Ucciso Qasem Soleimani. Rischio escalation in Medio Oriente

Il generale iraniano, capo delle forze d'elite dei pasdaran è stato ucciso da un drone americano a Bagdad. Sale la tensione.

Ucciso Qasem Soleimani e c’è rischio escalation in Medio Oriente perché il comandante delle guardie rivoluzionarie iraniane era operativo da tempo in Iraq.

Gli Stati Uniti, alla fine, lo hanno eliminato con un missile lanciato probabilmente da un drone.

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Soleimani era a bordo di un veicolo, scortato da un secondo mezzo, quando l’attacco americano è arrivato dal cielo distruggendoli entrambi su una strada vicino all’aeroporto di Bagdad.

Ucciso Qasem Soleimani. C’è rischio escalation in Medio Oriente. I dettagli dell’operazione

Gli americani avevano messo da tempo Soleimani nella lista nera dei terroristi di spicco e atteso successivamente il momento più adatto per colpire.

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In effetti, Soleimani ricopriva una duplice veste di emissario ufficiale iraniano nel teatro iracheno ma era anche a capo delle operazioni più segrete dell’intelligence del suo Paese.

Soleimani si sentiva tranquillo, non si nascondeva e pensava di avere un ruolo talmente primario da non temere minacce particolari. I fatti gli hanno dato torto.

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Gli Stati Uniti hanno operato in primo luogo su due livelli: attivazione di droni d’attacco per l’operazione e copertura garantita dai rinforzi del Pentagono.

In pratica, gli aerei hanno trasferito paracadutisti dell’82esima divisione aviotrasportata e almeno 100 marines per avere un deterrente di pronto impiego in caso di rappresaglia.

Ucciso Qasem Soleimani. C’è rischio escalation in Medio Oriente. La conferma del Pentagono

Il generale iraniano Qasem Soleimani è stato infatti ucciso e la conferma viene da fonti del Pentagono: “Per ordine del presidente, l’esercito americano ha adottato misure difensive decisive per proteggere il personale americano all’estero uccidendo Qasem Soleimani

Il Dipartimento della Difesa Usa ha inoltre precisato in una nota che “Il generale Soleimani stava attivamente sviluppando piani per attaccare diplomatici e membri del servizio americani in Iraq e in tutta la regione.

Il generale Soleimani e la sua Forza Quds erano responsabili della morte di centinaia di membri dei servizi americani e della coalizione e del ferimento di altre migliaia“.

La morte di Soleimani è confermata anche dal governo iraniano

Ucciso Qasem Soleimani e c’è rischio escalation in Medio Oriente, perchè sulla sua morte non sembrano esserci dubbi, dato che l’Iran ha commentato con un comunicato ufficiale emesso dal ministro degli esteri Javad Zarif che non lascia spazi all’interpretazione:

L’atto di terrorismo internazionale degli Stati Uniti con l’assassinio del generale Soleimani, la forza più efficace nel combattere il Daesh, Al Nusrah e Al Qaida, è estremamente pericolosa e una folle escalation”.

L’antefatto che ha provocato l’attacco

Qasem Soleimani era un generale di 61 anni che svolgeva un ruolo di primo piano nel sostenere il governo iracheno, a dire il vero, eterodiretto da Teheran.

La prima fase dell’attacco, in effetti, non ha riguardato lui perché, nei giorni precedenti, l’aviazione degli Stati Uniti aveva già bombardato in territorio iracheno una base delle milizie Pmu.

Si tratta di gruppi a maggioranza sciita, che hanno lottato contro l’Isis ma che hanno anche rapporti stretti con l’Iran e alimentano la tensione con i sunniti iracheni.

Di conseguenza, si è trattato di un colpo assestato in Iraq per colpire Teheran, all’interno di un contrasto sempre più forte tra gli Stati Uniti ed il paese guidato dagli ayatollah.

La reazione iraniana in Iraq

La conseguente protesta contro l’ambasciata americana, con tentativo d’irruzione all’interno da parte di integralisti soprattutto sciiti, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Per Washington era evidentemente di un segnale di pericolo per i propri interessi nell’area ed è scattato, di conseguenza, il raid contro la mente ordinatrice della strategia antiamericana nell’area: appunto Qasem Soleimani.

Da parte sua, il presidente Donald Trump ha lanciato su Twitter un post senza frasi di commento ma raffigurante la bandiera americana poco dopo la conferma della morte di Soleimani.

Chi era il generale Soleimani

Andrea Muratore ricostruisce su Inside Over la figura del generale Qasem Soleimani, originario della provincia povera iraniana di Kerman, che è stato in particolare una figura di spicco nella politica militare del suo Paese.

Arruolatosi nei guardiani della Rivoluzione fin dal 1979, si è distinto durante la guerra Iran-Iraq scatenata da Saddam Hussein fino a diventare comandante della 41°divisione Sarallah, unità di punta dell’esercito iraniano.

Protagonista negli anni Novanta di una durissima campagna di repressione del narcotraffico al confine afghano, è sempre stato vicino all’ala più conservatrice.

Nel 1999, si è distinto inoltre per aver firmato una petizione integralista con altri ufficiali dei Pasdaran per schiacciare senza esitazioni la rivoluzione degli studenti minacciando, in caso contrario, di far cadere il governo.

Il salto di qualità di Soleimani alla guida delle forze d’elite iraniane

Nel 1998, Soleimani era diventato inoltre capo della Forza Quds, l’unità di élite dei Pasdaran destinata alle operazioni speciali, che tanti grattacapi ha dato all’intelligence statunitense e israeliana.

Dotato di capacità strategica e diplomatica, Soleimani è stato sempre ostile all’influenza americana nell’area, specie dopo la guerra del 2003.

Dal 2012 in poi ha assunto un ruolo crescente nel sostegno al regime siriano di Bashar Al-Assad diventando cioé una figura centrale e, per certi versi, leggendaria.

Legato anche alla Russia per la sua collaborazione nel teatro siriano, ha dato un contributo contro l’Isis, ma ha rappresentato sempre una spina nel fianco per Stati Uniti e mondo arabo sunnita.

Il pericolo politico rappresentato dal generale Soleimani

Se, da un lato, gli Stati Uniti hanno avuto contatti anche diplomatici con Soleimani, per cercare un fronte comune contro Isis e Al Qaida, è altrettanto vero che i presidenti George Bush, Barack Obama e Donald Trump ne hanno anche diffidato.

Il motivo risiedeva nel suo acceso integralismo sciita. Non è un caso che l’ala ultrareligiosa iraniana guardasse a lui come nuovo leader fieramente ostile agli Stati Uniti e agli arabi sunniti.

A dire il vero, Soleimani non aveva fatto presagire un futuro chiaramente politico, essendo concentrato sulla carriera militare, ma in Iran i vertici dei Guardiani rivoluzionari esercitano un controllo stretto anche sulle principali attività economiche, compresa l’industria pesante e quella estrattiva. Quindi, una cosa non escludeva l’altra.

Il braccio di ferro finale di Soleimani con Donald Trump

D’altra parte, il passaggio di testimone alla Casa Bianca è storia recente. Donald Trump ha largamente sconfessato l’accordo sul nucleare stretto dal suo predecessore, pretendendo garanzie di sicurezza e libero scambio, che, secondo il Tycoon, l’Iran non era disposto a concedere.

La risposta di Qasem Soleimani si è trasformata in una sfida aperta senza sconti: “Vi stiamo addosso, arriviamo dove neanche vi potete immaginare. Noi siamo pronti. Se voi iniziate la guerra, saremo noi a finirla!”.

Le conseguenze della morte del generale Soleimani e il rischio escalation

Ucciso Qasem Soleimani, c’è rischio escalation in Medio Oriente poiché, a questo punto, molti temono la reazione iraniana, anche se non si prevede ancora fino a che punto si spingerà. Di certo, la regione potrebbe infiammarsi come una polveriera.

Tuttavia, l’Iran non agisce da solo e, non casualmente, ha cercato sponda di recente con Cina e Russia attraverso esercitazioni militari congiunte.

Paradossalmente, proprio Cina e Russia potrebbero agire da freno rispetto a un escalation che comprometterebbe anche le forniture petrolifere da cui Pechino in parte dipende.

La speranza diplomatica

Le diplomazie sono al lavoro anche se sottotraccia, e si spera di scongiurare il peggio.

In ogni caso, Cina, Russia e forse anche Turchia hanno compreso che il destinatario del messaggio legato al raid di Bagdad non è solo l’Iran ma anche i suoi alleati, interessati ai traffici petroliferi e commerciali che passano dallo stretto di Ormuz.

La dottrina Trump ha cambiato, in ogni modo, alcune cose di cui tenere conto:

  • Donald Trump è un businessman che fa la voce grossa ma non chiude mai del tutto la porta per giungere a un accordo favorevole
  • Trump è contrario alle operazioni militari su larga scala ma sa colpire dove fa più male
  • La morte del generale Soleimani è un duro colpo per i Pasdaran e l’intelligence iraniana. Il suo carisma e le sue capacità politiche e militari non si sostituiranno facilmente, anche perché nel raid sono morti alcuni suoi stretti collaboratori
  • La Russia gioca in effetti un ruolo chiave in Siria e la collaborazione con l’Iran proseguirà se non trascina tutti in una guerra dagli esiti imprevedibili. Mosca sembra quindi fare leva sull’azione diplomatica per disinnescare ulteriori rischi
  • La Cina vuole stipulare un accordo sui dazi con gli Stati Uniti che potrebbe porre fine alla guerra commerciale, evitando altri contraccolpi economici che una guerra in Medio Oriente aggraverebbe, soprattutto a livello energetico
  • Nonostante il rischio, il governo cinese non si è infatti  scomposto, come spiega il giornalista Federico Giuliani
  • Pechino ha comunque indossato i panni di un attore razionale e responsabile. rifacendosi ai “ principi della Carta delle Nazioni Unite” e alle “norme basilari delle relazioni internazionali“.

Lo stato di massima allerta

In ogni caso, gli Stati Uniti hanno dispiegato forze consistenti, compresa la quinta flotta, e stanno affluendo migliaia di soldati di rinforzo, Israele è in allerta e l’Arabia Saudita pure. Si temono quindi azioni in stile commandos con barchini da parte dell’elite pasdaran contro installazioni militari e petrolifere o lanci di missili a medio raggio.

Tuttavia, anche l’Onu cerca di capire fino a che punto Usa, Russia, Cina e Paesi arabi potranno imbrigliare l’Iran che vuole tentare una ritorsione.

Ma gli Ayatollah non possono permettersi mosse controproducenti a livello economico e politico interno, in un quadro geopolitico sempre più multipolare con troppi attori sulla scena.

I prossimi giorni saranno comunque decisivi.


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