 giugno il Presidente del Consiglio De Gasperi comunicò questa vittoria al ministro della Real Casa Falcone Lucifero. Ma ben presto l’ini­ziale entusiasmo fu sostituito dalla preoccupazione e dall’amarezza della sconfitta. Nella notte tra il 4 e il 5 giugno, i dati iniziali furono corretti e la scelta repubblicana balzò inaspettatamente in testa.

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Il Corriere della Sera alla caccia di notizie

Non essendoci ancora computer e società di sondaggi, i quotidiani nazio­nali s’arrangiavano come potevano per ottenere le informazioni prima degli altri; il “Corriere della Sera” pagò il personale di custodia delle scuole mi­lanesi adibite a seggi, affinché telefonassero immediatamente in redazione i risultati degli scrutini appena conclusi.
La sera del 4 giugno, al “Corriere” giunse la conferma che anche a Mila­no, città nella quale erano stati esposti i cadaveri di Mussolini, della Petacci e di alcuni gerarchi, la monarchia aveva vinto. Ma il 5 giugno, l’ultima pa­gina del quotidiano annunciò la vittoria della repubblica.

La suggestione del broglio

Nacque la suggestione di un broglio per spalancare le stanze del potere alla sinistra, che nel Regno d’Italia non avrebbe avuto possibilità alcuna. Nono­stante che il 9 settembre 1943 Vittorio Emanuele III e tutto il governo, si fosse rifugiato a Brindisi, abbandonando il regno e l’esercito a se stesso, tra i moderati restavano nella memoria le tante violenze e uccisioni commesse dai partigiani comunisti su persone che non avevano colpe particolari da giustificarne la morte.
Anche lo scempio da bassa macelleria di Piazzale Loreto, in particolare sull’amante del Duce, mostrava un volto del Partito Comunista affatto ras­sicurante. Per molti era chiara la volontà di Togliatti di cogliere il momento per instaurare un regime di socialismo reale, collegato all’Unione Sovietica e già tentato dopo la Prima Guerra Mondiale.

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Ma la maggioranza non desi­derava uscire da una dittatura per entrare in un’altra e lo dimostrò con la prima votazione per costituire un parlamento e un governo legittimo, dando la preferenza alla Democrazia Cristiana e, implicitamente, al rapporto pre­ferenziale con gli Stati Uniti. Nonostante tutto, l’ipotesi di una votazione compromessa fu considerata da molti di entrambi gli schieramenti; per la sinistra testimoniava una con­trollo capillare del nord d’Italia, che impaurì l’avversario e per la destra conservatrice fu la giustificazione della sconfitta, assegnata con la frode. Ma torniamo a come si svolse lo spoglio.

Come si svolse lo spoglio

Dall’8 giugno 1946, i verbali redatti dagli Uffici elettorali circoscriziona­li insediati presso le Corti d’Appello affluirono all’Ufficio elettorale centra­le. Si aggiunsero sacchi con i verbali dei singoli seggi, registri dei voti e an­che una copiosa quantità di ricorsi. Tutti questi documenti arrivarono con i mezzi più disparati, dalle auto agli aerei, ai traghetti ed era comprensibile che, durante il trasporto, alcuni plichi avessero perso la chiusura con la cera lacca e i piombini alle cordicelle. È anche vero che, con i pacchi non più si­gillati, era possibile manometterne il contenuto.

21.000 ricorsi

Nonostante mancassero 114 sezioni con migliaia di voti, il 10 giugno alle ore 18 il Presidente della Corte Suprema di Cassazione fece enumerare i ri­sultati a quel momento accertati e li comunicò. Rinviò poi la seduta al 18 giugno, ultimo giorno consentito, per dare informazione conclusiva su chi avesse vinto nel referendum. Avvertì che avrebbe comunicato anche il nu­mero delle schede sia bianche che nulle. Tutto doveva essere conteggiato nuovamente, mentre una valanga di ricorsi raggiungevano l’Ufficio eletto­rale centrale. Se ne contarono circa 21.000.

La contestazione di Giovanni Gronchi

Sempre nella seduta del 10 giugno, il democristiano Giovanni Gronchi riferì d’aver accertato che in molti verbali mancava l’indicazione dei votan­ti. Il numero delle schede non corrispondeva al numero di coloro che si era­no recati al seggio. Togliatti magnanimamente concesse che i ricorsi pote­vano «anche richiedere l’esame delle schede che, tra l’altro, non sono qui (a Roma) e forse sono distrutte». Risposta alquanto sprezzante alla quale aggiunse che, secondo lui, ben pochi cittadini avrebbero potuto sbagliare una scheda che proponeva solo due simboli e quindi era alquanto fantasioso parlare di 400/500 mila schede annullate per irregolarità. Per mettere a ta­cere questa velenosa supposizione, che accresceva il sospetto di brogli, in­caricò il magistrato Saverio Briganti di risolverla il quale s’avvalse di 200 impiegati del ministero della Giustizia.

Un caos totale

In conseguenza ad una totale mancanza di organizzazione e coordina­mento, forse richiesta, ne nacque una fiera della confusione e dei pasticci e dai verbali degli Uffici circoscrizionali si evinse che il 17 giugno mancava­no i dati esatti di migliaia di sezioni. Se gli italiani avevano votato in mas­sa e con ordine, lo scrutinio e la verifica avvenne nel caos. Nella seduta notturna del 10 giugno si proclamò la vittoria della repubblica e si dichiarò martedì 11 giornata festiva. Non lo seppe nessuno.

Le contestazioni a Napoli dei monarchici

La convinzione di molti fu quella che il governo provvisorio, su impulso della sinistra e del ministro per la Giustizia Togliatti, s’era mosso con l’intento di favorire la scelta della repubblica ad ogni costo e il 10 giugno i monarchici iniziarono manifestazioni di massa. A Napoli furono lanciate bombe a mano e sparati colpi contro le forze dell’ordine. Ci furono morti e feriti tra i contestatori che nel 2016 il Presidente Emerito Giorgio Napolita­no giudicò quali «popolino monarchico isterizzato».

Umberto II abbandona l’Italia

Alle 0.30 di giovedì 13 giugno il governo provvisorio conferì al presi­dente del Consiglio le funzioni di capo dello Stato e dopo una notte tormen­tata, Umberto II decise di lasciare l’Italia per evitare che una possibile guerra civile insanguinasse ancora le strade. Il giorno successivo, uscì il primo numero della “Gazzetta Ufficialenon più del Regno d’Italia, ma della Repubblica italiana, che non nacque il 2 giugno, ma bensì il 19, con il consenso del 54% dei voti validi, del 50% dei votanti e del 45% degli elet­tori. Gli italiani, secondo il conteggio finale, scelsero la repubblica, con 12.718.641 voti contro i 10.718.502 della monarchia. I voti nulli furono 1.498.136.

Il giudizio degli storici

Quasi tutti gli storici sono concordi nel ritenere che, nonostante le condi­zioni in cui si svolse lo scrutinio, lo svolgersi del referendum fu corretto e il risultato finale corrispose alla volontà dei cittadini. Oggettivamente, resta il fatto che la frode fu possibile, con l’eventuale appoggio di coloro che recla­mavano la vittoria della repubblica e rappresentavano le istituzioni; primo fra tutti Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia. E quest’ombra, mai cancellata, permane sulla nascita dell’Italia repubblicana, insieme alla narrazione di ciò che fu la Resistenza in tutti i suoi aspetti, compresi quelli legati alla conquista del potere e non alla liberazione dal giogo nazi-fasci­sta, insieme alla decisione di giustiziare Benito Mussolini e l’innocente Claretta Petacci, invece che consegnare il dittatore agli Alleati, affinché fosse processato e condannato secondo la legge, così da tracciare un confine invalicabile tra l’azione democratica e quella della dittatura.

Massimo Carpegna

Massimo Carpegna
Massimo Carpegnahttp://www.massimocarpegna.com
Docente di Formazione Corale, Composizione Corale e di Musica e Cinema presso il Conservatorio Vecchi Tonelli di Modena e Carpi. Scrittore, collabora con numerose testate con editoriali di cultura, società e politica.