India, 11 donne uccise dalla sterilizzazione di massa

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Il prossimo 25 novembre ricorrerà la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, promossa dalle Nazioni Unite a partire dal 2000.  Come ogni anno, Ong e associazioni varie (in prima fila Amnesty International) promuoveranno iniziative a tema. Sembra incredibile parlare nel 2014 di una campagna contro la violenza sulle donne. Eppure questa piaga si presenta più difficile da debellare rispetto alla pena di morte o alle discriminazioni etnico-religiose.

Proprio in questi giorni sta avendo clamore il caso dell’India. Un Paese in via di sviluppo sì, ma ancora in gran parte poverissimo. Lì il problema della sovrappopolazione è grandissimo: in una decina d’anni si è passati dal miliardo a 1,3 miliardi di abitanti. A livelli cinesi, insomma. Con la differenza che Pechino ha cominciato ad affrontare la questione già negli anni Sessanta con la famigerata politica del figlio unico. La soluzione drastica, ma si efficace per contenere una crescita demografica potenzialmente pericolosa. La nazione di Gandhi invece l’ha sempre sottovalutata e ora permette soluzioni molto più discutibili rispetto a quelle attuate in Cina. In molti Stati della Nazione indiana infatti è stata promossa una campagna di sterilizzazione sulle donne. Bisogna specificare: sulle donne, non sugli uomini. Il governo elargisce assegni come incentivo all’operazione chirurgica. Il risultato? La quasi totalità delle donne che accettano l’offerta vengono dai ceti e dalle aree più povere del Paese. Prendono quel denaro perché ne hanno bisogno, e per risparmiare sulle spese dell’operazione si rivolgono spesso a cliniche improbabili. Con risultati spesso disastrosi: l’ultima strage è avvenuta sabato nel villaggio di Pendari, Stato centro-orientale del Chhattisgarh. Un medico e il suo assistente hanno operato 83 donne in sei ore: al momento, 11 di queste sono morte e più di 50 erano in ospedale, 20 in condizioni gravi. Una vergogna che getta un’ombra di oscurità sulla politica dell’India, che adotta questa soluzione anti-crescita dal 1996. Ma soprattutto l’ennesimo schiaffo alla dignità della condizione femminile in un Paese che da anni offre alla cronaca terribili casi di violenze.

 

Nato nel 1986 a Carate Brianza (MB) ma cresciuto in Sicilia. Ha studiato Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma laureandosi con una tesi dedicata al giornalismo culturale de 'la Repubblica'. Coltiva molti interessi fra cultura, politica e sport. Crede nel valore del libero confronto fra idee e mette tutto il suo impegno nel sostenerlo.
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