Turchia, la polveriera che tiene l’Europa sotto pressione

Mosse e contromosse turche sempre più spregiudicate nel Mediterraneo orientale sfidano la debolezza politica e militare europea

La Turchia è una polveriera nel Mediterraneo orientale e tiene sotto pressione l’Europa che non riesce a imporsi sul piano politico e militare per arginare le pretese crescenti del presidente Recep Tayyip Erdoğan, sempe più attivo in tutti i fronti caldi in cui ha autorizzato una crescente presenza militare.

La partita spregiudicata della Turchia sullo scacchiere internazionale

La crescente islamizzazione del Paese è uno strumento tattico per Erdoğan, che punta al consolidamento del suo potere politico come obiettivo strategico, assecondando l’integralismo delle aree interne e limitando il raggio d’azione delle forze armate, che erano il pilastro laico della costituzione kemalista, mentre aumentano i limiti alla libertà di stampa, per le donne e la religione, con esodo massiccio dei cristiani.

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In questo ribollire di integralismo e allargamento della sfera d’influenza, il leader turco intende egemonizzare il mondo musulmano e accreditarsi come potenza di riferimento non solo per i sunniti, ma anche per contenere l’influenza iraniana sciita, gestendo rapporti opachi con gruppi terroristi come Al Qaeda, Isis, Hamas fino agli Hezbollah, secondo convenienza.

La Turchia è ai ferri corti con la Francia, ma non risparmia minacce a Israele e a Paesi arabi, mentre le sue truppe operano su tutti i fronti i caldi tra Siria, Armenia, Libia, Grecia e Cipro, con la recente apertura di un nuovo fronte di tensione proprio nel Mediterraneo orientale che coinvolge pesantemente gli interessi energetici italiani.

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Il braccio di ferro tra Erdoğan e Macron

Ely Karmon, analista dell’Istituto internazionale per l’antiterrorismo di Herzliya in Israele ha dichiarato recentemente al Giornale che gli attentati a Nizza, Avignone e Gedda sono la prova del massimo livello di scontro tra Francia e Turchia per una serie di ragioni strategiche:

  • Il network della propaganda Jihadista vede la Turchia in prima fila e, solo in Francia, metà dei 300 imam più influenti sono di origine turca
  • La Turchia vuole espandersi in Grecia e a Cipro, isola divisa in due sfere d’influenza tra Atene e Ankara, per controllare le risorse energetiche del Mediterraneo orientale
  • L’influenza turca in Libia passa dall’appoggio di Al-Sarraj, mentre la Francia sostiene il generale Haftar
  • Altro terreno di scontro è il Nagorno-Karabakh dove è riesplosa la guerra tra gli armeni filo turchi e gli azeri cristiani, sostenuti da Parigi.

La Turchia soffia sul fuoco dell’integralismo, che dichiara a parole di voler contrastare, condannando l’uccisione dei fedeli nella cattedrale di Nizza, ma poi ne prende le difese e critica aspramente la separazione tra stato e chiesa in Francia, oltre a servirsi di milizie jihadiste in Libia, Somalia, Nagorno-Karabakh, facendo transitare molti combattenti che, negli anni, si sono uniti all’Isis per combattere in Iraq e Siria, dove la Turchia tiene sotto pressione i curdi.

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Il dibattito sulla strategia neo ottomana della Turchia

A margine della crescente aggressività turca, molti fanno paragoni tra la strategia del presidente Erdoğan e la storia dell’impero ottomano, che l’Occidente a faticato a contenere, sconfiggendolo a Lepanto e, soprattutto, respingendo l’invasione che, nel 1683, si era spinta fino a Vienna mettendo sotto assedio la città.

In realtà, molti osservatori ritengono che la politica estera turca sia molto più complessa e sfaccettata di quella ottomana, come precisa Emanuel Pietrobon su Inside Over. Indubbiamente, la Turchia sta militarizzando religione, appartenenza etnica e cultura per esercitare la sua egemonia in una zona strategica a cavallo tra Medio Oriente, Mediterraneo orientale e Nord Africa.

Ankara agisce ad ampio spettro servendosi di organizzazioni non governative o internazionali, mass media, università e centri culturali per promuovere il panturchismo che è un movimento ideologico, nato a fine 800 tra Germania, Austria-Ungheria e impero ottomano, che punta all’unione di tutti i popoli o etnie turche, ancora presenti in Caucaso, specie Azerbaigian, e Asia centrale tra Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Kazakistan, oltre che tra alcune minoranze in Ungheria e Giappone.

Il panturchismo si alimenta dell’ideologia turanica, promossa già a fine 800 da intellettuali ottomani, e che trae origine dal bassopiano turanico, nel cuore dell’Asia centrale, che puntava proprio alla rinascita di tutti i popoli di quell’area su base etnica, in una sorta di nuova alleanza tra gruppi etnici di stirpe turca, mongola, dravida del Sud indiano e giapponese.

L’importanza dell’Asia centrale e delle partnership internazionali

La Turchia sfrutta l’epoca post guerra fredda per diventare quindi il player principale nell’Asia centrale entrando in competizione con la Russia, l’Occidente, il Giappone e le monarchie del Golfo, fino a coinvolgersi nel conflitto del Nagorno-Karabakh a sostegno degli azeri musulmani, per assicurarsi il controllo del Caucaso meridionale che è la via di collegamento tra Anatolia e Asia centrale.

Resta da vedere se Ankara realizzerà questo suo nuovo ordine internazionale tra Europa e Asia, senza che nessuno abbia niente da ridire, ma il dinamismo del leader turco punta a consolidare partnership strategiche anche con l’Ungheria, la Mongolia e la Russia per avere ulteriori punti di appoggio alla sua strategia.

La situazione economica turca

Le ambizioni di potenza turca non vanno sempre di pari passo con la stabilità economica, considerando che la valuta locale, lira, ha perso il 50 per cento del valore in un anno e le minacce sparate dal suo leader contro Francia, Unione Europea e Stati Uniti, per lo meno a livello di boicottaggio di prodotti e guerre commerciali, hanno aggravato lo scenario.

Come conferma il giornalista Alessandro Scipione, l’agenzia Moody’s ha declassato a settembre il rating di debito turco a livello B2,  con rischio di crescente vulnerabilità economica ed erosione delle riserve fiscali, nonostante il Paese sia sostenuta dal Qatar che è un ricco alleato nell’area del Golfo.

In pratica, aumenta il rischio d’insolvenza per chi vanta crediti con la Turchia, a partire dalla banche europee che sono esposte per un valore di 120 miliardi di euro, di cui ben 62 vantati dalla sola Spagna, seguita a più lunga distanza da Francia (29), Regno Unito (12) Germania (11) e Italia (8,7).

Il legame economico fra Turchia ed Europa

La Turchia è quindi una polveriera che tiene l’Europa sotto pressione, dato che i vertici dell’Unione faticano a contenere le mosse sempre più aggressive di Erdoğan e possono pagarne le conseguenze, se dovesse cresscere il rischio d’instabilità per l’economia di Ankara.

L’Italia, che sembra meno esposta ai rischi economici turchi, vanta comunque un interscambio di quasi 18 miliardi l’anno tra import ed export e il nostro Paese è il quinto fornitore a livello mondiale dello stato anatolico e terzo cliente dopo Germania e Regno Unito.

La Turchia si fa quindi forte della sua posizione al centro di una fitta rete di scambi commerciali con l’Europa e l’Italia per fare la voce grossa, considerando che una sua crisi avrebbe un impatto molto grave sulle nostre aziende del calibro di Barilla, Eataly, Eni, Ferrero, Fiat Saipem, Salini e Luxottica.

Il problema delle sanzioni europee al leader turco

L’ultimo vertice del Consiglio europeo, come precisa Lorenzo Vita, ha puntato su nuove sanzioni, ma poco risolutive, contro le perforazioni arbitrarie della Turchia nel Mediterraneo orientale. La richiesta greca di un embargo di armi contro Ankara incontra resistenze dalla Germania, che è fornitrice di carri e sottomarini, e dall’Italia, che esporta altrettanti armamenti, per evitare un serio contraccolpo economico.

La frammentazione politica e militare europea contrappone Germania e Italia a Grecia e Cipro, che puntano a maggiori restrizioni, insieme con la Francia, interessata allo sfruttamento energetico in concorrenza non solo con la Turchia, ma anche con il nostro Paese.

Alla mancanza di una strategia comune europea, si unisce la questione migratoria che Erdoğan usa come arma di ricatto verso l’Europa, grazie al controllo della Siria settentrionale e Tripolitania, che gli permette di aprire e chiudere i rubinetti dei flussi attraverso la rotta balcanica e il Mediterraneo centrale. Il tentativo della cancelliera Angela Merkel di blandirlo, sganciando svariati miliardi di euro, ha ottenuto un vantaggio immediato, ma ha reso Ankara ancora più aggressiva nel medio periodo.

Il multilateralismo di Joe Biden

Gli Stati Uniti, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, sono avviati al cambio di guardia tra Donald Trump a Joe Biden e già il Tycoon ha pensato a sanzioni contro la Turchia per l’acquisto di sistemi di difesa aerea russa S-400. Si tratta di armamenti che gli Usa considerano parte di una lista nera di Paesi avversari e le sanzioni colpirebbero sia i fornitori, sia gli acquirenti, cioè Ankara, a livello economico e militare, in un periodo di fibrillazioni borsistiche per la lira turca.

Difficilmente l’amministrazione democratica cambierà politica, perché intende ripristinare il multilateralismo interventista di Barack Obama, abbandonato da Trump, coinvolgendo quindi l’Europa nel confronto con il leader turco, a partire dal fronte caldo del Mediterraneo orientale.