Hannah Arendt l’agire politico

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Nell’ ultimo periodo della sua meditazione, ha ridato maggiore valore alla vita contemplativa. In “La vita della mente”, opera rimasta parziale e sortita nel 1978, l’esperienza spirituale viene scandita in tre azioni vitali: pensare, volere e giudicare.

Non nega l’importanza dell’agire inteso come identità umana, l’Arendt esprime una certa perplessità verso la possibilità di un’esperienza politica permissiva nella collettività.

Atteggiamento ribadito anche nel ciclo dl lezioni sulla filosofia politica di Kant (1982, postumo) in cui l’entità sociale della realtà non è più individuata nell’agire politico, ma nella valutazione, ossia nella facoltà di saper osservare lo “spettacolo della storia umana”, che è così desolato e sconsolante che non possiamo ammettere uno scopo in essa.

L’unico appiglio che abbiamo, (ed è questa la carta che la filosofia gioca) è che ci sia uno scopo della natura che incarna in forma scolarizzata la Provvidenza dei Cristiani. Pertanto la natura persegue uno scopo contro la volontà degli uomini a loro insaputa. Essi sono come i burattini che agiscono a suo servizio. Allora si deve ammettere “una storia secondo un determinato piano della natura” (Kant).

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Hannah Arendt considerata la filosofa tedesca del pluralismo, (Dottrina che riconosce la legittimità giuridica e politica nello Stato a una pluralità di gruppi sociali partiti, associazioni di vario genere, e ne sollecita la partecipazione alla vita pubblica), ha studiato nelle Università di Marburgo, Friburgo e Heidelberg, ebbe come maestri Heidegger, suo compagno di vita, R. Bultmann e K. Jaspers.
Nel 1930 cominciò a scrivere la biografia di Rahel Varnhagen, una donna ebrea vissuta tra il XVIII e il XIX sec., che per lei rappresentò un modello da seguire e la strada attraverso cui poter riflettere sulla propria identità ebraica.
Di origini Ebraiche, nel 1933 espatriò in Francia, subito dopo andò vivere in America nel 1940. I suoi studi sono incentrati maggiormente sullO ’agire politico interpretato come estensione universale della vita umana.

Nel 1933, anno in cui il nazismo proclamò la propria propensione antisemita, l’Arendt raccolse delle confessioni per informare l’opinione pubblica europea di quanto stava accadendo agli ebrei in Germania. Per questa ragione fu arrestata e in seguito obbligata a rifugiarsi in Francia, dove partecipò all’associazione sionista Jungend-Aliyah, per di difendere gli interessi degli ebrei con soluzioni politiche senza approvare però il fine sionista della costituzione di uno stato ebraico. Nel 1940 le truppe tedesche occuparono la Francia, Hannah Arendt fu rinchiusa nel campo “Vèladrome di Hiver” e subito dopo nel campo di Gurs. Fuggita da Gurs andò a vivere a New York dove svolse la professione di giornalista presso la rivista “Aufbau” e “Partisan Riview”.

Nel 1943, avendo assistito alle efferatezze della guerra e avendo preso parte nel 1961-62 al processo Eichmann (Adolf Eichmann, gerarca nazista catturato nel 1960, processato a Gerusalemme nel 1961, condannato a morte il 15 dicembre 1961),Hannah Arendt cominciò a scrivere le sue opere di maggior rilievo.
In “Le origini del totalitarismo” (1951), Hannah Arendt ricrea l’evoluzione della storia che ha portato alle dittature europee e alla seconda guerra mondiale. Mentre in “Vita activa” (1958) prospetta lo studio in termini filosofici del contrasto tra un tipo di comunità politica – la polis greca al tempo di Pericle – e la decadenza dell’agire politico ( ossia libertà intesa come teoria dell’agire) nel pensiero occidentale. L’agire, per l’Arendt, descrive l’uomo come essere con gli altri: l’identità umana rappresentata nell’ intimità della coscienza soggettiva e neppure nella società (intesa come sfera dei bisogni, del lavoro e della riproduzione), ma piuttosto nella pubblica.

“I lager sono i laboratori dove si sperimenta la trasformazione della natura umana[…]. Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto. Ma nel loro sforzo di tradurla in pratica, i regimi totalitari hanno scoperto, senza saperlo, che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare. Quando l’impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato con i malvagi motivi dell’interesse egoistico, dell’avidità, dell’invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, la legge punire. “(Le origini del totalitarismo)

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