Coronavirus: 13 giorni di ritardato intervento in Cina

XiJinping fa pubblicare un suo discorso del 3 febbraio in cui dichiara di aver dato l'allarme coronavirus già il 7 gennaio ma, fino al 20, le autorità di Wuhan non hanno adottato le direttive del governo centrale e i vertici locali sono stati silurati.

Coronavirus: 13 giorni di ritardato intervento in Cina
Photocredit: freakwave da Pixabay

Sul coronavirus saltano fuori 13 giorni di ritardato intervento in Cina che avrebbero forse permesso di contenere l’epidemia con più tempestività e la fonte è lo stesso segretario generale del partito comunista cinese Xi Jinping.

Coronavirus: 13 giorni di ritardato intervento in Cina. Ecco le dichiarazioni del presidente cinese

Xi Jimping comprende che montano le polemiche, specie dopo la morte di numerosi medici e infermieri cinesi, che si sono sacrificati per contenere il coronavirus, e deve fare anche i conti con le cifre ballerine che lasciano perplessa anche l’organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel suo discorso ai dirigenti comunisti del 3 febbraio, ha affermato testualmente: “Il 7 gennaio, ho dato ordini verbali e istruzioni sulla prevenzione e il contenimento del coronavirus” e il testo è stato pubblicato ora sulla rivista del Partito Qiushi, che significa “Cercare la Verità” per giustificare probabilmente la situazione sulla scena internazionale.

Coronavirus: 13 giorni di ritardato intervento in Cina. Le date in effetti non coincidono

Questa dichiarazione rischia di scatenare altre discussioni perché non saranno pochi quelli che gireranno il coltello nella piaga, considerando che fino a oggi la narrazione ufficiale datava al 20 gennaio il primo intervento di Xi nella crisi.

Inoltre,  il primo caso di “polmonite misteriosa” a Wuhan era stato scoperto a inizio dicembre e per giorni e settimane la Cina aveva taciuto, come precisa anche il Corriere della Sera.

La cronologia della gestione coronavirus

Sul coronavirus emergono 13 giorni di ritardati intervento in Cina e scorrendo la cronologia degli avvenimenti tutto appare molto più evidente:

  • La prima comunicazione da Pechino all’Organizzazione mondiale della sanità risale al 31 dicembre, ma è ancora molto generica e descrive un’infezione misteriosa
  • Fino al 20 gennaio a Wuhan si parla di 45 casi accertati e situazione sotto controllo
  • Ma, già il 18 gennaio, gli epidemiologi dell’Imperial College di Londra affermano che i contagi non potevano essere meno di 1.700, per semplici calcoli statistici, considerando che a Tokyo erano stati scoperti tre casi di coronavirus, importato da Wuhan
  • Il 20 gennaio è la data cruciale che cambia lo scenario:  la Cina ammette la gravità dello scoppio del coronavirus: con 4 morti e oltre 200 contagiati ufficiali, ma la Commissione sanitaria nazionale assicurava ancora che “era prevenibile e contenibile
  • Quello stesso giorno, la stampa di Pechino cita le parole di Xi Jinping: «È assolutamente cruciale fare un buon lavoro di prevenzione e controllo epidemiologico, la sicurezza e la salute della popolazione sono la priorità massima
  • Il 21 gennaio il Partito invia ordini ai quadri delle lontane province cinesi: «Chi nascondesse informazioni sul virus sarebbe punito severamente e inchiodato per l’eternità alla colonna dell’infamia». Nel frattempo emerge che il focolaio è a Wuhan e il virus dagli animali si trasmette all’uomo
  • Solo il 24 gennaio gli 11 milioni di abitanti di Wuhan sono isolati da una quarantena totale che blocca i sistemi di trasporto
  • Il governo cinese garantisce all’OMS il 28 gennaio di fornire ogni informazione sul virus.

 Tra 7 e 20 gennaio, 13 giorni di buio inquietante

In poche parole, se Xi Jinping aveva già dichiarato il 7 gennaio che si doveva intervenire sul coronavirus, significa che conosceva la situazione 13 giorni prima dell’allarme generale, trasmesso alle autorità sanitarie mondiali.

Secondo la ricostruzione del Corriere della Sera ci sono due ipotesi: la prima riguarda la sottovalutazione del problema da parte dello stesso leader cinese o, più probabilmente, l’articolo di Qiushi (che non può essere stato pubblicato senza il visto del potere centrale) è una prova a carico delle autorità di Wuhan, che non avrebbero messo in atto le direttive del capo supremo.

Non a caso, il capo del Partito a Wuhan e nella provincia dello Hubei sono stati silurati, il che farebbe emergere, una volta di più, che, in ogni caso, le autorità periferiche del Dragone non brillano per trasparenza e organizzazione.

In effetti, Pechino aveva già ridotto i finanziamenti a molte province per numerosi casi di corruzione e inefficienze ancora prima che il coronavirus comparisse, con il rischio peraltro di alimentare proteste e rivolte in tante zone del Paese che puntano sullo sviluppo attraverso le nuove infrastrutture e reti di trasporto.

Le conseguenze sul piano internazionale

E’ evidente che l’epidemia sta per raggiungere il picco previsto per le prossime settimane e i morti in Cina sono già 1.665, mentre i contagiati sono ormai 70.000.

Secondo l’agenzia giapponese Nikkei, il vicepresidente Wang Qishan, braccio destro di Xi Jinping ed esperto di crisi (gestì l’uscita dalla Sars nel 2003), ha sconsigliato al leader di esporsi in prima persona, per non rischiare accuse, in caso la situazione si complicasse.

Di certo, quei 13 giorni persi in un balletto di responsabilità, forse per inefficienze locali o per sottovalutazione dello stesso governo, non aiutano perché l’epidemia può provocare un impatto politico ed economico pesante se la quarantena si estendesse, mettendo a rischio la normale ripresa delle attività, dopo le feste del capodanno cinese.

Al momento, infatti, molte aziende prevedono periodi di quarantena preventiva per molti scaglioni di dipendenti e la Cina fatica ormai a rifornire di componentistica il settore automotive in Asia e in Occidente.


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