Aldo Gastaldi, il Comandante “Bisagno”

il comandante più amato della resistenza in Liguria, morto misteriosamente

Il monumento a Fascia che ricorda Aldo Gastaldi, il Comandante "Bisagno"

Dopo settantaquattro anni, il nome di Aldo Gastaldi continua a essere ricordato nelle alture di Genova, tra coloro che presero parte alla lotta di liberazione, i loro figli e nipoti. Pochi giorni dopo l’armistizio, Gastaldi abbandona l’esercito – era Sottotenente del XV Reggimento Genio – e si dirige in montagna con altri del suo reparto. Assume il nome di battaglia “Bisagno”, torrente che attraversa Genova, e diventa il comandante più amato della resistenza in Liguria. È tra i primi a formare un nucleo partigiano a Cichero e diventa una leggenda per la sua astuzia e capacità di creare gruppo; interpreta il ruolo non come potere, ma quale servizio. I compagni ricordano che era il primo a esporsi ai pericoli e l’ultimo a mangiare; i turni di guardia più pesanti erano sempre per lui. La sua generosità conquista la stima dei contadini e dei montanari che volentieri sostengono i partigiani della sua divisione con viveri, vestiti e informazioni. Anche i fascisti lo rispettano e lo temono: grazie al suo carisma riesce a far disertare un intero battaglione della Divisione Repubblichina «Monterosa». La frase che ripeteva sempre ai suoi era: «Dobbiamo dare l’esempio di un’Italia rinata e sana…».

La Resistenza non è uno strumento politico

Aldo Gastaldi, il Comandante Bisagno, è un uomo di fede e non ha simpatie per alcun partito o ideologia e difatti si oppone a qualsiasi tentativo di trasformare la Resistenza in uno strumento politico, espressione di un partito, anticamera di una possibile Rivoluzione come era avvenuta in Russia. In conseguenza a questo suo atteggiamento, i partiti membri del Comitato di Liberazione Nazionale lo vedono come un ostacolo ai loro piani e tentano di ridurne l’influenza. Gastaldi era un fervente cattolico, quindi un anticomunista, in un contesto in cui la presenza della sinistra più estrema era egemonico.

Una morte misteriosa

Nel volume di Gianpaolo Pansa “Uccidete il comandante bianco. Un mistero nella Resistenza” (Rizzoli, 2018), si propone la tesi che la sua morte, avvenuta il 21 maggio del 1945, non sia stata accidentale. Pansa sostiene che la morte del comandante “Bisagno” sia stata voluta e provocata dalla frazione militarista del Pci, facente capo a Pietro Secchia. Identica valutazione era stata espressa anche da Luciano Garibaldi, giornalista e storico anticonformista, nel volume “I giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi ?” (Edizioni Are, 2005). Nella ricerca si analizzano le figure di Aldo Gastaldi, Ugo Ricci ed Edoardo Alessi, uniti da una comune e intensa fede religiosa e ispirati al progetto di riconciliazione con i fascisti sconfitti. Tutti e tre morirono misteriosamente al culmine della loro battaglia ideologica. Così scriveva il Comandante Bisagno: «Noi non abbiamo un partito, noi non lottiamo per avere un domani un cadreghino, vogliamo bene alle nostre case, vogliamo bene al nostro suolo e non vogliamo che questo sia calpestato dallo straniero, dobbiamo agire nella massima giustizia e liberi da prevenzioni».

Le regole della Divisione “Cichero”

In quei due anni di follia e orrore dopo l’8 settembre, Gastaldi era a conoscenza che i partigiani comunisti lo volevano morto. Lui non lottava solo contro nazisti e fascisti, ma anche contro la trasformazione delle milizie partigiane in unità politiche del partito comunista. Il suo progetto era quello di fermare lo spargimento di sangue dei vinti, che segnò la fase successiva alla caduta del fascismo e la fine della guerra, per favorire la riconciliazione e che non ci fossero macchie sulla Resistenza. Insieme al comunista Giovanni Serbandini aveva stabilito delle regole severe a governare la divisione partigiana Cichero. Ecco il testo:
“In attività e nelle operazioni si eseguono gli ordini dei comandanti, ci sarà poi sempre un’assemblea per discuterne la condotta; il capo viene eletto dai compagni, è il primo nelle azioni più pericolose, l’ultimo nel ricevere il cibo e il vestiario, gli spetta il turno di guardia più faticoso; alla popolazione contadina si chiede non si prende e possibilmente si paga o si ricambia quel che si riceve; non si importunano le donne; non si bestemmia.”

Contro il “fascismo” di qualsiasi colore

All’età di 21 anni scrisse ad un amico:
«Io sono venuto a combattere il metodo fascista e lo combatto in chiunque sia esso bianco nero verde o color cenere… Continuerò a gridare ogniqualvolta si vogliano fare ingiustizie e griderò contro chiunque anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazie o altro.» Come morì il Comandante bianco? Gastaldi perse la vita il 21 maggio 1945, all’età di 23 anni, (un mese dopo la Liberazione) e cadendo dal tetto della cabina di un camion con il quale aveva accompagnato a Riva di Trento alcuni dei suoi partigiani smobilitati.

Una morte misteriosa

Ecco il racconto: «Durante il viaggio di ritorno, Bisagno cominciò a comportarsi in modo strano: regalò ai presenti il suo denaro e consegnò documenti riservati. Poi salì sul tetto del camion su cui si trovava e, all’altezza di Desenzano, cadde e restò schiacciato dalle ruote del rimorchio.» Alcuni testimoniarono che Gastaldi fu avvicinato da un misterioso personaggio, che gli offrì un caffè, ma da quel momento si rabbuiò. Non ci sono prove, come ammette lo stesso Pansa, ma la sua morte resta un qualcosa di poco chiaro, soprattutto perché Bisagno era un uomo estremamente equilibrato, prudente e, soprattutto, sempre deciso a sacrificarsi per gli altri.

Domande senza risposta

Chi era quell’uomo che lo avvicino? Decise di togliersi la vita per non coinvolgere in un agguato chi era con lui? Non lo sapremo mai. Nel giugno del 2019, il Cardinale Bagnasco ha annunciato l’inizio del processo di beatificazione del Comandante Bisagno. Onore ad un fervente cattolico che si buttò tra le ruote del camion per salvare gli altri?

Massimo Carpegna

Iweblab