Migranti: l’Italia può impedire l’accesso delle navi?

La soluzione è il trattato di Dublino e il registro navale: i mezzi di trasporto marittimo e aereo sono territori nazionali oltre i confini.

Dublino, città dell'omonimo trattato che regolamenta le domande di richiesta asilo

In questi giorni, con il caso della Sea Watch 3 e della nave “Alex”, si è riproposta la questione della “legge del mare” e di quello che si definisce “il trattato di Dublino”. Intanto si dovrebbero distinguere le situazioni, perché un conto è salvare dei passeggeri che stavano tranquillamente navigando e sono stati sorpresi da una tempesta o da qualsiasi altro incidente, e un conto sono persone condotte da barchini a poche miglia dalla costa libica e raccolti da navi private, quasi una staffetta pianificata, per far loro proseguire il viaggio. In un certo numero di casi non s’è verificato neppure il naufragio e ciò è dimostrato dalle tracce radar a registrare gli spostamenti delle imbarcazioni. Più che di salvataggio e “legge del mare” si dovrebbe parlare di “radio taxi umanitario” con i quesiti che pone: perché è così difficile giungere alla verità delle cose, discernere tra chi è naufragato da chi è stato semplicemente trasbordato ad altra nave?

Il Trattato di Dublino

Affrontiamo, invece, le norme del “trattato di Dublino” con una premessa: la legge è sostanza non disgiunta dalla forma. Quello definito con il nome di “Trattato di Dublino” è la convenzione sulla determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli stati membri della Comunità Europea. Questo regolamento UE n°604/2013 intendeva impedire ai richiedenti asilo di presentare domande in più Stati membri e ridurre quelli definiti “in orbita” e cioè trasportati da Stato membro a Stato membro. Siccome il primo Paese d’arrivo è incaricato di trattare la domanda, l’Italia s’è trovata nella condizione di dover gestire l’intero flusso migratorio, poiché le sue coste sono quelle più vicine alla rotta scelta dagli “scafisti”. Malta, Grecia, Francia e Spagna, sulla base di questo trattato, rispediscono al mittente le richieste d’aiuto lanciate dagli italiani e, qualora si offrano di ricollocare qualche migrante, pare più gesto diplomatico di “buon vicinato” che atto d’umanità. Dio non voglia che esista anche una trattativa tra il nostro Governo e quello che ci soccorre in cambio di altro favore.

Nazionalità delle navi: territorio sovrano in mare

A questo punto è bene considerare il concetto di “nazionalità” per nave o aeromobile. Nella Convenzione UNCLOS (art. 91)e nella Convenzione di Chicago del 1944 (art. 17), le navi e gli aeromobili ottengono la concessione della nazionalità dello Stato che ha registrato i mezzi di trasporto. Ne sono eccezione le navi o gli aerei che battono bandiera di altri soggetti dotati di personalità giuridica di diritto internazionale, quali le Nazioni Unite, le sue agenzie specializzate e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. In estrema sintesi, una qualsiasi nave registrata in Olanda e che espone la bandiera olandese, come la Sea Watch 3, può andare in qualsiasi mare, ma resta sempre territorio olandese. Esattamente come le ambasciate. A questo punto, se la nave della ONG Mediterranea batte bandiera italiana, è territorio italiano ed è inutile che il Ministro degli Interni non autorizzi lo sbarco dei migranti, perché costoro hanno già messo piede sul suolo del nostro Paese e, finché non si cambia il trattato di Dublino, siamo noi che dobbiamo trattare la loro richiesta di asilo. In caso diverso, tipo quello della Sea Watch che rappresenta in mare il territorio olandese, il nostro compito era quello di far sbarcare immediatamente i migranti per metterli in sicurezza, curarli e rifocillarli e, in un secondo momento, imbarcarli su un aereo con destinazione Amsterdam, perché era l’Olanda che doveva gestire la loro richiesta d’asilo con le dovute indagini di conformità. Se l’Olanda rifiutava al nostro aeromobile il permesso d’atterraggio, avrebbe infranto il trattato di Dublino e avrebbe anche dovuto giustificare al mondo la ragione di questa decisione che disconosce il proprio territorio. Stessa procedura per le navi delle ONG registrate in Germania, in Francia, in Spagna… Il problema, finalmente, diventerebbe europeo e forse le nazioni UE, per evitarsi un’invasione ingestibile, agirebbero concretamente per aiutare l’Africa a costruire un proprio futuro di benessere, così che nessuno dei suoi abitanti sia costretto ad affidarsi a organizzazioni criminali per sopravvivere.

Massimo Carpegna

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