Iraq: Isis minaccia i big del petrolio. Al Maliki chiede intervento USA

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La situazione in Iraq si fa ogni giorno più grave, nonostante il premier Al Maliki si ostini a ripetere che è tutto sotto controllo. Eppure ora il suo ministro degli esteri, Hoshyar Zebari, ha fatto richiesta ufficiale agli Stati Uniti per un intervento armato contro i ribelli. Obama non ha ancora deciso, ma i repubblicani premono sulla casa bianca perché entri in azione. Molti come McCain chiedono al presidente di trattare con Al Maliki sugli aiuti in cambio delle sue dimissioni da primo ministro iracheno. Con le sue politiche non avrebbe fatto altro che accentuare il settarismo, allontanando di fatto tutta l’opposizione sunnita e curda dal governo.

Ieri i sunniti ribelli dell’ISIS hanno sferrato un pesante attacco al complesso di raffinerie di Baiji, a metà strada tra Mosul, città già catturata, e Baghdad. Grazie all’equipaggiamento ottenuto depredando le caserme abbandonate sono riusciti a prendere più di metà degli impianti. I combattimenti sarebbero ancora in corso, con le forze di sicurezza del complesso schierate a fianco dell’esercito. Diversi incendi sono scoppiati a causa dei bombardamenti di mortaio effettuati dall’Isis.

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E’ chiaro ormai che i sunniti dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria sono fortemente interessati ai giacimenti petroliferi. Ne controllano già alcuni vicino alla città di Mosul, altri in Siria e hanno interrotto gli oleodotti nella zona di Anbar. Il greggio sarebbe poi contrabbandato in Turchia per un ricavo di 500 mila dollari al giorno. Soldi che vengono usati per finanziare il progetto di un grande stato fondamentalista e intollerante.

Grandi compagnie dell’OPEC, come Exxon e British Petroleum hanno cominciato l’evacuazione dei propri dipendenti. Per l’Iraq è una grave sconfitta sul piano economico: con i suoi 141 miliardi di barili di petrolio potenziali nel sottosuolo potrebbe essere il primo tra gli esportatori dell’OPEC. Al Maliki prevedeva un piano di investimenti pubblici da 120 miliardi di dollari, gran parte dei quali sarebbero stati destinati alle infrastrutture petrolifere. Ma poi è scoppiata la crisi. L’Eni è una delle poche aziende ancora in sicurezza, i suoi impianti nella regione di Bassora a Sud del paese.

Si organizzano nel frattempo i peshmerga curdi da Erbil, nel Kurdistan, assieme all’esercito regolare per la riconquista di Mosul. I curdi avevano già ripreso la città di Kirkuk, altro snodo fondamentale dell’oro nero iracheno.

Alle 18:30, orario italiano, Obama ha concluso un vertice di massima sicurezza alla fine del quale ha annunciato le posizioni degli USA nei confronti dell’Iraq. Ha ribadito che non invierà più truppe di terra, ma circa 300 consiglieri militari saranno mandati in supporto a Baghdad. E per proteggere meglio l’ambasciata americana. Ha chiesto che venga formato un governo più inclusivo; «il destino dell’Iraq dipende dall’equilibrio» ha detto. L’Iran, ha poi spiegato, può giocare un “ruolo costruttivo” nella formazione di un Iraq senza settarismi, ma un suo intervento armato favorirebbe solo la metà sciita.

L’intelligence americana è da tempo operativa per tracciare le figure chiave dell’organizzazione terroristica. La Cia si sta avvalendo della collaborazione dei servizi segreti di Giordania, Turchia e Arabia Saudita. Ovviamente i riflettori sono puntati sul presunto leader, Bakr Al Baghdadi, e i suoi collaboratori più stretti, compresi alcuni ex militanti del baath party. Inaspettatamente un anonimo, probabilmente interno all’ISIS, sta fornendo informazioni sui piani dei ribelli, molto utili ai servizi segreti. Il tutto attraverso un misterioso account twitter: @WikiBaghdady