Il futuro dell’India nelle mani di Narendra Modi

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Venerdì 16 maggio, sono usciti i dati ufficiali delle elezioni in India:  il Bharatiya Janata Party ha sbaragliato i suoi avversari, oltre ogni previsione; ha conquistato la maggioranza assoluta, ridimensionando drasticamente l’Indian National Congress. Forte di ben 340 seggi, di cui circa 60 derivanti dai partiti di coalizione (national democratic alliance), il BJP di Narendra Modi, partito della destra nazionalista hindu, è stato investito di un mandato solidissimo. Non succedeva dal 1984 in India. Quando, in seguito all’assassinio di Indira Gandhi, il Congress aveva ottenuto 400 seggi cavalcando lo sgomento e l’indignazione generali. Ora quei tempi sono solamente un nostalgico ricordo per Rahul Gandhi, leader della campagna elettorale del Congress, e sua madre Sonia, presidentessa del partito. Con appena 45 seggi, i suoi risultati sono perfino inferiori a molti partiti regionali. I due in una conferenza stampa semi deserta si sono assunti la responsabilità del fallimento. L’AAD di Arvind Kejriwal va incontro a un flop clamoroso: solo 4 seggi.

modi-indian-electionsFolle di indiani si sono radunate per festeggiare davanti alla sede del BJP a New Delhi. Tra lanci di fiori, fuochi d’artificio e danze il popolo esprime la sua profonda fiducia per il futuro primo ministro. Ovunque per le strade si incontrano indiani con la maschera di Narendra Modi, o vestiti dei colori tipici del partito, l’arancione del loto. Modi dovrà essere investito della carica la settimana prossima. Le speranze nella sua leadership sono enormi, anche da parte dei mercati e degli investitori. La borsa indiana è tornata a salire in questi giorni fino a toccare picchi che non si registravano da mesi. La rupia è di nuovo competitiva nei confronti del dollaro americano. Ma adesso servono misure economiche coraggiose per stabilizzare gli effetti del dilagante entusiasmo.

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Il BJP mira ad attirare i capitali esteri con semplificazioni e agevolazioni burocratiche. Sono previsti grandi investimenti nelle infrastrutture e incentivi alle industrie, soprattutto nel settore manifatturiero. La comunità delle imprese è stata di fatto la prima ad offrire sostegno alla campagna di Modi. Ma questa volta la destra non si è fermata ai soli imprenditori e ha scelto come target milioni di giovani indiani; basti pensare che gli under 35 costituiscono i 2/3 della popolazione. Troppi giovani da collocare nel mondo del lavoro per le politiche precedenti, le quali hanno puntato gran parte delle risorse sui sussidi e sull’assistenza statali che sono passati dall’1,6% al 2,4% della ricchezza totale del paese; e la crescita è diminuita al 4,6% annuo, un dato insufficiente per garantire il minimo benessere a una popolazione di 1,2 miliardi di persone.

Modi è quindi intenzionato a ribaltare la situazione. Afferma con convinzione che “il ventunesimo secolo sarà il secolo dell’India”. Vuole sfidare le altre due superpotenze economiche, China e Stati Uniti. Dal canto loro, questi ultimi sembra si siano lasciati alle spalle le pesanti accuse che avevano mosso a Modi anni prima, nel 2005. In quell’occasione, sotto  la presidenza di George W. Bush, gli era stato revocato il visto per gli USA. Si sospettava che l’allora capo ministro del Gujarat fosse complice dei tumulti a sfondo religioso provocati da estremisti hindu, che avevano portato al massacro di un migliaio di musulmani. I processi contro Modi l’avevano poi dichiarato innocente, anche se i dubbi persistettero.

Ieri invece Obama ha chiamato di persona il leader del BJP, complimentandosi con lui e invitandolo a recarsi a Washington nel prossimo futuro. Gli Stati Uniti ci tengono a rinforzare un delicato rapporto di partnership costruito a fatica tra i due paesi; per questo sono disposti a chiudere un occhio.

Il clima è teso invece nell’ambasciata italiana, dove i due marò italiani Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono confinati dal febbraio 2012. Trattenuti dalla giustizia indiana per l’omicidio di due pescatori scambiati per pirati. In alcuni dei suoi comizi elettorali Modi aveva rimproverato la mollezza e la parzialità mostrate dai giudici nel caso. Fosse stato per lui, aveva detto, i due sarebbero finiti subito dietro le sbarre. Ora che sembrava che il processo potesse prendere un piega positiva, la mutata situazione politica rischia di comprometterne l’esito auspicato.

Durante la sera di sabato Modi si è recato nella città sacra di Varanasi per chiedere la benedizione sul fiume Gange. Un gesto che ribadisce la sua profonda devozione religiosa; le minoranze musulmane si augurano che questa devozione resti tale e non sfoci in un fondamentalismo hindu. L’eventuale aggravarsi della tensione sociale tra le varie culture potrebbe vanificare ogni tentativo di progresso, il nuovo primo ministro lo sa bene.