L’Italia può avere un futuro solo attraverso la coesione

Un'analisi storica e politica del nostro cammino verso un'unità ancora da realizzarsi

Nel discorso di fine anno, il Presidente Mattarella ha ricordato che l’Italia può avere un futuro solo attraverso la coesione nazionale. Come già fece lo scorso anno, il suo è stato l’ennesimo richiamo all’unità che, nella sostanza, è ancora da divenire. Il nostro è un Paese alquanto curioso, che per ben tre volte ha tentato di sentirsi unito grazie a valori condivisi e, tramite essi, costituire un popolo.

La frase di Metternich

L’Italia nasce dal Risorgimento e il 2 agosto 1847 Metternich scrisse, in una nota inviata al conte Dietrichstein, la famosa e controversa frase: «La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.».
Tale frase fu riportata l’anno successivo dal quotidiano napoletano “Il Nazionale”, interpretandola, però, in senso dispregiativo: «L’Italia non è che un’espressione geografica»; nel pieno dei moti del ‘48, i liberali italiani si appropriarono polemicamente di questa interpretazione, utilizzandola in chiave patriottica per risvegliare il sentimento anti-austriaco e unire gli italiani in un sol popolo.

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Il Risorgimento

La nascita della nostra nazione è quindi legata al Risorgimento: il 21 febbraio, il Presidente del Consiglio Camillo Benso Conte di Cavour presentò al Senato un progetto di legge composto da un solo articolo, per ufficializzare la nuova denominazione di Vittorio Emanuele II di Savoia quale monarca del Regno d’Italia. Questa data è festeggiata annualmente dal 1911 per ricordare l’Unità d’Italia, ma molti popoli a quel tempo parlarono di annessione forzata al Regno di Sardegna, come i sudditi del Regno delle Due Sicilie. I cittadini dello Stato Vaticano, invece, sentirono l’unità d’Italia quale prepotente laicizzazione. Insomma, a molti apparve come un’operazione fatta dall’alto, in contrasto con l’identità profonda dei diversi regni, stati e granducati. «Fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani» disse Massimo D’Azeglio e ancora oggi questa frase potrebbe essere pronunciata.

La dittatura fascista

La seconda volta fu con l’affermazione del fascismo: qualsiasi dittatura ha necessità di un popolo unito e disciplinato, fedele agli ideali proposti e Benito Mussolini riuscì in gran parte in questa operazione, attraverso riforme importanti come quella della scuola, con l’Opera Nazionale Balilla, fastose inaugurazioni di opere pubbliche necessarie alla nazione come la bonifica dell’Agro Pontino e l’idea forte di un riscatto nei confronti delle potenze straniere, che da sempre consideravano l’Italia un’espressione geografica di nessun conto sul piano politico, economico e militare. A questo scopo, furono rispolverati i fasti della Roma imperiale, faro di civiltà per tutto il mondo antico, ma non solo: si ridiede onore al nostro Rinascimento con studi e ricerche e ogni attività – come lo sport, la scienza e le arti in genere – furono sostenute e celebrati i loro protagonisti. Ma anche in questo caso, un’ampia fetta della popolazione non sopportava la mancanza di libertà e non condivideva affatto gli ideali fascisti.

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La Repubblica

La terza e ultima volta è l’attuale Repubblica, la cui genesi è segnata dalla data del 27 dicembre 1947 con la promulgazione della Costituzione, preceduta dal risultato del referendum monarchia/repubblica del 2 e 3 giugno 1946. La nostra nazione contemporanea si fonda sui valori della resistenza, di libertà e democrazia, ma anche in questo caso una parte degli italiani dubitò sulla vittoria del sistema repubblicano, palesando dei brogli e, in quanto ai valori della resistenza, si fa sempre più strada un revisionismo storico, che pone l’accento sulla guerra civile che insanguinò l’Italia dopo l’8 settembre 1944, su un movimento partigiano diviso con le brigate d’ispirazione comunista in armi anche contro quelle moderate e sui numerosi e ingiustificati eccidi in quello che fu definito il “triangolo rosso”. Tra il settembre del 1943 e il 1949, alcuni storici come Gianpaolo Pansa indicano in 4.500 i morti causati dalla “giustizia partigiana”, uccisioni a sfondo politico attribuite ai militanti di formazioni comuniste. E’ dato poi non trascurabile che, appena conclusasi la Prima Guerra cMondiale, fu proprio l’azione delle leghe socialiste e popolari a lanciare un’escalation di scioperi e occupazioni, che intimorirono la borghesia e favorirono la nascita del fascismo.

Il federalismo della Lega bossiana

Potrebbe essere annoverato anche un quarto tentativo, quello della Lega di Umberto Bossi e del suo ideologo Gianfranco Miglio che, sostanzialmente, voleva riportare le lancette dell’orologio indietro nel tempo, ad un’Italia divisa in “Regni, Stati e Granducati”, ma confederata.

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L’unità della nazione

Tutti questi momenti sottolineano il problema di una nazione che non ha mai saputo trovare un punto d’inizio accettato da tutti con sincera convinzione e valori universali condivisi al di là della religione professata, dell’appartenenza etnica e della storia specifica del proprio territorio. I governi che si sono succeduti non hanno mai educato il popolo su queste basi e la conseguenza è un Paese che continua ad essere diviso, con un senso civico quasi inesistente e un marcato egoismo individualista. Da ciò discendono molti dei problemi che impediscono all’Italia di crescere come potrebbe e ricoprire il ruolo che le spetta nel panorama internazionale per storia, cultura ed economia. Le energie sono spese nell’eterna battaglia tra “Guelfi” e “Ghibellini”, invece che indirizzate alla crescita del Paese, e in questa battaglia rientrano anche le azioni di contrasto e annullamento di quanto di buono si potrebbe realizzare, se a proporlo è la parte avversa.

L’esempio degli Stati Uniti

Chi si è recato negli Stati Uniti e vi ha soggiornato per qualche tempo, avrà avvertito nei cittadini questo senso d’appartenenza a una nazione, alla sua democrazia e libertà, a un sistema di governo che gode di fiducia, a prescindere dal partito e dal Presidente scelto a guidare il Paese. Questa fiducia è mantenuta giorno per giorno con scelte politiche e decisioni che sgombrano il campo dall’ipotesi che esista una casta d’intoccabili, al di sopra della legge, come è opinione in Italia, e che il bene della nazione non sia sempre al primo posto nell’interesse di tutti. Negli Stati Uniti si ha fiducia nella giustizia che è rapida e, soprattutto, offre una certezza della pena all’umile cittadino come al Presidente degli Stati Uniti. Nixon, all’apice del consenso, fu costretto alle dimissioni per lo scandalo Watergate, innescato dalla scoperta di alcune intercettazioni illegali effettuate nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, a opera di uomini legati al Partito Repubblicano. Anche Bill Clinton, nella stessa posizione di successo, fu coinvolto nel ”sexgate” che portò la Camera dei Deputati a sfiduciarlo per aver mentito sulla presunta relazione extraconiugale con Monica Levinsky. Nel gennaio 2001 la licenza all’esercizio della professione forense di Bill Clinton è stato sospesa in Arkansas per cinque anni e, poco dopo, è stato radiato dal presentare casi davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Lasciatemi dire che se tale severità fosse applicata alla politica italiana, avremmo un Parlamento pressoché deserto.

Abramo Lincoln e la Costituzione americana

Questo orgoglioso senso d’appartenenza è anche strutturato e consolidato nella scuola, specialmente quella primaria. Ogni americano ha conoscenza del discorso di Gettysburg, pronunciato da Abramo Lincoln dopo la celebre battaglia («Or sono ottantasette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali… noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra.») o la frase che è il cuore della Costituzione americana: «Quando una lunga serie di abusi e malversazioni, volte a perseguire il medesimo obiettivo, rivela il disegno di ridurre tutti gli uomini all’assolutismo, è il loro diritto, è il loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla sicurezza per l’avvenire»

Un futuro senza speranza

A differenza degli americani, noi abbiamo dovuto attendere il Presidente Carlo Azeglio Ciampi per non vergognarci d’intonare l’Inno di Mameli; i nostri eroi del Risorgimento non sono tali per tutti, così come la Costituzione non è conosciuta nelle sue parti essenziali dai cittadini. In quanto alla giustizia e alla certezza della pena, siamo il mortificante esempio del suo opposto e l’elenco di fatti e decisioni, che hanno tolto qualsiasi fiducia nel sistema, si allunga ogni giorno. Il nostro futuro si riduce alla mera sopravvivenza, qualunque sia il governo o il protagonista sulla scena politica, poiché troppi errori sono stati commessi, specialmente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, da coloro che hanno avuto più a cuore la conquista del potere e la sua conservazione, il successo personale o della propria ideologia, che non le sorti dell’Italia tutta. Il nostro Paese ha necessità di un nuovo punto d’inizio nel segno dello sguardo coraggioso verso il passato e di una pace tra noi ritrovata e costruttiva. Fascisti e comunisti veri non esistono più, non possono ritornare ed è inutile, e soprattutto dannoso, mantenere vivo uno scontro che oggi non ha alcun senso ed è utile solo a chi non ha nulla da proporre e, tramite esso, spera di proteggere la propria esistenza politica.

Massimo Carpegna

Massimo Carpegna
Massimo Carpegnahttp://www.massimocarpegna.com
Docente di Formazione Corale, Composizione Corale e di Musica e Cinema presso il Conservatorio Vecchi Tonelli di Modena e Carpi. Scrittore, collabora con numerose testate con editoriali di cultura, società e politica.