La Cina rischia il crac

La Cina poggia su un debito pubblico aggravato dalle inefficienze. La guerra dei dazi riduce i consumi interni, esponendola a rischio di crac.

La Cina rischia il crac

La Cina rischia il crac anche se apparentemente non sembra.

Il Dragone marcia ancora a ritmi spediti, punta all’innovazione tecnologica, modernizza le forze armate e ha un atteggiamento commerciale molto aggressivo.

Pechino cerca di insidiare il primato statunitense in tutti i settori ed espande la sua sfera d’influenza in tutti i continenti puntando all’egemonia in Asia.

La Cina rischia il crac. I problemi dietro le quinte

Il colosso cinese poggia però su un debito pubblico di 29 trilioni di dollari, pari al 300% del prodotto interno lordo.

Federico Giuliani spiega in dettaglio la situazione su Inside Over, supplemento de il Giornale che approfondisce temi internazionali.

Il debito pubblico, per quanto mostruoso, non sarebbe un problema ingestibile, dato che la Cina lo controlla direttamente e non è in mano a Paesi stranieri.

La vera questione è che Pechino s’indebita, sia per le inefficienze dei governi locali, che generano molti sprechi, sia investendo grandi risorse per costruire nuove infrastrutture.

Le opere pubbliche sono necessarie per sviluppare reti di collegamento, trasporti, commercio e attività industriali, ma il governo ha messo un freno per ridurre gli sprechi.

Le autorità locali hanno fronteggiato la chiusura dei rubinetti del governo centrale spendendo soldi di tasca propria per favorire la crescita e vendendo obbligazioni per realizzare nuovi progetti.

La Cina rischia il crac. i debiti delle pubbliche amministrazioni

Quest’anno, le amministrazioni locali hanno maturato un debito di 2,1 trilioni di yuan mentre l’anno prossimo scadrà il termine per altri 1,7 trilioni di yuan.

Gli esperti economici hanno lanciato l’allarme perché la vendita di obbligazioni per finanziare le opere pubbliche non coprirà le spese per i progetti previsti.

Il rischio è il cortocircuito sociale ed economico, dato che le popolazioni locali hanno bisogno di nuove infrastrutture che creano lavoro e incrementano il Pil.

Il governo centrale al bivio

Pechino ha permesso quindi di usare le leva delle obbligazioni per finanziare i lavori pubblici e questo attira investitori ma, allo stesso tempo, deve arginare gli sprechi.

Tuttavia, questo meccanismo dà l’impressione che il governo centrale chiuda i rubinetti con una mano, per avere più efficienza, ma con l’altra li riapra per evitare che i consumi interni precipitino.

Il rallentamento della crescita è un problema per il partito comunista cinese che propaganda in modo incessante i successi ottenuti e non nasconde le sue aspirazioni egemoniche.

Mantenere però uno sviluppo vorticoso non è semplice e aumentare gli investimenti provoca conseguenze serie:

  • Gli investimenti locali portano incrementi del Pil ma aggiungono anche altro debito a quello che si è già accumulato
  • I governi locali hanno iniziato a vendere parte dei loro debiti, ma devono comunque metter mano al portafogli perché le obbligazioni non bastano
  • Hong Kong e Taiwan sono due nodi caldi per il presidente Xi Jinping, ma riformare l’economia con urgenza lo è altrettanto.

In pratica è un serpente che si morde la coda, La Cina paga i debiti creandone altri e il rischio di crac aumenta.

Due opposte scuole di pensiero descrivono la situazione cinese

Lo stato di salute dell’economia cinese non è sempre facile da decifrare perché i dati ufficiali del governo avrebbero bisogno di altre verifiche e approfondimenti.

Di solito, si scontrano due scuole di pensiero: la prima considera la Cina una potenza in crescita nonostante i dazi imposti dal presidente americano Donald Trump.

La seconda, al contrario, ritiene che il meccanismo si sia inceppato proprio con i dazi che condizionano i consumi interni frenando la crescita.

La conseguenza per i cinesi sarebbe quindi un taglio delle spese con contraccolpi pesanti a livello nazionale.

La reazione della popolazione alla guerra dei dazi

Ovviamente, il comportamento della popolazione cinese può aiutare a capire meglio come stiano realmente le cose, partendo dalla vita quotidiana delle persone.

La guerra dei dazi con gli Stati uniti non semplifica le cose e i consumatori cinesi se ne sono già accorti sulla loro pelle.

Federico Giuliani riporta la notizia del South China Morning Post riguardante le abitudini alimentari.

I cinesi hanno ridotto negli ultimi tempi le spese di generi alimentari più costosi in favore dei noodles istantanei.

Si tratta di una pasta economica precotta pronta all’uso, conosciutissima in tutto l’Oriente, che ha avuto un’impennata recente nei consumi.

I dati della World Instant Noodles Association sembrano significativi: Cina e Hong Kong hanno consumato 44,4 miliardi di confezioni Noodles nel 2014.

La vendita è scesa a 38,5 miliardi nel 2016 per poi balzare a 40,25 miliardi di scatole smaltite l’anno scorso.

Nei primi sei mesi di quest’anno, gli acquisti sono aumentati del 7,5% e il giro d’affari per i noodles vale circa 7 miliardi di euro.

L’opinione dei cinesi sul consumo di noodles

I noodles sono un prodotto di massa economico per eccellenza.

I cinesi, quindi, non considerano di buon augurio il loro successo, perché avviene sempre quando ci sono difficoltà economiche e più rischi di perdere il lavoro.

La classe media è aumentata vertiginosamente negli ultimi vent’anni e coinvolge almeno trecento milioni di persone abituate a comprare generi sempre più costosi.

Veder rispuntare la pasta economica “alimenta” il sospetto di un crescente stato di necessità e il malcontento potrebbe dilagare se la situazione dovesse aggravarsi.


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