Guida droga

Droga alla guida, la Corte costituzionale mette un freno: servono prove del pericolo

La Consulta chiarisce: la sanzione scatta solo se la sostanza è ancora in grado di compromettere la guida

Non è sufficiente risultare positivi a una sostanza stupefacente per essere automaticamente puniti alla guida. A chiarirlo è la Corte costituzionale, che con una sentenza pubblicata il 29 gennaio 2026 ha messo un punto fermo sull’interpretazione della nuova disciplina introdotta con la riforma del Codice della strada del 2024.

Secondo i giudici, la norma non è incostituzionale, ma non può essere applicata in modo meccanico. Perché il reato sussista, l’assunzione di droga deve essere tale da incidere concretamente, o almeno potenzialmente, sulle capacità psicofisiche del conducente e quindi sulla sicurezza della circolazione.

La riforma del Codice della strada e i dubbi applicativi

La modifica dell’articolo 187 del Codice della strada, voluta dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, aveva eliminato il riferimento allo “stato di alterazione psicofisica”, sostituendolo con una formulazione più rigida: guida dopo aver assunto sostanze stupefacenti.

L’intento dichiarato era quello di semplificare l’accertamento del reato, evitando le difficoltà probatorie che in passato avevano portato a numerose assoluzioni. Tuttavia, fin da subito la norma aveva sollevato forti perplessità, perché sembrava consentire la punizione anche di chi non era più sotto l’effetto della droga, ma risultava positivo solo per tracce residue.

I casi finiti davanti alla Consulta

Nel corso del 2025 tre giudici per le indagini preliminari hanno sollevato questione di legittimità costituzionale, partendo da casi molto diversi tra loro. Un motociclista coinvolto in un incidente, risultato positivo alla cocaina solo nelle urine; un automobilista fermato a un controllo stradale; una donna positiva agli oppiacei nelle urine ma non nel sangue, perché assumeva farmaci prescritti.

Situazioni eterogenee, accomunate da un problema centrale: l’assenza di un chiaro collegamento tra la positività al test e una reale compromissione della capacità di guida.

La decisione della Corte costituzionale

La Corte ha respinto le censure di incostituzionalità, ma ha imposto un’interpretazione rigorosa della norma. Non basta dimostrare che una persona abbia assunto droga in passato: è necessario accertare che l’assunzione sia stata recente e che nell’organismo siano presenti quantità della sostanza in grado di influenzare la guida, secondo le conoscenze scientifiche attuali.

In altre parole, la riforma non elimina del tutto il requisito del pericolo. Non occorre più provare uno stato di alterazione manifesto, ma resta indispensabile dimostrare che la sostanza fosse ancora attiva e potenzialmente idonea a compromettere il controllo del veicolo.

Niente automatismi, ma valutazioni caso per caso

La Corte ha escluso che si possa punire in modo automatico chiunque risulti positivo a un test tossicologico. L’applicazione della norma richiede una valutazione concreta, affidata ai giudici, che dovranno tenere conto del tipo di sostanza, della quantità assunta, del tempo trascorso e delle condizioni specifiche del conducente.

La sentenza, però, non fissa soglie precise né limiti temporali certi, lasciando inevitabilmente spazio a interpretazioni diverse tra i tribunali. Un’incertezza che, almeno nel breve periodo, potrebbe tradursi in decisioni non uniformi sul territorio nazionale.

Il parere dell’avvocato

Dal punto di vista della difesa, la decisione della Corte rappresenta un passaggio fondamentale per la tutela dei diritti dei cittadini. La sentenza evita che la guida dopo aver assunto sostanze venga trasformata in un reato di pura “presenza chimica”, scollegato da ogni reale pericolo. Chi subisce un’accusa dovrà poter contestare non solo la positività al test, ma anche l’effettiva incidenza della sostanza sulla guida.

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