Cesare Pavese, i sapori della giovinezza

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Quando si parla di giovinezza ciascuno di noi ha dei riferimenti che differiscono secondo le esperienze, sensibilità e temperamento. Per Lorenzo de’ Medici è un periodo colmo di meraviglie e scoperte, ma al contempo fugace e destinato a non tornare più (Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia…). Per taluni la giovinezza è un periodo dove i pensieri sono leggeri, dove il gioco è preponderante e si cerca di comprendere il perché delle trasformazioni che avvengono in noi. La giovinezza può essere felice o tormentata, gravida di luce o di tenebra. Di solito è legata inscindibilmente ai luoghi d’origine: città e paesi che ci hanno tenuto a battesimo e visto sgambettare allegri, senza peso. Le risate della comitiva abituale, la ferita di un amico che ci tradisce, i primi ‘amori’ e anche i primi libri. In questo piccolo saggio vorrei parlare di un libro che in un certo senso raccoglie tutto questo e ne spiega il significato, ha la funzione di introdurci in una gioventù che non è la nostra ma che avrebbe potuto esserlo. Il libro di  cui parlo lo ha scritto Cesare Pavese, uscì nel 1950 e si intitola La luna e i falò. Subito dopo si tolse la vita in un’anonima stanza d’albergo a Torino. Opera consapevolmente finale, veniva considerata dal suo autore una “modesta Divina Commedia”, rappresenta il coronamento della sua carriera di scrittore.

Era un uomo alto Pavese, un piemontese taciturno che sapeva graffiare con il sarcasmo tipico della sua regione. Gli amici e colleghi della neonata casa editrice Einaudi ne ammiravano il talento e la capacità di lavorare dodici ore al giorno. Era uno scrittore ma anche traduttore ed insegnante, ebbe il merito di avvicinare gli italiani alla letteratura americana, illustre sconosciuta dalle nostre parti. Celebre e indimenticata la traduzione di Moby Dick di Herman Melville.

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La sua fu la giovinezza di un ragazzo di provincia che ebbe la fortuna di studiare al liceo Massimo D’Azeglio di Torino. Ebbe come compagni il filosofo Norberto Bobbio, il musicologo Massimo Mila, il letterato Leone Ginzburg, solo per citare alcuni nomi. E’ in un tale clima che si formò la personalità letteraria di Pavese, nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo. Ragazzo dotato di grande vivacità intellettuale e sensibilità, fu condannato al confino dai fascisti con l’accusa di aver redatto articoli indisponenti sulla rivista La Cultura

Fu lui a scrivere uno dei romanzi più importanti del neorealismo novecentesco. La luna e i falò si presenta come un viaggio a ritroso nei luoghi della prima giovinezza, un ritorno dopo tanto peregrinare: Anguilla, protagonista e io narrante, torna nelle sue Langhe nell’immediato dopoguerra dopo molti anni trascorsi in America; e nel paese natio intraprende una sorta di pellegrinaggio alla ricerca delle proprie radici, avendo per accompagnatore e guida – il Virgilio della “modesta Divina Commedia” – l’amico d’infanzia Nuto, falegname e suonatore di clarinetto, ma soprattutto anima integra e pura.

Nel Piemonte post-bellico, Anguilla passa di orrore in orrore, di delusione in tragedia, constatando suo malgrado che le ragioni della storia sono state più forti della cultura locale, della civiltà contadina che la sostanzia, delle radici etniche cui ormai si può guardare solo con rimpianto. Fra le continue eppur sorvegliate tentazioni di trasfigurazione lirica della realtà, si affaccia così in tutta evidenza una delle più alte testimonianze di disagio intellettuale e di dolorosa eticità culturale che la letteratura italiana del dopoguerra abbia prodotto.

In questo libro ci sono le colline sempre uguali, ma in qualche modo mutate dal tempo, gli odori che riempirono le narici di Anguilla (Pavese), i sapori della terra che sembrano aver atteso il suo ritorno per farsi gustare di nuovo. I boschi pieni di ragazzi morti e vivi, dove l’allusione guarda ai giovani partigiani e repubblichini.

Questo romanzo ha espresso qualcosa che appartiene a tutti noi, leggendo incontriamo la chiesa, il municipio, l’amico rimasto in paese, le strade, la cornice delle colline, gli schiamazzi nella piccola piazza. Emerge l’antico desiderio di ritrovare le radici, qualcosa di saldo a cui aggrapparsi quando la vita è pronta a strattonarci senza posa e in ogni dove.

Cesare Pavese sa come pizzicare le corde del suo strumento, per avvolgere di un fascino discreto le immagini che crea. Pochi in Italia hanno avuto la sua eleganza, la sua naturalezza, il suo tocco delicato e sovrano.

Questo grande scrittore si tolse la vita ingerendo dieci bustine di sonnifero, il 27 agosto del 1950. Afflitto da una depressione acuita dalle delusioni amorose, in una lettera scrisse: “…ho sempre amato chi non mi ha mai preso sul serio…” . 

In quella camera d’albergo il corpo era esanime disteso sul letto, appoggiato su un tavolo trovarono i Dialoghi con Leucò, sulla prima pagina aveva scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.” Nel suo diario privato: “Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti” e “Ho cercato me stesso.” Riflettendo sulla vicenda umana e artistica di Cesare Pavese sono giunto alla conclusione che, nella vita, possiamo ritrovarci in situazioni di fronte alle quali c’è solo il silenzio.