La Turchia minaccia Haftar. La Libia può esplodere

Lo stallo dei negoziati libici scatena le ire turche che addossano la responsabilità al generale cirenaico Khalifa Haftar. La diplomazia russa tenta di ricucire.

La Turchia minaccia Haftar. La Libia può esplodere
Photocredit Recep Tayyip Erdoğan and Vladimir Putin Wikipedia. Immagine contrassegnata per essere riutilizzata

La Turchia minaccia il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, e la Libia può esplodere, dato che ci si muove sul filo del rasoio.

La Turchia minaccia Haftar. La Libia può esplodere e la diplomazia è in stallo

Come già riportato, Haftar ha fatto marcia indietro sull’accordo proposto dalla diplomazia russa e turca. L’intesa appare lontana anche se Haftar continua ricevere pressione e ha chiesto ancora 48 ore per consultarsi con i collaboratori.

I problemi sul tappeto sono tanti:

  • Rivalità endemica tra governo di Tripoli e autorità di Bengasi
  • Conseguente scontro personale tra Haftar e Fayez Al Sarraj
  • Interessi contrapposti tra Turchia, Russia ed Egitto
  • Scarsa incidenza dell’Europa
  • Esposizione in prima linea dell’Italia
  • Caos interno e lotta per bande
  • Problema dei flussi migratori

Il lavoro diplomatico di Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan hanno messo al centro dell’iniziativa Russia e Turchia, ma le bizze di Haftar e il suo spirito bellicoso non si placano, di conseguenza la Turchia lo minaccia e la Libia può esplodere.

La Turchia minaccia Haftar. La Libia può esplodere e il leader cirenaico non vuole ritirarsi

Secondo la ricostruzione di Mauro Indelicato su Inside Over al vertice di Mosca sono volati gli stracci e il presidente turco è su tutte le furie. Il motivo è l’abbandono del tavolo delle trattative e la Turchia minaccia proprio Haftar, dandogli quindi la colpa se la Libia può esplodere.

Erdogan addossa al generale di Bengasi tutta la responsabilità, mentre Al Sarraj, da lui sostenuto, “ha avuto sempre spirito costruttivo” e le parole grosse non sono mancate:

Il golpista Haftar si è rifiutato di aderire al cessate il fuoco, prima ha detto di si, poi ha abbandonato le trattative ed è fuggito… Siamo pronti ad infliggere una grave lezione al generale – ha tuonato Erdogan – Non esiteremo mai a infliggere al golpista Haftar la lezione che merita se continuerà con i suoi attacchi contro il governo legittimo e i nostri fratelli in Libia“.

La Turchia minaccia Haftar. La Libia può esplodere e Ankara perfeziona la sua strategia

E’ evidente che il presidente turco gioca il ruolo di chi ce la mette tutta diplomaticamente e poi perde le staffe perché Haftar gli rompe le uova nel paniere, ma le minacce non vanno sottovalutate, perché i militari turchi hanno già messo piede in Libia, anche se con piccoli contingenti, nel ginepraio libico.

Tanto per ribadire che la Turchia ha già fatto quello che poteva, Erdogan invita ora la Russia a fare di più per convincere l’alleato Haftar a mettere giudizio.

Sulla vicenda interviene anche il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu: “La Turchia, sotto la guida del presidente, ha lanciato un cessate il fuoco in Libia e continua su questa strada.

Purtroppo però vediamo che c’è chi vuole la pace e chi no, chi vuole una Libia unita e chi noSe Haftar continua a non collaborare e continua a rifiutare il cessate il fuoco  allora anche la conferenza di Berlino è destinata a essere inutile“.

Ecco perché la Turchia minaccia Haftar e la Libia può esplodere in scenari incontrollabili.

I punti controversi dell’accordo ingarbugliano la matassa diplomatica

In ogni caso, la situazione è molto tesa e Mosca non nasconde il nervosismo, anche se continua a difendere la soluzione diplomatica. In particolare, Haftar ha espressamente dichiarato la volontà di non ritirarsi dalle zone attorno Tripoli già in mano al suo Libyan National Army.

Il guaio è che avrebbe anche chiesto di entrare con le sue truppe nella capitale libica per procedere, subito dopo, alla nomina di un nuovo governo di unità nazionale al posto di quello attuale, provocando apertamente i turchi da cui pretende il ritiro del contingente e delle milizie fatte arrivare appositamente dalla Siria.

E’ chiaro quindi che Haftar alza la posta il più possibile anche per avere il massimo controllo sulle strutture petrolifere e giocare un ruolo di primo piano come leader riconosciuto.

In effetti, le sue richieste sono una provocazione per la Turchia ma anche per l’Onu che sostiene al Sarraj con la cancelliera Angela Merkel che scalpita per ottenere un risultato alla conferenza di Berlino, con il rischio che vada tutto in fumo all’ultimo momento.

Il ruolo della Russia

Il presidente Putin si è ritagliato un ruolo di primo piano che puntava ad obiettivi ambiziosi messi proprio in bilico dalle intemperanze del suo protetto Haftar:

  • Accordo sul cessate il fuoco
  • Ritiro delle truppe turche ma affidamento all’esercito di Haftar del controllo dei pozzi petroliferi
  • mantenimento in vita del governo di Tripoli, come chiesto dalla Turchia, ma sotto egida di caschi blu dell’Onu e dei militari russi
  • Disarmo delle milizie

A questo punto, la pressione russa su Haftar aumenterà e l’alleato cirenaico dovrà assaggiare bastone e carota, visto che dovrebbero esserci nuovi incontri diplomatici, ma dai funzionari di Putin è già partito un chiaro messaggio: “Per il generale è importante mantenere la Russia come alleato“.

Il ruolo dell’Egitto

Fra gli attori sulla scena anche l’Egitto si è ritagliato una spazio e non sta certo con le mani in mano. A dire il vero, il Cairo condivide con Mosca il sostegno di Haftar e mostra anche l’avversione più totale per l’interventismo turco.

Dal momento che la posta in gioco è il controllo delle risorse energetiche, anche per interposta persona, neppure l’Egitto ha intenzione di farsi escludere dal risiko libico. Il presidente egiziano, Abdel Fatah al Sisi che è, allo stesso modo, un forte sostenitore di Haftar, ha riunito il Consiglio di sicurezza nazionale e chiesto a gran voce «l’intervento internazionale» contro i turchi.

Secondo osservatori sul terreno, gli egiziani accentueranno i raid dei loro cacciabombardieri in Libia e potrebbero intervenire via terra in Cirenaica per aiutare Haftar e assicurare le aree petrolifere.

Gas e petrolio sono gli obiettivi principali di Russia e Turchia

La Russia non è una protagonista centrale in Libia come lo è in Siria fin dagli anni settanta, tuttavia aveva concluso contratti vantaggiosi fino alla caduta del colonnello Gheddafi nel 2011.

Il risultato è che Mosca ha visto svanire un interscambio da miliardi di dollari che intende riguadagnare, magari costruendo anche una base militare in Cirenaica, grazie all’alleanza con Haftar.

La Turchia, al contrario, punta a estendere la sua sfera d’influenza in un’area del Mediterraneo orientale che spazia dalle acque turco-cipriote a quelle libiche.

Erdogan è in conflitto con Atene e Nicosia per la scoperta di giacimenti di gas in acque cipriote e Ankara è convinta che anche la repubblica turca di Cipro abbia diritto a sfruttare una parte di queste risorse.

Per questo motivo, il presidente turco sta svolgendo un interventismo a tutto campo nell’area e ha esteso il suo interesse anche alla Libia stipulando un contratto con il premier di Tripoli al Sarraj per creare nuovi confini marittimi utili al suo Paese, approfittando anche della debolezza europea e dell’inconsistenza italiana.

L’Italia perde terreno sulla scena libica

Nonostante la girandola d’incontri a Roma con Haftar e al Sarraj, e relativa gaffe diplomatica dando la precedenza al leader cirenaico e provocando lo slittamento dell’incontro con il premier tripolino, l’Italia annaspa senza una bussola.

Il presidente Giuseppe Conte ha incontrato Erdogan in Turchia e Al Sisi al Cairo, mentre il ministro degli esteri Luigi Di Maio è volato in Tunisia, dopo varie tappe a Istanbul, Bruxelles e nella capitale egiziana.

Tuttavia, l’Italia non ha un peso militare e politico definito e il nostro governo è visto da molti come una compagine di signori che, in effetti, rischia di fare presto le valigie e andare a casa.

L’espansionismo turco in Libia danneggia l’Italia

In queste condizioni, soffriamo pesantemente l’interventismo turco in Libia. Come ricorda il giornalista Andrea Muratore, Erdogan sarà anche imprevedibile e spregiudicato ma dimostra spesso inventiva, tenacia e fiuto tattico.

Sul gas naturale e sul petrolio libico e mediterraneo gli interessi di Ankara si scontrano apertamente con quelli dell’Italia. che è priva di una strategia a tutto campo per cogliere cioé l’occasione di sfruttare l’aumento dell’offerta e del potenziale dei mercati energetici.

Il nostro Paese è stato scottato dalla sconfitta geopolitica della cancellazione di South Stream, che ha portato infatti il gasdotto turco-russo a diventare la porta delle esportazioni di Gazprom verso il cuore d’Europa.

L’accordo tra Erdogan e Al Sarraj può spalancare, oltre a questo, le porte a operazioni congiunte alla ricerca di idrocarburi nello spazio che lambisce le acque territoriali libiche e cipriote, colpendo direttamente l’interesse dell’italiana Eni nella regione.

In altre parole, la marcatura stretta di Erdogan su Al Sarraj può mettere seriamente in pericolo contratti, concessioni e investimenti italiani, oltre a compromettere la sicurezza delle importazioni dalla Tripolitania.

La variabile non secondaria dei Fratelli Musulmani

Mentre l’Europa spera in trattative diplomatiche senza una strategia politica e militare comune e in Libia imperversa, a dire il vero, la guerra per bande a caccia di bottino energetico, altri attori sulla scena complicano ulteriormente le cose.

Il corrispondente del Giornale Fausto Biloslavo segnala in particolare che Il capo del Consiglio presidenziale di Tripoli, Khaled al Mishri, ed esponente della Fratellanza Musulmana, ha appoggiato Al Sarraj per l’accordo con Haftar a patto che quest’ultimo, ormai alle porte di Tripoli, si ritiri sulla linea di partenza e ritorni preferibilmente a Bengasi.

La proposta è inaccettabile, non solo per il generale cirenaico, ma anche per i suoi sponsor russi ed egiziani, da qui lo stallo sulle clausole di accordo, peraltro molto vaghe.

Come se non bastasse, è intervenuto il Qatar, sostenitore di Al Sarraj come la Turchia, a dettare condizioni al premier di Tripoli, perché i qatarioti sono in conflitto con l’Arabia Saudita, alleata di Haftar.

Rifornimenti di armi dietro le quinte alimentano lo scontro in Libia

Inoltre, gli Emirati Arabi giocano un ruolo dietro le quinte, inviando droni di fabbricazione cinese al generale cirenaico che li usa per bombardare i governativi di Al Sarraj.

Quest’ultimo, infine, conta ben poco sulla scena e, pur essendo riconosciuto dall’Onu, è sempre stato ostaggio delle milizie di Misurata e dei Fratelli musulmani, effettivamente armate dai turchi, che hanno difeso Tripoli.

Per di più, la Russia e l’Egitto sono sponsor ormai consolidati di Haftar, che occupa l’area dei ricchi giacimenti compresi tra Sirte e Bengasi,dove l’Eni stipulava in passato vantaggiosi accordi ora assai meno garantiti in favore dell’Italia.

Tuttavia, fermare la guerra civile libica è sempre più difficile, perché s’intrecciano gli interessi contrapposti di troppi Paesi e Roma rischia la fine del vaso di coccio tra quelli di ferro.


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