La Gran Bretagna volta pagina: la Brexit è ufficiale

La Brexit diventa effettiva e la Gran Bretagna volta pagina. Pro e contro dell'iniziativa anche in ottica europea e italiana.

Il momento è arrivato e la Gran Bretagna volta pagina perché la Brexit è ufficiale. Dal primo febbraio si apre la svolta storica avviata con il referendum del giugno 2016.

In questi anni ci sono stati scontri, polemiche mediatiche, negoziati difficili, battaglie burocratiche, ma il momento è decisivo. La vittoria elettorale di Boris Johnson ha posto quindi fine ai tentennamenti e si procede spediti anche se con alcuni nodi ancora irrisolti.

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La Gran Bretagna volta pagina: la Brexit è ufficiale tra problemi e speranze

Non c’è dubbio che i negoziati ancora da perfezionare possono creare ancora intoppi e la questione dei confini irlandesi è un problema oltre a quello della Scozia che spera ancora, al contrario, nel rientro in Europa.

Tuttavia, il giornalista Lorenzo Vita fissa alcuni punti chiave della vicenda:

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  • La democrazia vince anche quando non piace alle influenti élite finanziarie e burocratiche
  • La Gran Bretagna poteva permettersi uno strappo del genere perché ha una valuta autonoma che è la sterlina
  • I rapporti con la Ue sono stati, a dire il vero, piuttosto burrascosi negli ultimi 40 anni per una diversa visione geostrategica
  • Il Regno Unito ha, in effetti, una concezione atlantica che la lega più saldamente agli Stati Uniti, rispetto alla politica continentale dell’Unione europea
  • Londra non guarda solo agli Usa, ma anche all’Oriente e all’Africa e non ha mai accettato l’asse trainante franco-tedesco, strutturato inoltre in maniera diversa dal punto di vista economico.

La Gran Bretagna volta pagina: la Brexit è ufficiale. Ecco le possibili conseguenze dell’uscita da Bruxelles

La Gran Bretagna volta quindi pagina e la Brexit è ufficiale anche se potrebbero esserci dei contraccolpi per l’uscita da Bruxelles, attualmente ancora da verificare, ma Johnson confida proprio nella “Global Britain” per controbilanciare eventuali perdite e puntare sulla massima flessibilità.

Non si deve infatti dimenticare che la legislazione inglese punta a notevoli agevolazioni per chi investe sul territorio a livello imprenditoriale quindi le start up sono sostenute per garantire un valore aggiunto all’economia inglese che, senza dubbio, investe in misura crescente sulle nuove tecnologie.

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La Gran Bretagna volta pagina: la Brexit è ufficiale. Contraccolpi nel vecchio continente

Tuttavia, l’Unione europea non può gioire troppo per questa separazione, più o meno consensuale, dato che dovrà vedersela con un competitor di tutto rispetto al di là della Manica. Del resto l’Unione europea ha fatto davvero di tutto per scongiurare la Brexit cercando di dissuadere il governo precedente guidato da Theresa May.

Inoltre, la Brexit rappresenta una sconfitta politica e d’immagine per Bruxelles, perché una nazione tra le più importanti ha rifiutato il modello monolitico e molto burocratico della Ue che è sempre più in crisi, con la crescita dei movimenti “sovranisti” che guardano al successo inglese come a un modello da imitare.

Le paure scatenate dal referendum nel 2016

Come tutti ricorderanno, il referendum del 2016 ha avviato in definitiva la procedura di uscita dall’Unione scatenando un coro di critiche. Molti ritenevano che l’uscita dall’Europa equivalesse a un suicidio britannico al punto di ritenere che la borsa di Londra sarebbe stata totalmente surclassata in favore di quella di Francoforte.

Le conseguenze effettive

In realtà, Nicola Porro riassume sul Giornale la situazione degli ultimi anni e non sembra confermare le previsioni più fosche. Il Pil inglese è, in poche parole, cresciuto nel 2019 di 1,3% superando il risultato dell’eurozona. La borsa londinese non ha registrato dei boom, tuttavia ha fatto un salto del 12% e la disoccupazione è al  3,7%, cioè la metà della media europea.

Inoltre, Boris Johnson è un alleato dichiarato di Donald Trump, ma sa condurre trattative nell’esclusivo interesse inglese, senza appiattirsi troppo sulle richieste altrui, anche se dovesse dispiacere ad altri partner. L’apertura del premier britannico proprio alla cinese Huawei sulla tecnologia 5G, che è nel mirino degli Stati Uniti, è una prova di questo smarcamento, in caso di necessità.

Sterlina contro euro

La sterlina ha subito, in effetti, una svalutazione da 1,27 rispetto all’euro, prima di Brexit, a 1,18 di questi ultimissimi giorni. Quindi non è crollata anche se gli sviluppi dipenderanno dal pragmatismo inglese nel condurre in porto tutte le trattative aperte.

Nei prossimi mesi capiremo certamente meglio se il vascello inglese prenderà il mare in modo più tranquillo o se la navigazione affronterà, al contrario, acque più agitate oltre l’orizzonte del breve periodo.

I contraccolpi di Brexit sull’Italia

Se è quindi vero che la Gran Bretagna dovrà muoversi comunque con attenzione, l’Italia ha invece un problema più immediato perché, secondo alcuni osservatori tra cui lo stesso Porro, l’uscita del Regno Unito dalla Ue rafforza l’asse franco-tedesco.

Angela Merkel ha in effetti confessato in un’intervista al Financial Times che interessi e strategie di Germania ed Europa coincidono, come fossero la stessa cosa e per l’Italia non è proprio una buona notizia perché, in assenza della delegazione britannica, gli italiani perdono a Bruxelles una sponda fondamentale.

L’Italia perde un potenziale alleato contro le spinte franco-tedesche

In pratica, il sistema flessibile britannico è quello che assomiglia di più alla vitalità delle piccole e medie imprese italiane, mentre la perdita degli inglesi ai tavoli delle trattative rischia di consegnare ancora di più il nostro sistema produttivo, non solo nelle mani di Parigi e Berlino, ma come lo stesso Porro precisa, avremo un alleato in meno contro la burocrazia eurocentrica e l’establishment di Bruxelles.

Le incognite nella politica estera italiana

L’Italia dovrà muoversi di conseguenza su un terreno delicatissimo tra due esigenze difficili da conciliare: rafforzare lo spirito di alleanza atlantica con Gran Bretagna e Stati Uniti, o acquisire più spazio di manovra nella UE come terza forza continentale.

In questo caso, il nostro Paese rischia tuttavia di rimanere stretto tra il mercantilismo tedesco, che difende gelosamente la sua ampia quota di export, e l’interventismo politico e militare francese che si fa sentire nel Mediterraneo, specie sul dossier Libia per lo sfruttamento delle risorse energetiche, anche a scapito dell’interesse strategico italiano.


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