Stati Uniti, altro veto contro il cessate il fuoco: è il terzo dall’inizio della guerra a Gaza

Washington blocca la proposta di Algeri basata su un cessate il fuoco "immediato e definitivo" e propone una propria controproposta.

Gli Stati Uniti hanno posto il veto bloccando di fatto la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite voluta dall’Algeria che chiedeva su un immediato cessate il fuoco a Gaza, dicendo che l’eventuale approvazione della mozione presentata da Algeri avrebbe minato le chance di un piano di pace tra Hamas e Israele. Dal 7 ottobre è la terza volta che Washington decide di bloccare le misure atte a porre uno stop alle armi. Gli Stati Uniti sono stati, tra le altre cose, l’unico membro del Consiglio di Sicurezza a porre il veto sulla risoluzione, andando in contrasto ad altri tredici paesi che invece l’avevano approvata all’unanimità.

La misura presentata dall’Algeria si sarebbe basata su una immediata cessazione delle armi e sull’entrata di aiuti ai civili sfollati dall’esercito israeliano. Washington, tramite il proprio ambasciatore alle Nazioni Unite, aveva fatto già sapere che avrebbe impedito alla risoluzione algerina di diventare effettiva. L’ambasciatrice Linda Thomas-Greenfield ha affermato che la misura potrebbe mettere a repentaglio un accordo che avrebbe messo in pausa i combattimenti tra Israele e Hamas. In precedenza, gli Stati Uniti avevano deciso di proporre una sorta di contro-risoluzione, la prima esplicitamente contro le manovre belliche israeliane, che chiedeva un cessate il fuoco, non definitivo bensì temporaneo, e la liberazione degli ostaggi israeliani. Oltre a questo, Washington aveva intimato Tel Aviv di non invadere la città di Rafah poiché “comporterebbe ulteriori danni ai civili e il loro ulteriore sfollamento“, si legge nella bozza.

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Intanto da Tel Aviv le intenzioni di invadere la città, e quindi anche la porzione sud della Striscia, sono sempre più vive. A tal punto che Benny Gantz, ex ministro della difesa e attuale membro del gabinetto di guerra, ha affermato che se Hamas non restituirà gli ostaggi entro l’inizio del Ramadan (10 marzo), l’esercito avrebbe assaltato la città in larga parte costituita da tendoni delle organizzazioni umanitarie che vi lavorano in condizioni molto complicate. Per quanto riguarda invece i possibili piani militari israeliani a Rafah, Reuters ha fatto sapere che essi potrebbe consistere in fasi differenti: in una prima, dalla durata di sei-otto settimane, vi sarebbe un’intensa campagna militare, in una seconda invece attacchi concentrati e incursioni da parte delle forze speciali, una fase che viene definita “di minore intensità”.