Bolsonaro nuovo presidente del Brasile

L'elezione del candidato di estrema destra apre scenari inediti in una paese da sempre di sinistra

Con l’elezione di Jair Bolsonaro alla presidenza della repubblica si è conclusa una delle più difficili campagne elettorali della storia del Brasile, campagna svoltasi in un clima di grande tensione e in cui non sono mancati i colpi di scena, quali il tentativo da parte dell’ex presidente del Brasile Lula, che gode ancora di un ampio consenso nel paese, di partecipare alle elezioni, nonostante le accuse per corruzione e riciclaggio di denaro, di cui dovrà rispondere, tentativo respinto dalla Corte Suprema e l’accoltellamento di Bolsonaro, principale candidato della destra, durante un comizio elettorale da parte di un simpatizzante di sinistra.

Risultato della tornata elettorale

Eletto, in base agli exit pol, con il 56% dei voti, il risultato era stato già ampiamente previsto dai sondaggi, confermando di fatto gli esiti del primo turno che avevano visto il candidato del Psl raggiungere il 47% dei voti, con un forte distacco sul candidato di sinistra Fernando Haddad, erede di Lula, che aveva ricevuto solo il 28% dei consensi.

Una tornata elettorale questa, che segna un deciso cambiamento di rotta per il Brasile, che dopo anni di governi di sinistra, con queste elezioni riparte da un governo di estrema destra allineandosi così, ad altri paesi dove i movimenti populisti sono già al governo con un ampio consenso elettorale.

Loading...

Nonostante le proteste di una parte della società civile brasiliana contro le dichiarazioni misogine, omofobe, razziste e autoritarie del candidato di estrema destra e l’indagine avviata dalla magistratura per l’accusa di violazione della legge sulle campagne elettorali, avendo chiesto a un gruppo di imprenditori di finanziare un’azione di propaganda a suo favore, attraverso l’app di messaggistica WhatsApp, contro la legge brasiliana che vieta alle aziende di finanziare le campagne elettorali, la maggioranza dei brasiliani ha risposto positivamente all’appello, diventato slogan di Bolsonaro: “Siamo la maggioranza, siamo il vero Brasile”.

Il neoeletto Presidente della repubblica ha raccolto consensi soprattutto tra le fasce alte e medie della popolazione bianca, ma con alte percentuali anche tra i meticci, indigeni e neri, stanchi soprattutto dei numerosi scandali per corruzione verificatisi durante gli anni dei governi di sinistra.

Ma chi è Jair Messias Bolsanaro

Già da molti soprannominato il “Trump tropicale” e nuovo presidente del Brasile?

Ex militare e politico di lunga data, eroe dell’estrema destra, i cui principali riferimenti politici sono Trump, Wilders e Le Pen, è nato a Glicério, San Paolo, da genitori di origine italiana e dopo la scuola superiore ha frequentato l’accademia militare di Agulhas Negras diplomandosi nel 1977.

Eletto membro della Camera dei Deputati del Brasile dal 1991, nel Partito Social-Liberale brasiliano, si è distinto da subito per le sue posizioni estremiste: già nel 1993 quando era un deputato della Camera bassa del Congresso nazionale del Brasile, Bolsonaro fece un discorso che sconvolse diversi suoi colleghi dichiarandosi estimatore del regime militare da poco finito in Brasile e aggiungendo che la democrazia non sarebbe stata in grado di risolvere i gravi problemi che affliggevano il paese.

Dichiarazione questa non sorprendente, se si considera come lo stesso Bolsonaro non si è mai mostrato turbato quando è stato raffigurato come un Hitler, con tanto di baffetti e ciuffo, critiche alle quali ha risposto “Meglio coi baffi di Hitler che col rossetto sulle labbra, come un omosessuale”.

Altrettanto estremo si presenta il suo programma politico, che prevede in materia di sicurezza l’abbassamento dell’età della responsabilità penale da 18 a 17 anni, la modifica della legge sul porto d’armi, per renderne più facile il possesso e la tutela giuridica dei poliziotti che in servizio uccidono dei sospettati con la propria arma. In campo economia viene prevista la riduzione del debito del 20% attraverso un programma spinto di privatizzazioni, la creazione di un sistema parallelo di pensionamento per capitalizzazione e la creazione di un super ministero dell’Economia. In politica estera l’abbandono del rapporto privilegiato che il Brasile ha avuto per anni con il Venezuela, riavvicinandosi agli Stati Uniti, all’Italia e a Israele.

In ambito educativo il rinnovamento dei programmi scolastici, con un maggior spazio per la matematica, le scienze e il portoghese, “senza indottrinamento né sessualizzazione precoce” e l’apertura di scuole gestite dai militari. Per ciò che riguarda le politiche sociali, il programma prevede ancora, di mettere il veto a ogni tentativo di modificare la restrittiva legge sull’aborto, per aumentare i diritti delle donne di accedere alle interruzioni volontarie di gravidanza (legali in Brasile solo in caso di stupro, rischio per la madre o grave malformazione celebrale del feto).

Infine sostenuto dalla potente lobby dell’industria agricola, il neopresidente intende fondere i ministeri di Ambiente e Agricoltura, né viene citata nel programma la lotta alla deforestazione e al riscaldamento globale, né vengono menzionati gli accordi di Parigi sul clima. Programma che rappresenta un duro colpo per l’ambiente e che potrebbe avere importanti ripercussioni a livello mondiale, prevedendo anche il via libera a un’autostrada che taglierà in due l’Amazzonia, facilitando al massimo le licenze per abbattere la foresta amazzonica, la più grande foresta pluviale tropicale del pianeta, oltre a prevedere l’apertura di nuove miniere e attività commerciali nelle zone indigeni.

Le immediate proteste di Ong come Greenpeace e il Wwf

Hanno scritto una lettera aperta, sostenendo che una soluzione del genere metterebbe a serio rischio la sopravvivenza di quello che è “il polmone verde della Terra”, distribuito per il 60% sul territorio brasiliano.

Ma come mai un parlamentare che fino a un anno godeva di scarsa considerazione è riuscito ad arrivare alla presidenza della repubblica con un ampio consenso elettorale?

Sarebbe semplice rispondere grazie al carisma dello stesso Bolsonaro o alla inconsistenza politica del candidato di sinistra Haddad, chiamato all’ultimo momento a sostituire il ben più carismatico Lula.

La risposta va piuttosto ricercata nelle aspettative di una popolazione che da troppo tempo desidera un riscatto da sempre promesso e mai arrivato, tale da porre il Brasile all’interno di quell’ambito e da sempre sognato consesso di potenze mondiali.

Tra 2003 e 2011, il mondo osservava stupefatto la performance economica del Brasile, erano gli anni del lulismo, diventato in poco tempo “Il politico più popolare del mondo”, affascinando tutti con la sua lotta alla povertà e alle disuguaglianze, così da ottenere il rispetto interno e l’ammirazione internazionale e lasciando il Paese alla sua delfina, Dilma Rousseff, con un’approvazione dell’83% e un’eredità politica che si pensava infrangibile. Ma il “modello Lula” che il mondo aveva ammirato, si mostrava molto più fragile del previsto, Lula, Rousseff e i partiti che avevano sostenuto i loro governi non erano stati capaci di vedere oltre il periodo di prosperità, non comprendendo il sopraggiungere della crisi e mettendo in atto le necessarie contromisure per combatterla.

Così dopo dieci anni di corsa sfrenata, il Brasile tornava a confrontarsi con i problemi di sempre: disoccupazione, povertà, divisione sociale.

In questo clima, il Brasile ha poi dovuto fare i conti anche con degli impensabili scandali di corruzione. Il primo a farne le spese è stato il governo in carica e la presidente Dilma Rousseff voluta da Lula, il cui impeachment è stato votato in un’atmosfera da stadio. L’inchiesta del giudice Lava Jato ha poi portato a scoperchiare un diffuso sistema di corruzione, travolgendo tutti i partiti politici che per anni avevano riempito le loro casse con una quantità enorme di tangenti.

In una realtà dove il centro non esiste, si è così avuta una polarizzazione estrema dello scontro, che ha portato allo scenario inedito appena uscito dalle urne.

Potrebbero interessarti anche