Il “tanko”, sintomo del disagio veneto

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Partiamo dal presupposto che i fatti di ieri siano un episodio limite, la punta dell’iceberg, pericolosa da ignorare. Soprattutto da parte del governo in carica; Matteo Renzi, impegnato a Bruxelles, si dice “sereno riguardo alla tenuta delle istituzioni democratiche”. Ma non dovrebbe. Le forze dell’ordine di Brescia hanno sequestrato un carro armato “artigianale”, ottenuto grazie alle modifiche apportate a una ruspa. Apparteneva a un’organizzazione detta l’Alleanza, formata da gruppi indipendentisti non solo del Nord Italia – lombardi e veneti – ma anche di altre zone: siciliani, sardi e campani. Ma è ovvio che i veneti, giocando in casa propria, contavano su numeri maggiori, anche alla luce delle ultime manifestazioni a favore della secessione della regione. Infatti, il mezzo, soprannominato “tanko”, era tenuto nel capannone di uno dei militanti di piazza San Marco dell’8 maggio 1997, Flavio Contin; quelli che con un carro simile, un solo mitra e tute mimetiche avevano occupato il campanile della piazza, chiedendo l’indipendenza del veneto. Allora erano in otto, facenti parte della “serenissima armata”; oggi sono 24 a essere agli arresti, 22 in custodia cautelare e 2 ai domiciliari, e molti altri sono indagati. Tra questi l’ex parlamentare Franco Rocchetta, considerato l’ideologo del movimento, Lucio Chiavegato, uno dei leader dei Forconi veneti, e un altro degli ex serenissimi, Luigi Faccia.Dalle intercettazioni ci giungono dialoghi quasi demenziali, non fosse per le armi menzionate: sentiamo Contin affermare che «siamo solo noi che possiamo cambiare la storia», perché «tutti i tentativi politici ce l’hanno fatta prendere in quel posto»; oppure una grottesca distribuzione dei ruoli una volta compiuta la secessione per cui «Rocchetta sarà ambasciatore, Corrado ministro del tesoro, Riccardo responsabile militare della piazza…» e così via. Insomma, un tentativo sostenuto da un’ideologia eversiva, ma che naturalmente non avrebbe portato a nessun risultato. Da mettere in conto è anche la goffaggine e l’incompetenza dei responsabili, che avrebbero potuto causare danni ad altri oltre che a se stessi. Dopotutto avevano ottenuto armi dal contrabbando con la criminalità albanese, i carabinieri hanno agito prima che qualcuno si facesse male, sul serio.

tanko

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Nonostante la palese buffonata sia stata sventata, il coro che critica le scelte del gip bresciano Enrico Ceravone cresce a dismisura in veneto. Molti sono per l’assoluzione dei 24 attivisti, proclamano la loro innocenza, sono sicuri che non ci fossero intenti violenti dietro le loro macchinazioni.In parole povere, si aggrappano a questo sintomo del malessere della regione per sostenere la loro causa, così come Matteo Salvini, segretario della lega, cavalca il dissenso per tirare voti dalla sua parte. Ovviamente non stiamo qui a prendere sul serio le speculazioni della lega, ma quelle di un popolo sì. E così dovrebbe fare il presidente del consiglio, invece di liquidare l’intera faccenda, di natura politica, scaricando responsabilità esclusivamente sulla componente giudiziaria.

Forse bisognerebbe riconoscere che Massimo Cacciari, ex sindaco di Venezia con il Pd, non ha tutti i torti quando invoca un federalismo responsabile (non quello di Bossi, per intenderci), per far fronte alla situazione. Lo dice a gran voce dalla trasmissione di Daria Bignardi, dove è per la prima volta ospite. Sostiene anche che l’indipendentismo veneto sia uno dei tanti metodi disperati per reagire alla crisi, che di certo non affligge solo quella regione. Da una parte nascono i forconi, dall’altra i secessionisti si rafforzano; sono tutti focolai originati dalla stessa matrice.

In veneto la protesta ha preso la forma del referendum per la separazione dall’Italia. Le motivazioni sono semplici: la piccola e media impresa, motore trainante della regione, è soffocata dal prelievo fiscale e dalla burocrazia; le imposizioni versate dai veneti, circa 70 miliardi l’anno, tornano indietro spolpate, garantendo meno benefici in termini di servizi e alleggerimento sui prelievi.“Se si casca dal quinto piano, ci si fa più male” ricorda Cacciari. La sensazione è quella di avere le ali tarpate. Ma siamo davvero sicuri che la secessione sia la risposta adeguata?Intanto, nel corso degli anni, la protesta è riuscita a passare dai tavolini dei bar ai banchi istituzionali. E’ sulla bocca del presidente di regione, dei sindaci, dei consiglieri comunali e regionali. Quanto dovremo aspettare affinché arrivi anche sulla scrivania del primo ministro?